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— Il teatro naturalista?
Disse il Sardou facendo una delle sue smorfie caratteristiche; ma è
semplicemente assurdo! Mi sorprende che un uomo d'ingegno come lo Zola possa
lasciarsi illudere da una simile sciocchezza. È assurdo! Lo capirebbe un
ragazzo!
— Ma dunque, risposi con
qualche esitanza, la verità resta proprio esclusa dal teatro?
— No: bisogna intenderci. Se
non sbaglio, voi, caro signore, partecipate in qualche modo della illusione
dello Zola.
— Non lo nego.
— Oh, non ve ne faccio colpa!
È una illusione generosa, lo riconosco, un'illusione elevata. Portare la
verità, l'osservazione, il metodo scientifico là dove finora non c'è stato
altro che la menzogna, l'inganno, il capriccio, la fantasia!... La tentazione è
potente, irresistibile: ma è lo stesso come cercar di raddrizzare le gambe ai
cani.
— Eppure Molière ha fatto
qualcosa di simile colla commedia dell'Arte.
— Ah, non mi domandate il mio
parere su questo; potrei dirvi delle cose che forse vi farebbero perdere quel
po' di buona opinione che avete di me. E poi ora sono accademico, bisogna che
affetti di rispettare la tradizione... Insomma, lasciamo stare Molière e
parliamo di noi. Lo Zola parte da un principio falso, quello che la drammatica
sia un'arte... Niente affatto! È un mestiere... Vi sorprende?
— Certamente!
— Questo avviene probabilmente
perché non vi siete mai provato a scrivere pel teatro. Vedete lo stesso Zola,
un uomo di ingegno superiore, lo ripeto, quantunque egli non sia mai stato
molto cortese con me. Aveva l'abitudine del metodo scientifico,
dell'osservazione diretta, aveva sotto gli occhi la verità, la natura...
Ebbene? Quando ha voluto far qualcosa pel teatro, colla scusa del naturalismo,
ha fatto del falso più falso del nostro falso. Era inevitabile! E accadrà
sempre così quando si vorrà portare nella drammatica dei preconcetti estranei
ad essa. Io credo di intendermene un pochino. Vi pare?
— Siete un maestro.
— Sapete come faccio quando
debbo scrivere una commedia? Metto la testa fuori della finestra e annuso il
vento che spira. Parigi ha delle fissazioni che durano qualche tempo, delle
vere malattie contagiose che scorrono da un quartiere all'altro e poi montano
in vagone e via per la provincia, per l'Europa talvolta... Vi ricordate, dopo
il '70? Non si parlava d'altro che di spie. Se avevamo perduto contro la Prussia, la colpa era
delle spie tedesche che si erano introdotte nella nostra casa, nei nostri
negozi, nelle nostre amministrazioni; un esercito di camerieri, di operai, di
commessi, di donne facili... Tiens! Tiens! Voilà mon affaire! E scrissi Dora.
Forse mi preoccupai del metodo scientifico, dell'osservazione, della verità?
Che! Non avrei avuto le quattrocento rappresentazioni sulle quali contavo. La
donna spia! Ecco l'amo... Il pubblico doveva mordere, per forza. Quando il
pubblico è preoccupato da un sentimento, in teatro diventa più bête che
altrove. Tutto sta nel sapergli fare il tiro... E questo, checché ne dica lo
Zola, è mestiere, schietto mestiere. Quando scrivevo la commedia, arrivando a
certi punti, i più scabrosi, i più grossi ad inghiottire, facevo anch'io la grimace,
pensando al pubblico che doveva mandarli giù... Ma ero sicuro!... Glieli vedevo
mandar giù come se niente fosse stato... Rammentatevi la storia di quel profumo
dei guanti e di quel foglio di carta nell'atto quinto della Dora. Per
poco che uno rifletta... Ma, caro signore, se voi permettete, per un solo
minuto, che il pubblico rifletta, non c'è commedia che regga... — L'attualità:
è il punto solido dove un commediografo deve poggiare il piede. Il resto è
affare di manipolazione, di fattura, di pratica, di colpo d'occhio. Pare che lo
Zola cominci a capirlo: leggete: è segnato col lapis rosso.
Mi porse il volume dello Zola
Nos auteurs dramatiques che era aperto sul tavolino. Il brano segnato
parlava dei Bourgeois de Pont-Arcy.
«Fabrice a une explication
avec Bérangère, et, au lieu de tout lui dire, il se contente de lui jurer qu'il
n'a jamais été l'amant de Marcelle et de lui demander de croire à sa parole,
par un miracle d'amour. L'effet a été très grand. J'ai cru surprendre là tout
le secret de ce qu'on nomme le métier du théâtre».
— Vedete? Dice anche
mestiere, m'interruppe Sardou, riprendendo il volume. E più giù: «le secret du
théâtre est peut être là: calculer la déviation qu' il faut donner au vrai pour
que le public soit agréablement chatouillé...». Lo Zola scrive così canzonando,
con quella sua aria sdegnosa che suol prendere quando parla di noi; ma è una
gran verità. Io vorrei dirgli: su, via, ottenetemi col metodo scientifico,
coll'osservazione, colla verità, un effetto così potente come questo da me
ottenuto con una mezza verità, con un quarto di verità, forse con un millesimo
di verità, ed io mi do per vinto, legato mani e piedi. Giacché, caro signore,
bisogna tener calcolo di questo: che il pubblico va in teatro per provare delle
emozioni, non per fare degli studi di psicologia o di psichiatria, o di
patologia, o che altro si voglia. Ed io m'ingegno di scuoterlo, di
sollecitarlo, di non lasciarlo indifferente neppure un minuto secondo, se no,
addio! Il pubblico vi scappa di mano e l'effetto è perduto. Dicono che io mi
sia formato una ricetta per comporre le mie commedie. Certamente. Ma vario le
dosi. Sto scrivendo una commedia per Sara Bernhardt. Che cosa ho fatto? Come il
solito, ho aperto la finestra, e ho annusato il vento... Nichilismo! Non si
parla d'altro. Tiens! Tiens! Voilà mon affaire! Son sicuro di aver messo
il piede sul punto solido: il resto verrà da sè. Un autore inesperto si
ingolferebbe nella questione politica, si perderebbe fra le congiure... No,
convien deviare, deviare dolcemente; ed io butto il pubblico in un dramma
domestico... Un'assurdità, figuratevi! Ho creato una Russia a posta, e dei
caratteri e dei costumi russi di mia particolare invenzione, tanto per dare un
po' di polvere negli occhi col così detto colorito locale... Io me ne rido di
queste fisime, quando non servono a nulla pel mio scopo. Questa volta voglio
fare un dramma, un vero dramma con pochi personaggi, con scene larghe, a grandi
tratti... Credo di riuscire. La ricetta? Sicuro! Come nella Dora c'è una spia
che non è spia, qui ci sarà un nichilista che non è nichilista: è il tiro che
faccio sempre e che mi riesce sempre. I miei personaggi cammineranno tutti sul
filo di un rasoio. Sotto hanno l'abisso: ma non dubitate, non vi cadranno. Se
li lasciassi fare, Dio mio!... ne farebbero delle grosse, e non farebbero punto
quello che fa comodo a me. Uno dei personaggi, della Fedora, per esempio, ha un
segreto, e se lo lasciassi dire, cioè se egli dovesse parlare come nella
realtà, lo metterebbe fuori senza molto stento, alle prime interrogazioni... E
allora che ne sarebbe del mio terzo atto? Si, signor Zola, calculer la
déviation qu'il faut donner au vrai!... Ora mi son messo in testa di
afferrare il pubblico pel bavero dell'abito, a questo modo, e inchiodarlo sulle
poltrone, sulle panche, nei palchi, e non farlo fiatare. Ci riuscirò... ne son
sicuro. Finché Fedora, la mia russa, non avrà bevuto il veleno e dato gli
ultimi tratti, nessuno in teatro dovrà riflettere e ragionare. Il problema è
questo. Io ho fede in Sara, che morirà divinamente in pochi secondi...
— Col cianuro di potassio?
— Ecco, lo Zola vorrebbe
dirlo al suo pubblico! Errore: non bisogna mai dire cose inutili... Che importa
per l'emozione, il sapere se sia il cianuro, il curaro, il volgarissimo fosforo
quello che ammazza un personaggio?... Sara morrà divinamente. Anzi, se io
faccio morire la mia Fedora, è unicamente a riguardo di lei: però ne convengo,
la morte è sempre di effetto sul teatro... E torno a quello che vi dicevo in
principio: il teatro naturalista? È semplicemente assurdo... Forse ho abusato
della vostra intelligenza... scusate; si parla volentieri del proprio mestiere!
* * *
Dopo questo brano di ricordi
parigini, mi sembra inutile aggiungere altre parole intorno alla Fedora
rappresentata al Valle nelle sere scorse. Sardou ha sciolto benissimo il suo
problema. Il pubblico resta inchiodato lì per quattro atti senza fiatare, senza
ragionare... È vero che dopo, ripensando... Ma è inutile. Che m'importa del dopo?
Direbbe Sardou. E fino a un certo punto io non credo che abbia torto.
15
aprile 1883.
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