Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Profumo
Lettura del testo

AI FAMILIARI.

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Sollecitati quei benedetti, anzi maledetti ruoli suppletivi, il sindaco stava per congedarsi. Era il momento climaterico. Patrizio oramai si teneva in guardia, dopo tre o quattro visite del signor cavaliere, come dicevano a Marzallo. E per evitare che colui si lanciasse in una delle sue interminabili chiacchierate, balzando da un soggetto all'altro con prodigiosa agilità, si era alzato dalla sedia a bracciuoli, disposto ad accompagnarlo anche fino alla porta del convento.

«No, no, resti al suo posto» disse il sindaco, omaccione alto, tarchiato, con fedine brizzolate su la faccia rossastra. «Ho interrotto la sua passeggiata per la selva; non voglio interrompere il suo lavoro. Già lei si è fatto eremita a dirittura. Deve avere una cattiva idea dei marzallesi, se non si degna neppur di avvicinarli. Dico per chiasso. Perché dovrebbe uscire da questo convento che pare una reggia? Il paesetto è un porcile. Ne sono il sindaco, disgraziatamente, e dovrei pensar io a ripulirlo. Mah!... Sapesse che lotte! Vogliono i letamai su la strada, davanti a le porte di casa. E se li tengano!... Lei dice: E le multe

«Non dico nulla...»

«Potrebbe dirlo; i regolamenti sono fatti a posta. Mah!... Scoppierebbe una rivoluzione. Buona gente, del resto. Basta pigliarla pel suo verso. Strilla, per esempio, ma paga. Il municipio la smunge. Troppe tasse, caro signor Agente! Dall'altro canto, i quattrini che ci vogliono, ci vogliono. Il peggio smunto sono io, che poi devo smungermi con le mie mani. Le vigne?... I carrubi?... Le mandrie?... Sì, sì!... Beato lei, che dorme tra due guanciali fino al ventisette del mese! Non tocchiamo questo tasto. Venga piuttosto, venga qualche volta nel nostro Casino di convegno. Giocheremo a briscola, a tressette, a tarocchi. Abbiamo un buon bigliardo fatto venire da Napoli

«Non so maneggiare una stecca» lo interruppe Patrizio, accennando nuovamente ad alzarsi dalla seggiola.

Il cavaliere lo trattenne.

«Imparerà. E le sue signore? Eremite anche esse? Oh, è troppo! Un giorno o l'altro, condurrò qui le mie figlie, che desiderano tanto di conoscerle. Mia moglie, no; è un po' malata, un po' orsa; meglio dirglielo subito io stesso, perché le signore non si figurino niente di male. Uno di questi giorni dunque; di mattina o dopo pranzo? L'ora più comoda per lei. E se le signore vorranno, di tanto in tanto, fare due passi - si sa, tra donne s'intendono più facilmente - le mie ragazze sono a loro disposizione. Non mi ringrazi, mi guasterebbe il piacere che voglio procurarmi. Più tardi poi, verso agosto, dovrò chiederle un altro favore. Ho un figliuolo al liceo. Lo bocceranno per le matematiche, ne sono sicuro... Ha dei grilli in testa quel ragazzo!... Bel giovanotto, a momenti più alto di me, robusto, vedesse!... Ma quanto a studiare, è la mia disperazione. So che lei è un vero professore di matematiche! Fama volat! A Castroreale, mi scrivono, dava lezioni, per isvagarsi. Faceva benissimo! Insegnare agl'ignoranti è la più bell'opera di misericordia. Qui, sotto i miei occhi, il ragazzo sarebbe costretto a studiare. E poi lei deve averci buona maniera per insinuarsi nell'animo dei giovani. La ringrazio anticipatamente; gliene sarò gratissimo. In quanto a quei benedetti, anzi maledettissimi ruoli suppletivi, mi raccomando!... Se no, l'esattore ha la scusa bell'e pronta. Pareva che con le nuove esattorie tutto dovesse andare come per incanto e ci troviamo più imbrogliati di prima; lo sa meglio di me. Come fanno, domando io, a imbastire certe leggi? Cento teste, cento pareri. Il Parlamento mi par tal quale il nostro consiglio comunale, dove si chiacchiera, si chiacchiera, ci si accapiglia per gare di partito e non si conchiude niente di buono... Io mi ci trovo in mezzo per caso, perché hanno voluto così. Il Sottoprefetto mi disse: «Son qua io per aiutarlo in tutto e per tutto». Parole. Quando poi non faccio a modo suo, i commissari piovono, che è un piacere. E il comune paga dieci lire al giorno e l'indennità di viaggio! Vien voglia di lavarsene le mani, di tornarsene a badare ai propri affari. Beato lei! Qui sta benone. Il convento è vasto quanto un paesello. Nessuna soggezione d'indiscreti. Casa e ufficio. È mia l'idea, perché l'edificio non andasse in rovina, abbandonato ai topi e ai pipistrelli. Se occorre qualche riparo, non deve far altro che aprire bocca. Il municipio è ai suoi ordini. E dicendo municipio, intendo me, me solo. Ho mezza giunta in dimissione. Inevitabile guaio dei partiti!... Potrei dirgliene delle belle!...»

Patrizio non l'ascoltava da un pezzo. I suoi sguardi erano fissati su l'uscio della camera attigua. Dietro i battenti socchiusi avea visto affacciarsi un istante il viso scurito di Eugenia, la quale pareva attendesse impazientemente che il sindaco si fosse congedato. Patrizio non aveva mai visto sua moglie con un viso a quel modo.

«Che cosa è avvenuto tra la mamma e lei?»

E frenava a stento la smania che cominciava ad agitarlo.

«Mi avvedo che lo annoio» s'interruppe il sindaco.

«Le parerispose Patrizio distrattamente.

Sentiva rinnovarsi quel senso d'oppressione e di impaccio provato poc'anzi nella selva, alla vista di sua madre.

Da qualche settimana ella metteva una specie di caparbietà nel preparargli di tratto in tratto simili sorprese.

Appariva su la terrazza a ora tarda, quando egli ed Eugenia la credevano già a letto.

«Che cosa fate qui? L'aria è umida» diceva con voce così esile che si sentiva appena.

«No, mamma

«È umida e può farti male; sarà meglio rientrare

La voce s'elevava, assumendo l'accento di chi vuol essere ubbidito anche quando un consiglio.

Appariva in fondo ai corridoi un po' fuori mano, dove Eugenia attirava Patrizio col pretesto di farsi spiegare una vecchia carta geografica, o una grande incisione rimasta, chi sa come, ancora intatta alla parete, rappresentante l'albero genealogico dell'Ordine del Carmelo, con la Madonna in alto, tra le nuvole, col bambino Gesù su le ginocchia e gli abitini pendenti dalle mani.

«Che cosa fate qui?... Volevo domandarti...» ella aggiungeva, strascicando le parole.

E quella che pareva dovesse essere una domanda urgente, si riduceva a una cosa da nulla, per la quale non occorreva che fosse uscita, a posta, di camera lei, che non ne usciva quasi mai e fosse andata fin , pian piano, in punta di piedi, da sentirsela addosso prima di avvedersi che si avvicinava.

«Che cosa fate qui? Che cosa fate?» Proprio come quando lo aveva trovato sul pianerottolo abbracciato con Giulietta! Allora però essi si erano rifugiati su per gli scalini del piano superiore, sicuri di non essere sorpresi; ora, invece, non si sentiva mai tranquillo ogni volta che Eugenia: «Vieni! Vieni!» lo attirava qua e pei diversi angoli del convento, con un pretesto o con un altro, quasi istintivamente cercasse così sottrarlo all'importuna sorveglianza dell'inevitabile: «Che cosa fate?».

Ed egli, che pure aveva attinto dall'amore tanta forza da resistere alla misurata, sì, ma inesorabile opposizione al suo matrimonio, non riusciva intanto a ribellarsi contro quell'astio geloso; così profonda era l'impronta di venerazione per la madre lasciatagli nel carattere da quei lunghi solitari e tristi anni vissuti assieme, senza intervallo; quando non aveva dovuto mai avere altra volontà che la volontà di lei, quando il più lieve movimento dell'animo suo era stato ripercussione, eco dei sentimenti materni, talvolta indovinati e intravisti assai prima che espressi.

«Che cosa fate qui! Che cosa fate qui!...» Vuole insomma strappare a ogni costo dagli occhi di Eugenia la benda che le impedisce di vedere?

E il viso scurito di lei, apparso e scomparso rapidamente dietro i battenti socchiusi, lo teneva in quel punto così turbato, che del vertiginoso ragionamento del sindaco gli sbattevano dentro gli orecchi soltanto lembi di frasi o parole slegate, di cui non si curava di afferrare il senso.

Infatti, all'ultimo, allorché il sindaco gli domandò a bruciapelo: «E lei, lei che ne dicePatrizio lo guardò in viso con così ingenuo stupore, che colui potè benissimo interpretarlo per assentimento a dirittura.

E scattò dalla seggiola, dandogli una stretta di mano. Scattò dalla sua pure Patrizio; ma si limitò ad accompagnarlo fino alla stanza dove i commessi lavoravano appunto sugli in-folio dei ruoli suppletivi.

«Vedeaccennò, facendogli un profondo inchino.

 

Eugenia attendeva dietro l'uscio, mordicchiandosi le labbra, strizzandosi le mani.

«Senti» ella balbettò, con voce arrochita dalla commozione. «Sono o non sono tua moglie

«Che domanda

«Rispondi: sono o non sono tua moglie

Lo teneva fermo per le mani, spalancandogli in faccia i grandi occhi castagni e dominandolo con tutta la persona rizzata ansiosamente su la vita.

«Ma che cosa è accaduto?» egli disse.

«È accaduto... che tu hai mentito

«Io?»

«Sì» replicò Eugenia con forza «hai mentito, facendomi credere che sarei stata, sono tue parole, la regina di casa tua!»

«Che cosa sei?»

«Niente! Persona che tua madre tollera appena» soggiunse, lasciandolo libero «e perché non può fare diversamente

«Ti ha detto questo?... Ti ha detto questo?» domandò Patrizio stringendo i denti.

«No; ma l'ho capito, e da mesi

Patrizio (gli si erano intorbidati gli occhi in un terribile baleno di furore, come ne provano, qualche volta, soltanto le persone tranquille) a quel: No! sentì passarsi un soffio fresco sul volto, che lo fece rinvenire.

«T'inganni» rispose per calmarla.

«Oh! È inutile» ella riprese duramente «vuoi celare il sole con le mani. È inutile. Tu sei buono, tu soffri più di me. Sono buona anch'io, fino a un certo punto. Più oltre, no; preferisco di essere cattiva

«Insomma, che cosa è accaduto?» egli insisteva.

«Quel che accade tutti i giorni, da sei mesi, da che ho messo piede in casa tua, a Castroreale e qui; quel che continuerà ad accadere... qui e altrove, se...»

«Non è vero!» la interruppe «Tu tenti di nascondermi qualcosa.»

«Te l'ho nascosto finora; ma non ne posso più. Che cosa ho fatto da meritarmi quest'odio

«Taci, Eugenia

«Dimmelo! Sì, ella m'odia

«Taci! Non ripeterlo! Taci

«Mi scoppia il cuore. Vorrei urlare, vorrei gridare tanto forte che tutto Marzallo mi udisse. Perché mi odia? Tu lo sai, certamente.»

«So che t'inganni

«Così fosse!... Dimmelo!... Dimmelo!...» singhiozzava.

Egli le andava dietro per la stanza, accennandole con le mani di abbassare la voce, supplicandola, col gesto, di calmarsi, di prestargli fede. Le andava dietro, atterrito dell'opera di sua madre, che gli distruggeva in un istante la pace, la felicità, come gli attestavano quei cupi sguardi di Eugenia, quelle labbra contratte da angoscia ineffabile, quelle mani nervosamente agitate che brancicavano il vuoto, quello strazio scoppiato nel grido: «Dimmelo!... Dimmelo!...». E aveva ragione.

«L'hai vista poco fa, l'hai vistariprese Eugenia con voce tremante.

«Perché dovrebbe odiarti?» la interruppe Patrizio.

«Me lo domando anch'io: Perché? Ed è stato fin dal primo giorno

Egli l'area fermata presso la finestra, prendendola per le braccia, accostandosela al petto, quasi volesse così impedirle di proseguire. Ma Eugenia proseguiva, agitatissima:

«Sin dal primo momento! Non ho mai potuto dimenticare, mai! quel suo glaciale: «Siate la benvenuta in casa nostra!» e il bacio più glaciale ancora con cui ella rispose al mio, così rispettoso e affettuoso, il giorno in cui ci sposammo. Ma allora io dissi dentro di me: «Non mi conosce; mi ha vista appena due o tre volte, non può amarmi. Sono quasi un'intrusa in casa sua» lasciami dire, lasciami sfogare! «Spetta a me sapermi a poco a poco cattivare il suo cuore!» Non sono riuscita. Ho tentato tutti i mezzi. Non sono riuscita! Ogni volta che ti accennavo lo strano contegno di tua madre, tu mi rispondevi: «Carattere! Le sventure domestiche, la vita solitaria l'hanno irrigidita: non è espansiva nemmeno con me che sono suo figlio... Non badarci!». Ma come non badare alla continua diffidenza con cui mi vedevo osservata, al suo continuo inframmettersi tra te e me, quasi il mio contatto avesse qualcosa di nocivo per te e ch'ella voleva infrenare o combattere?... Tu mi ripetevi: «Non badarci!». Allora, vedendo che ti angustiavi e che ne soffrivi, non te ne dissi più niente; ma continuai a badarvi più di prima. Come no? Come no?»

«Calmati, Eugenia, calmati!...»

«Lasciami sfogare. Ho taciuto tanto; non ne posso più!»

«Abbassa almeno la voce!» egli pregava.

«Perché tua madre non senta? Ma dovrà sentirmi, lo voglio; voglio che mi dica: «T'odio per questo!». E sarò contenta. Così non può durare

«Oh Dio! oh Diosmaniava Patrizio.

«Sono stata paziente, troppo. Il vaso era colmo fino all'orlo; una goccia è bastata per farlo traboccare. Non è colpa mia. Volevo risparmiarti questo dolore. Ormai!... Dimmelo dunque, dimmelo: Perché m'odia? Perché?»

«La tua immaginazione ti fa travedere» diceva Patrizio. «Persuaditene. Te lo giuro! La mamma è buona, incapace d'odiare una persona come te, che non le hai fatto niente di male. Dovrei dire lo stesso per conto mio, se guardassi soltanto ai suoi modi; sarebbe assurdo. È stata inasprita dalle sventure, povera donna, e dalle malattie. Tu sai la vita che vive: cupa, silenziosa, tra il letto e una poltrona. L'ho vista sempre così; non ha mai sorriso, mai! Non ne ha mai avuto occasione, povera donna, dopo la morte del babbo e la rovina della nostra casa

«E che c'entro io?»

«È per spiegarti...»

«Non spieghi nulla. Lasciami, non mi stringere così!»

Egli se la stringeva forte al petto» l'accarezzava per rabbonirla, per farle intendere che non si trattava d'odio, no. E, sentendola tremare tra le braccia, scossa da fremito convulso, addolciva ancora più l'accento, accostava la fronte a quella di lei con amoroso abbandono, come raramente soleva, mormorandole su la faccia:

«E poi, che te n'importa? Non t'amo io? Che te n'importa

«Ah!» ella esclamò, svincolandosi con vivacissimo sforzo. «Ecco perché me ne importa

La sua voce era piena di singhiozzi e gli occhi di lagrime che le solcavano le gote, senza che ella badasse ad asciugarle.

«Ecco perché me n'importa! Sento qualcosa di duro, d'impenetrabile, che si è già frammesso tra noi due, contro di cui urto con la testa e non riesco a spezzarlo. Picchio e non mi senti. Chiamo e non mi rispondi. Il tuo cuore è invasato da sentimenti che non intendo. Oh! Tu hai paura di lei. Non negarlo. Hai paura

«Paura di mia madre

«Sì! Sì! Sì!»

Patrizio rimase interdetto.

Colei che si vedeva davanti, altera e bella nel disordine dei capelli, nel turbamento dell'aspetto e della voce, nella durezza insolita della parola, non gli pareva più la sua dolce, la sua sommessa, la sua quasi timida Eugenia. Quel non so che di fanciullesco, di spensierato, di allegro, di verginale che ne formava l'incanto era sparito. Tutti i lineamenti di lei parevano cambiati di punto in bianco, con quelle sopracciglia aggrottate, con quegli occhi dallo sguardo incerto, con quelle labbra aride e contratte, con quella persona che pareva ingrandita, tanto il busto si ergeva fiero in quell'istante, elevando la testa e il collo gonfio dallo spasimo.

«Sì» continuava fissandolo «hai paura di lei! Ebbene, che pretende tua madre? Ora sei mio. Sei suo figlio, ma sei mio! Mio, perché ti voglio bene quanto lei, anzi più di lei. Ella ti ama come madre, io come moglie; ed è diverso. Ella ti ha dato il latte... Io, il mio amore, l'anima mia, tutta me stessa!... Ti appartengo, come tu mi appartieni

E l'afferrò tra le braccia furiosamente, quasi fosse qualcuno che volesse rapirglielo.

«Mi appartieni... Sei mio! Non sei più suo! No!... Non sei più suo! No! No!...»

E, al balbettio di queste ultime parole, Patrizio sentì irrigidire tutto il corpo di lei, che si stirava con le braccia tese in avanti e i pugni stretti.

«Eugenia! Eugenia!... Mamma!...»

La sollevò, l'adagiò sul letto, cercando di frenare il dibattito di tutte le membra nella convulsione crescente, e tornò a chiamare più forte:

«Mamma! Mamma

Eugenia si agitava, mugolando, svincolandosi a scatti. La signora Geltrude picchiò ripetutamente dietro l'uscio di comunicazione delle due camere. Era chiuso col paletto; Patrizio dovette abbandonare Eugenia un istante per correre ad aprirle:

«Mamma! Ah, mamma

Ella si fermò a pochi passi dall'uscio, severa più dell'ordinario, colpita dallo spettacolo di quel giovine corpo agitato dalla crisi nervosa.

«Lo vedi? È un'isterica! E non volevi credermidisse senza scomporsi.

«Mammaurlò Patrizio, vinto dallo sdegno.

E si volse alla vecchia donna di servizio, accorsa al grido:

«Dorata, presto, il dottor Mola!... Presto!»


 


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