XI.
TRE COLOMBE E UNA FAVA
La levatrice e le vicine, accorse per
assistere la puerpera, erano andate via. La poveretta, appoggiata a una pila di
cuscini, pallida, con gli occhi infossati, sorrideva al marito che stendeva una
coltricina sul bambino messo a dormire in un canto del gran letto matrimoniale;
e nel silenzio della notte, si udiva il respiro del gatto che faceva le fusa
sopra una seggiola. A un tratto, la puerpera disse al marito:
- Bada, si spegne il lume -.
E prima ch'egli rispondesse, la sentí
gridare:
- Ahimè!... Soffoco! Muoio! -
Il marito accorse, balbettando:
- Ah, bella Madre santissima! -
E si picchiava sulla testa, e chiamava la
moglie per nome: - Santa! Santa! - Ella storse gli occhi e aprí la bocca,
annaspando con le braccia che ricaddero subito inerti, abbandonando la testa
sui cuscini, pesantemente.
- Santa! Santuccia!... -
Nino ruzzolò le scale come un pazzo e,
aperto l'uscio di strada, si mise a urlare:
- Aiuto, santi cristiani!... Zia Peppa!...
Zia Pina!... Mastro Paolo!... Aiuto! -
E alla zia Peppa, che s'era affacciata
alla finestra, disse:
- Accorrete, per carità! È venuto male a
mia moglie... Io volo dal medico! -
E pareva dovesse fiaccarsi il collo pel
vicolo, tanto andava di corsa.
Cosí l'infelice Nino Spaso si trovò vedovo
con quattro bambini su le braccia, quasi senza saper come. Sua moglie s'era
sgravata felicemente; e poche ore prima, quantunque coi dolori del parto, gli
aveva preparato la minestra e aveva messo a letto i bambini, bella e florida,
allegra come al solito, scherzando coi figliuoli che non volevano
addormentarsi:
- Domani, se siete buoni, vi regalerò il
fratellino o la sorellina, che troverò nella sporta dietro l'uscio -.
Ed ora stava distesa là, morta, e pareva
dormisse, con le mani in croce sul petto, la candela di cera accesa al
capezzale, e da piè l'orfanello nato da poche ore, che non avrebbe conosciuto
la mamma!
- Come mai? Come mai?... Ah bella Madre
santissima! Che tirannia avete commesso, portandovi in paradiso la mamma di
queste quattro creaturine! Che tirannia! -
Le vicine piangevano zitte, sedute
attorno, soffiandosi il naso di tanto in tanto, lasciando sfogare il pover'uomo
che se la prendeva con la Madonna e con Gesú Cristo. Bisognava compatirlo; non
sapeva quel che si dicesse, balordo, con gli occhi asciutti, fuor di sé dal
gran dolore. E si aggirava per la camera, fissando il cadavere a cui avevano
coperto la faccia con un fazzoletto bianco; e chiamava: - Santa! Santuccia! -
quasi Santuccia avesse potuto udirlo e svegliarsi dal sonno della morte,
impietosita da quelle grida.
Si erano svegliati invece i tre bambini
nella cameretta accanto, e domandavano se dalla mamma c'era già il fratellino o
la sorellina trovata nella sporta dietro l'uscio, come aveva promesso.
Poveri innocenti!
Saltati ignudi fuor dal lettuccio, con gli
occhi ancora ammamolati dal sonno e i capelli arruffati, festeggiavano il
fratellino baciandolo, toccandolo, prendendolo per le manine; e non sapevano di
essere orfani. Né lo avrebbero capito domani, quando non avrebbero piú visto la
mamma, come non capivano le smanie del babbo che, affacciatosi piú volte
dall'uscio, aveva esclamato:
- Ah Cristo! Perché non avete preso questi
qui e non m'avete lasciato la moglie? -
Farneticava allo stesso modo ancora dopo
due giorni, e non sapeva persuadersi che sua moglie fosse morta davvero.
- Fatevi coraggio, compare Nino!
- E a queste creaturine chi baderà, quando
dovrò andare attorno per guadagnarmi il pane? -
Rispondeva cosí, tenendo la testa fra le
mani, accasciato sulla seggiola, ogni volta che le vicine tentavano di
consolarlo.
- Non siamo qua noi? - rispondevano in
coro le vicine. Infatti esse erano là da mattina a sera; specialmente Nela
della zia Peppa, bruna, magra, con grandi occhi neri; Ciccia di mastro Paolo,
bionda, pallida, grassottina, con occhi cerulei, seria e lenta; e Carmela di
comare Pina, rossa e paffuta, con tanto di spalle e di braccia e tanto di seno;
tre ragazze piene di carità, che gli vestivano, gli lavavano i bambini, gli
ravviavano la casa, gli preparavano il desinare e la minestra la sera; quasi
intendessero persuaderlo che, invece d'una sola moglie, ne aveva ora tre; una
meglio dell'altra, diceva maliziosamente qualche burlone.
- Volete scommettere che compare Nino sarà
imbarazzato nella scelta? - conchiuse la 'gna Rosa, la carbonaia lí di faccia.
Eh, via! Quel povero compare Nino poteva
aver il capo a rimaritarsi cosí presto, con quel gran dolore nell'anima? Infatti,
egli se ne stava rincantucciato in casa, piagnucolando, lamentandosi, senza
neppur pensare al mulo e al carretto che davano da campare a lui e ai
figliuoli. Aveva le braccia e le gambe stroncate, la testa vuota, e pareva
trovasse gusto a grogiolarsiI nella propria disgrazia.
Era verità però: invece d'una, ora aveva
tre mogli in casa, l'una meglio dell'altra; senza cattive intenzioni,
s'intende, perché egli badava poco a quelle tre ragazze che gli si
affaccendavano attorno e gli apprestavano ogni cura. Né s'accorgeva, poverino,
che esse, dopo tre giorni, si guardavano in cagnesco, quasi se lo disputassero,
facendo a chi meglio potesse servirlo, precorrendone i desideri, cercando
ognuna di mostrarsi piú attenta, piú accorta, piú lesta dell'altra. Era assai
ch'egli già notasse il letto sprimacciato molto meglio di quando viveva la
sant'anima; la biancheria piú bianca e piú odorosa; i bambini piú ravviati e
piú puliti; il desinare e la cena, piú saporiti.
- La Provvidenza mi aiuta
con la carità delle buone vicine! -
E benediva quelle mani che
sprimacciavano il letto, le santi mani di Nela; e benediva le belle mani di
Ciccia, che lavavano e stiravano la biancheria; e benediva le mani di Carmela,
che tenevano cosí ben ravviati i bambini e la casa.
E se Ciccia voleva sprimacciar lei il
letto, e Nela le diceva, stizzita: - Lascia stare! -; e se Nela voleva vestire
e lavare i bambini lei, e Carmela glieli levava di mano con poco garbo: - Bada
a fare qualcos'altro -; e se Carmela voleva mescolarsi del desinare o della
cena, e Nela la mandava via di cucina, brontolando: - Qui basto io! - il povero
vedovo sorrideva tristamente.
E quando Carmela arrivava la prima, di
buon'ora, e non mancava mai di dirgli: - Che ci vengono a fare quell'altre? Ho
braccia solide io - e faceva osservargli che Ciccia era d'impaccio con quel suo
fare lento, da tartaruga, e che Nela non era buona neanche ad arrostire due
fave, Nino si stringeva nelle spalle e le dava tacitamente ragione. E dava
ragione a Ciccia, se ella gli parlava male di quel fagotto della Carmela, che
s'affannava e si dimenava tutta senza conchiuder nulla; e dava ragione a Nela,
se costei gli susurrava all'orecchio che quelle altre erano due pettegole buone
a niente, e non sapevano dove stesse di casa il governo d'una famiglia, ma
pensavano alle pompe, a lisciarsi, a pettinarsi, a pararsi coi quattro stracci
che possedevano.
Che poteva mai fare, pover'uomo? Doveva
dar ragione a tutte e tre, per vivere in pace.
Ciccia e Carmela però, vedendo Nela star
troppo attorno al vedovo, brontolavano insieme:
- Che civetta! -
Cosí Carmela e Nela si trovavano di
accordo nel dir male di Ciccia, allorché, seduta in un canto presso il vedovo,
faceva lunghi pissi pissi con lui, quasi fosse stata la padrona e avessero dei
segreti fra loro!
Allo stesso modo, Nela e Ciccia levavano i
pezzi di Carmela, se si metteva in maniche di camicia, per darsi l'aria di
massaia, mostrando le belle braccia e il resto, senza vergogna di
sciorinarglieli sotto il muso; ma compare Nino neppur le badava!
Compare Nino, veramente, badava a godersi
quella grazia di Dio, né parlava piú della morta, né sospirava piú, quantunque
rimanesse sempre in casa, anche dopo che i giorni del lutto erano terminati.
Stavasene seduto in un angolo, tutto rannicchiato, o si stendeva sul letto, con
le braccia dietro il collo, e si faceva cercar in capo, per svago, perché
provava una specie di sollievo nel sentirsi formicolar fra i capelli quelle
dita di ragazze, stando con gli occhi socchiusi, quasi tentasse di
addormentarsi per addormentare cosí la pena della propria disgrazia.
Un giorno, dopo desinare, Nela, che lo
cercava, con le dita fra i capelli, uscí a un tratto a domandargli:
- Compare Nino, e ora che pensate di fare,
con quattro bambini su le braccia? -
Compare Nino aperse gli occhi, e la guardò
fisso, meravigliato di questa domanda.
Quel giorno gli parve che le dita di Nela
fossero piú delicate in quel lavoro di solletico tra i capelli e su la cute del
capo. Ma il giorno appresso, venne la volta di Ciccia, che disse:
- Compare Nino, chi sa quali mani vi
cercheranno in capo da qui a sei mesi? -
Compare Nino aperse gli occhi, e la guardò
fisso, come aveva fatto con l'altra; e ci corse poco non rispondesse:
- Quali altre mani posso trovare meglio
delle vostre? -
Il giorno dopo però, si rallegrò di non
esserselo lasciato scappar di bocca. Carmela gli passava e ripassava le dita
fra i capelli, rimescolandoglieli, grattandogli delicatamente la cute; e le
belle braccia ignude gli sfioravano le guance e gli orecchi, quasi volessero
unire al solletico una dolce carezza. Ella intanto non gli diceva nulla; non
gli domandava che pensasse di fare con quattro bambini su le braccia; né si
preoccupava delle mani che gli avrebbero cercato in capo di lí a sei mesi; ma
cercava, cercava delicatamente, con le dita tra i folti capelli, e talvolta gli
posava il braccio nudo sulla guancia, senza malizia forse; ed egli sentiva come
avesse sode, fine e fresche le carni.
Il povero vedovo la lasciava fare, non
apriva gli occhi, e cacciava giú, in fondo al cuore, il rimorso che saliva a
morderlo.
- Appena otto giorni da che quella
poveretta era spirata su quel letto, e già stava per dimenticarla! -
Avrebbe preferito che le cose fossero
andate in lungo sempre cosí; ma una mattina venne su la zia Peppa, mamma di
Nela, con rocca e fuso, seria seria.
- Compare Nino, io mi chiamo Santa Chiara;
e a voi il parlar chiaro non deve dispiacere.
- Dite pure, comare Peppa.
- Se siete uomo di onore, e c'è la volontà
del Patriarca san Giuseppe... -
Ma non poté continuare, perché
sopraggiunse mastro Paolo, con la fetida pipa in bocca. Veniva a visitare il
compare, e si rallegrava di vederlo star bene. Mastro Paolo, tiratolo in
disparte, gli chiese scusa se Ciccia non sarebbe salita piú da lui.
- La gente sparla. Debbo fare un
omicidio?... Se voi, compare, avete buone intenzioni... -
Quel giorno, venne soltanto Carmela; e si
sbracciò, com'era solita, e ravviò la casa, sprimacciò il letto, cucinò il
desinare. Impastò anche il pane, zitta zitta, e fece le focacce pei bambini; e
quando, piú tardi, giunse la balia che allattava l'orfanellino, glielo tolse
dalle braccia, disfece le fasce, gli ricambiò i panni, proprio come una mamma,
quasi già fosse abituata; e poi domandò:
- Compare Nino, debbo dare una manciata di
fave alla balia? -
La zia Peppa torse il muso, e nell'andar
via disse a compare Nino in un orecchio:
- Che le costano a lei le fave? -
Anche mastro Paolo, ripulita la pipa e
battendola sul pomo della seggiola, si alzò imbroncito; e stringendogli la
mano, brontolò sottovoce:
- Ho capito, compare: vi piace mangiare
nel piatto dove altri ha mangiato prima di voi. Buon pro vi faccia! -
Carmela, che aveva udito ogni cosa,
rimettendosi il grembiule, disse:
- Compare Nino, mi dispiace pei bambini...
-
E fu interrotta dal gruppo di pianto che
le strinse la gola.
- Lasciateli dire. So che sono calunnie;
parlano per rabbia - rispose Nino. - Fatelo per quelle creaturine, comare
Carmela -.
Il giorno dopo però erano lí tutte e tre;
e non si scambiavano una parola, rabbiose, intolleranti, ognuna levando di mano
all'altra i servigi da fare. Cosí il desinare andò a male e prese il
bruciaticcio; i bambini rimasero sporchi e spettinati; la casa, tutta sossopra;
e nel letto mal rifatto le materasse parevano riempite di sassi. Nela ruppe due
piatti, e se la prese con Ciccia e Carmela, sporcaccione disadatte. Ciccia
rovesciò il catino per terra e inondò la camera, e per poco non venne alle mani
con Carmela, cialtrona, che non era altro, da non averci che fare. E Carmela
rispostò con tanto di bocca e le mani sui fianchi, urlando che compare Nino era
un grullo, e si lasciava menare pel naso da quelle due sgualdrinelle!
- Che c'entro io? - diceva compare Nino.
Quella notte, tra pel frastuono di tutta
la giornata e tra pel letto pieno di gobbe, il povero vedovo non chiuse occhio.
- E pretendono che ci ho tre mogli, invece
di una! Troppa grazia, sant'Antonio! - egli esclamava, dopo due altri giorni di
quella baraonda. - Bisogna decidersi; cosí non può andare. Se non ci fossero i
bambini... Ma poiché il Signore ha voluto cosí!... -
E si decise la sera dopo. Le braccia
fresche, sode, dalla pelle fina, che gli avevano accarezzato la guancia, non le
aveva piú dimenticate; e appena Carmela, che in quel momento si trovava sola in
casa di lui, vistolo arrivare col carro, scese giú nella stalla per aiutarlo a
levar gli arnesi al mulo, egli la prese per una mano:
- Sentite, comare Carmela...
- Lasciatemi stare, compare Nino...
- Sentite, comare Carmela: se mi giurate che
è un'infamità quel che di voi dice la gente!...
- E quando vi avrò giurato? Mi crederete?
- Vi crederò, per l'anima santa della
morta!
- Allora... ve lo giuro, per questa croce
di Dio! - rispose Carmela, baciandosi i pollici incrociati.
Il giorno delle nozze, al ritorno degli
sposi dalla chiesa, Nela e Ciccia, già ridiventate amiche per far dispetto a
quell'altra, erano in istrada, fra le altre vicine, e si sforzavano di parere
allegre.
La gna Rosa gettava manate d'orzo addosso
agli sposi:
- Salute e figli maschi!
- Non c'è pericolo - borbottò malignamente
mastro Paolo. - La prova è stata fatta! -
Nela e Ciccia scoppiarono a ridere
sgangheratamente.
Allora Carmela, fingendo d'avere la tosse,
sputò tre volte dietro a sé, e infilò l'uscio:
- Crepate! -
Catania, aprile 1888.
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