Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Profumo
Lettura del testo

AI FAMILIARI.

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«Chiudano gli scuri; lasciamola riposare» disse il dottore, riprendendo il cappello e la mazza deposti su la seggiola accanto all'uscio. «Tutto va bene, la crisi è terminata. Niente di grave; si rassicuri

Patrizio guardava, inebetito, quella strana figura alta, magrissima, e che pareva avesse sofferto una schiacciatura tra due tavole, tanto alcune parti del volto - la fronte, il naso, le labbra - accennavano a mostrarsi quasi di profilo pur guardate di faccia. Una corona di barbetta grigia contornava il viso da un orecchio all'altro, arricciata qua e in direzioni diverse; e gli occhi neri come il carbone, sotto le sopracciglia setolose, sembrava volessero proiettarsi dietro la fuga del gran naso aquilino e cartilaginoso, che dava carattere di vivace intelligenza a tutta la fisionomia.

«Niente di grave dunque?» ripetè Patrizio.

«Se volessi, potrei sbalordirvi coi paroloni di moda. Ma, voi lo sapete, caro signor Agente; quantunque medico, credo così poco all'arte da me professata, che quasi quasi dovrei smettere. Non ho però rimorsi di coscienza. Faccio del mio meglio. C'era un solo gran medico: Dio! La scienza lo ha abolito. Io che ci credo ancora (e non posso correggermi, ho sessantanove anni) nei casi difficili mi raccomando a lui, cioè gli raccomando il cliente. E se questi guarisce, ringrazio il gran medico per lui. I contadini, che lo capiscono, portano il voto di cera o di argento al Santissimo Cristo alla Colonna, o alla Madonna delle Grazie. Qualche pollo, un mazzo di asparagi sono anche troppo, povera gente, per me. I signori però devono compensarmi delle scale che salgo e scendo e dell'incomodo di scrivere le ricette. Con voi pago un debito di ospitalità... Non siamo selvaggi a Marzallo. Su, venite di , lasciamola riposare

«E dopo, quando si desteràinsisteva Patrizio.

«Buon brodo, e animo tranquillo. Niente altro.»

Patrizio, che aveva già chiusi gli scuri della finestra, non sapeva staccar gli occhi da Eugenia, distesa abbandonatamente sul letto, nell'abbattimento che segue le crisi nervose.

«Animo tranquillo, soprattutto» soggiunse il dottore, tirandolo dolcemente fuori della camera. «Dicevate che questa è la prima volta che le accade e per un dispiacere insignificante. Può anche darsi che sia sintomo...»

Patrizio rispose di no con lieve cenno della testa.

«Vedremo» riprese il dottore, contraendo te labbra a un sorriso. «Tornerò questa sera, per precauzione. Siamo vicini

Eppure Patrizio avrebbe voluto trarlo in un angolo, fargli una lunga confidenza e consultarlo su molti punti scabrosi. Quel vecchietto (di semplicità affatto antica, di cultura poco ordinaria per medico di paesetto), conosciuto nell'occasione d'una delle solite ricadute della signora Geltrude, poco dopo il loro arrivo a Marzallo, e poi riveduto per la stessa ragione parecchie altre volte, era arrivato a ispirargli fiducia. Patrizio sentiva già rimorso di avergli detto che l'accesso nervoso di Eugenia era stato cagionato da un dispiacere insignificante. Pure, anche sollecitato da questo pungolo, non riusciva a pronunziare la parola: Senta! che gli si agitava su la punta della lingua da un quarto d'ora. Era sopraffatto dal pudico ritegno di svelare a un altro, quantunque fosse un dottore, quasi un confessore, i più intimi segreti dell'anima sua, cosa sacra!

Intanto il pensiero del risveglio di Eugenia lo rendeva ansiosissimo. Ella avrebbe ricominciato! Gli pareva che con quella crisi nervosa si fosse chiuso il felice ma troppo breve intervallo della sua pace domestica, e iniziato un avvenire di lotte intestine fra tre esseri che avrebbero dovuto amarsi, anzi adorarsi mutuamente nella dolce solitudine che li accoglieva. Ah! Quel cattivo presentimento non lo aveva ingannato. Lo scongiuro col prezioso vasetto arabo non era giovato a niente!

Diede qualche indicazione ai commessi e rientrò presso Eugenia in punta di piedi. Ella riposava tuttavia. Davanti alla giacente, abbattuta dalla crisi che l'aveva scossa come vento furioso i rami di un alberetto, Patrizio si sentì risalire dal fondo del cuore la viva indignazione prodottagli dalle dure parole di sua madre.

Che? Alla vista di quella povera creatura, le viscere non le si erano mosse a pietà, se non per lei, almeno per lui che le gridava soccorso? Dunque, la odiava davvero! E perché mai?

Se lo domandava, come la povera creatura che poc'anzi ne aveva pianto.

Che terribile crollo! E assieme con la sua pace, sentiva già crollare quella ch'era stata la colonna maestra della sua vita: la gran riverenza per la madre! Quando sua madre gli aveva fatto sorda opposizione perché non prendesse moglie; quando si era mostrata prima fredda, poi ostile alla persona che pure avrebbe dovuto esserle cara perché carissima a lui, egli aveva trovato una ragione: la cecità dell'amor materno! Ma questa volta l'istinto materno gli pareva proprio brutale; ben più che brutale, spietato. Al cospetto di una creatura che soffre, al cospetto del proprio figlio che invoca soccorso per lei, arrestarsi e poter dire freddamente: «Vedi! Non m'ingannavopassava il segno. Il suo cuore si ribellava. Occorreva intendersi, e subito; stabilire un modus vivendi da rendere possibile la loro esistenza. Egli avrebbe avuto il coraggio di provocare una spiegazione, e affrontarla, rispettosamente, sì, ma con forza, senza mezzi termini. Era suo dovere di figlio e di marito. Se si fosse risoluto prima, forse quel che accadeva sarebbe stato evitato. Debole, per rispetto filiale, ora non voleva essere più tale.

«Forse è bene che le cose siano state spinte all'estremo. Si eviteranno nuovi equivoci

Passeggiava affrettatamente per la camera, volgendosi spesso dalla parte del letto, passandosi la mano tra i capelli, tirandosi la punta della barba, arrestandosi a un tratto, quasi per domandarsi se tutto quell'orrore non fosse poi maligno prodotto della sua immaginazione alterata.

Era realtà!

Guardava attorno per la cella bianca, semplicemente arredata; e il silenzio, nella penombra, gli faceva sinistra impressione.

A intervalli gli arrivavano, a traverso gli usci non ben chiusi, gli scoppi di risa dei commessi, o il rumore d'una lor breve disputa, che lo respingeva, quasi con un urto, alla coscienza della propria condizione di funzionario, ai minuti particolari delle cose di ufficio: un lavoro da sollecitare, la Commissione per la ricchezza mobile da convocare, un'ispezione da intraprendere; lampi che gli guizzavano nel cervello e si estinguevano subito, per abbandonarlo alla ruota di tortura che forse non si sarebbe arrestata più mai! Già ripensava alla madre, che frattanto se ne stava di , in camera sua, sola sola, ruminando livore contro la nuora; probabilmente anche irritata contro di lui per quel: «Mammastrappatogli dalla indignazione nel terribile momento.

«Ha torto. Glielo dirò in visoesclamò, accompagnando allo scatto della voce un vigoroso gesto della mano.

Avea preso una risoluzione. E picchiò all'uscio.

 

Al cospetto della madre, emaciata, più che dagli anni, dalle sventure patite; che era stata bella, ma che della bellezza serbava traccia soltanto nella severità dei lineamenti, accresciuta dallo squallore della carnagione e dalle rughe, tristi impronte lasciatevi dalla cattiva sorte, Patrizio comprese d'un tratto che avrebbe avuto torto lui, se avesse parlato come si era proposto. La signora Geltrude, che non aveva mai smesso il lutto, raggrinzita in quel punto su la vecchia poltrona testimone di tutti i suoi dolori e di tutti i suoi pianti inconsolati, aveva appena voltato la testa e appena appena levato verso di lui gli occhi socchiusi, con mossa interrogativa, diffidente; e questo gli spense ogni sdegno, gli aggelò la parola nelle fauci, gli fece abbassare la fronte come a un colpevole.

«Mamma!» egli disse, accostandosele a mani giunte. «Perdonami

Ella brontolò a mezza voce parole inintelligibili, aprendo gli occhi per guardarlo in viso.

Parve si attendesse qualcos'altro. Vedendo che suo figlio continuava a tacere, abbandonò di nuovo il capo su la spalliera e tornò a socchiudere gli occhi. Patrizio era meravigliato e deluso di non sentirsi domandare: Come sta Eugenia? o tua moglie, colei, in qualunque modo ella avesse voluto chiamarla!

«Non mi hai perdonato! Non vuoi perdonarmiscoppiò a dire. «Oh, mamma! E non ti accorgi che così mi fai patire pene d'inferno

Ella si rizzò lentamente su la vita, appoggiò le mani alle ginocchia, inarcando le braccia, e, con labbra tremanti, rispose:

«E le mie sono forse pene da nulla? Ti sei lasciato stregare!... Sei tutto suo! Io non conto più niente per te!»

«Come puoi immaginarlo, mamma

«Non lo immagino, lo vedo. Avete dei segreti, ve li andate susurrando all'orecchio qua e , evitando la mia presenza, cogliendo ogni più lieve pretesto per evitarla. Sono di troppo - l'ho capito - non per te, no, per colei. Ma non posso andarmene via, per farle largo. Il Signore non mi vuole; mi lascia qui, in castigo de' miei peccati, forse; forse, pe' suoi disegni che non possiamo sapere. Dovrete sopportarmi ancora un po'. Poi sarete liberi; sarete pur liberati di questa incresciosa

«Che mai dici, cara mamma

«La verità, l'evangelo. E non me ne curerei, se si trattasse di me soltanto. Sono cosa inutile oramai, spazzatura da buttare in un canto

«Che mai dici, mamma! Che mai dicireplicava Patrizio, cacciandosi le mani tra i capelli, inorridito di sentirla parlare a quel modo.

«Ma penso a te! Penso a te!» ella continuava imperterrita, scrollando il capo. «Tu non ti guardi allo specchio, o ti guardi così di sfuggita da non poter accorgerti quanto sei mutato e invecchiato da sei mesi! Non potresti riconoscerti. Lei se lo beve il tuo sangue! Lei se l'assorbisce la tua carne, il midollo delle tue ossa, la tua vita!... Io sono impotente a lottare con lei. È giovane, è bella, è amata. Ti ha stregato! Che posso più fare io? Ti avvertii in tempo; ti ho avvertito dopo; ti ho sempre ripetuto: «Bada! Bada!». Non mi hai dato mai retta; hai fatto sempre a modo suo. Che pretende, più di quel che ha ottenuto? Vorrebbe forse che io le dicessi: «Mi hai tolto il figliuolo; grazie! Mi divori il figliuolo; grazie! grazie!». Tu intanto, non che essermi grato, mi credi esaltata - l'hai detto una volta! - e prendi parte in favore del vampiro che ti succhia il sangue! E vieni qui...»

«Zitta! Zitta, mamma, per caritàgridò Patrizio. «Mi sento impazzire

Si teneva strette le tempie tra le mani, quasi a impedire che gli scoppiassero.

Aveva avuto in vita sua molte tremende giornate. Si era visto più volte l'abisso della miseria spalancato sotto i piedi, pronto a inghiottire sua madre, lui, la sua giovinezza, il suo avvenire, e quando più gli era parso che una buona speranza, dopo mille sacrifizi e mille stenti, fosse sul punto di realizzarsi. Il dolore del disinganno e il terrore del presente gli avevano atterrata ogni forza vitale, quasi spezzata la intelligenza; e gliene sovveniva spesso il ricordo, dopo che la protezione d'un vecchio amico del padre, fedele anche nella sventura, gli aveva inaspettatamente tesa quella tavola di salvezza del posto di Agente delle tasse, traendolo fuori della tempesta, fuori d'ogni angustia giornaliera. Ma cercava invano nei ricordi una terribile giornata come quella, uno scoppio così improvviso di circostanze da nulla, da cui veniva prodotta tale rovina, che egli si sentiva soccombere sotto le macerie, senza speranza di aiuto.

E tornava a premersi le tempie, ripetendo:

«Mi sento impazzire

Stette così qualche istante, poi lasciò cadere le braccia, desolatamente; e buttandosi ginocchioni davanti a la mamma, le prese le mani e cominciò a baciargliele, dicendo con voce interrotta:

«Abbiamo torto tutti e tre! Non c'intendiamo! Non ci siamo mai spiegati! Ne riparleremo più tardi. Intanto, lasciamo che gli animi si calmino. E allora tu, mamma, vecchierella mia, santa mia, ti avvedrai che non solo non hai quasi perduto il figlio, come ti figuri, ma ne possiedi due, che ti vogliono bene egualmente... due, due! Te ne avvedrai!...»

Né si voltò indietro, per non veder il crollar continuo di quella grigia testa, che gli rispondeva ostinatamente: No! Noi No!

 

Eugenia riposava ancora.

Dorata, la vecchia serva, era venuta a sedersi a piè del letto, con le mani incrociate sul seno, la testa moresca, coi capelli arruffati, un po' abbandonata su la spalla, con le labbra aggrinzite ancora dallo stupore di quel che aveva visto e che non sapeva spiegarsi.

Vedendo entrare il padrone non si mosse. Si era già abituata a non parlare senza essere interrogata; e al cenno di Patrizio si levò dalla seggiola e uscì nel corridoio.

Patrizio, per non far rumore, prese il posto di lei, accavalciò una gamba su l'altra, stese un braccio lungo la sponda del letto, e stette ad attendere che Eugenia si destasse.

Il terrore di quel risveglio gli faceva strizzare gli occhi di tanto in tanto.

«Che cosa dirle? Come farle intendere la strana gelosia della mamma?... Ah, mamma! Ah, mamma

E poc'anzi gli era sembrato di essere tanto forte da poter ribellarsi a quel giogo che lo avea domato e lo riduceva un fanciullo. Si era rallegrato innanzi tempo. Un senso di compassione e d'intenerimento per lei già gli s'insinuava nel cuore.

«Povera mamma! È vissuta tutta per me! Non sa rassegnarsi a spartire con un'altra l'affetto dell'unico figlio!... Fissazione! Debolezza! Come fargliene una colpa

E si accusava:

«Sono stato egoista! Avrei dovuto sacrificarmi a lei, far tacere ogni mio sentimento; ubbidire a occhi chiusi. Avrei sofferto io soltanto. A quest'ora, probabilmente, non soffrirei più... Signore Iddio! È così difficile la vita

Cominciava a comprendere che l'isolamento, le sventure, fin gli studi, fuori d'ogni personale esperienza, eran serviti a falsargli la prospettiva della realtà, a renderlo impotente a qualsiasi lotta. La fragile creatura stesa , prostrata dalla crisi nervosa, ne sapeva più di lui; vedeva chiaro, vedeva giusto; possedeva il senso pratico della vita, che a lui mancava affatto. E perciò s'era rivoltata, proclamando il suo diritto: «Ora sei mio! Ora sei mio!». Si ingannava però, rimproverandogli: «Picchio, e non mi senti! Chiamo, e non mi rispondi!». Se la sentiva! Se gli affluivano pronte alle labbra le affettuose risposte a quegli appelli! Forse egli aveva preso troppo alla lettera le parole del medico, consultato avanti il matrimonio, intorno al temperamento di lei, allorché la mamma gli aveva detto: «Cieco! Cieco! Non t'accorgi ch'ella è un viluppo di nervi?». Il medico aveva sorriso, alzando le spalle: «Chi non è nervoso a questi lumi di luna? Le donne poi, caro signore, son diventate oggetti fragilissimi, da maneggiare con cautela, se non vogliamo vederceli rompere fra le dita!». Egli s'era contenuto e si conteneva per questo! Ed ecco le belle conseguenze!

Ogni istante che passava accresceva il suo turbamento. I tocchi delle ore, che la soneria guasta dell'orologio del campanile ripeteva affrettatamente, due, tre volte di seguito, lo facevano sobbalzare, quasi gli martellassero dentro il cervello.

«E se la crisi nervosa si rinnova? Se è segnale di terribile malattia!... Se la mamma ha ragione?... No: il male non avrebbe atteso sei mesi prima di manifestarsi

E si consolava osservando che il volto di Eugenia aveva ripreso l'aspetto ordinario. La respirazione era placidissima; il sonno le coloriva i pomelli delle guance con lieve tinta incarnatina; le labbra sembrava sorridessero a qualche dolce fantasia che le appariva in sogno. La mano posata sull'orlo del guanciale, presso la faccia, era un atto di carezza.

«Buona creatura! Le devo tanto! Mi son sentito così felice nel legarmi a lei per tutta la vita! Bisognerà però affrettarsi a consultare il dottor Mola, e dirgli tutto, tutto! senza sciocchi ritegni

Eugenia aperse gli occhi.

Pareva stupita di trovarsi mezza discinta sul letto; e, rizzàtasi sopra un gomito, guardava attorno confusa e vergognosa, cercando di raccapezzarsi, di rammentare.

«Che è stato? Mi è venuto male

«Oh, cosa da niente!» s'affrettò a dire Patrizio.

Le accarezzava il viso, le ravviava i capelli, domandandole: «Come ti senti

«Fiaccata, con le ossa rotte!... Apri gli scuri... Ah!»

Ricordava.

Patrizio, tornando presso il letto, la trovò col viso nascosto fra le mani, singhiozzante.

«Eugenia

«Lasciami!... Lasciami stare!»

«Vuoi proprio ammalarti

«Che cosa posso farci? Non so resistere!» ella rispose, asciugandosi gli occhi e ricacciando indietro le ciocche dei capelli in disordine.

«Non pensarci, divagaticercava di persuaderla Patrizio. «Ne ragioneremo dopo, quando sarai tranquilla. Allora soltanto potrai comprendere... Riderai di te stessa, come ne rido io, vedi? Ne rideremo insieme

«La mamma?» ella domandò, esitante, avendola cercata invano con lo sguardo.

«È in camera sua. Non sta bene, al solito... Manderò a chiamare il dottor Mola... Sentendo che t'era venuto male, ella accorse qui... subito!... Fu tutt'a un tratto. Non hai dovuto avvedertene. La commozione, l'agitazione... E sei caduta fuori di sensi tra le mie braccia!... Anche per debolezza, dice il dottore... Che?... Non ti sei neppure avveduta del dottore un'ora fa? Sai?... Egli sospetta... Fosse vero!... Non alzarti da letto, riposati ancora un pochino. Dovresti prendere una buona tazza di brodo. È pronto. Ti farà bene. Più tardi?... Quando tu vorrai.»

Parlava affrettatamente, per sviare il discorso e non darle tempo di scorgere l'imbarazzo prodottogli dalla sua contraddizione a proposito del dottore.

«Temo» egli continuava «che tu non soffra, sopra tutto, per la solitudine in cui viviamo

Eugenia fece un cenno negativo con la testa:

«Ero abituata così a casa mia. Uscivamo raramente; la domenica soltanto, per la messa. Tu lo sai: visite poche, passeggiate pochissime, appena tre o quattro, d'estate, nelle sere più calde

«Avevi però le tue sorelle, così allegre e chiassone

«Non mi divertivo a quel chiasso loro.»

«E qui sei sola affatto.»

«Se la mamma si mostrasse un po' più buonarispose Eugenia dopo breve pausa.

«Non badare a lei, te ne prego! È buona a modo suo. Prendila com'è.»

«Questo volevo fare! È stato impossibile. Anche tu...»

Al gesto d'impazienza sfuggito a Patrizio, che alzò gli occhi alla volta reale della cella, Eugenia si levò rapidamente, si mise a sedere sul letto; e posate le mani su le spalle del marito, lo guardò fisso in faccia, con aria d'affettuoso rimprovero:

«Ascoltami, non sdegnarti!...»

Ma egli la interruppe; e, presàla pei polsi, portò le care mani alle labbra:

«Sono diacce

«Ascoltami» ripetè Eugenia, senza tentare di ritrarle. «Quando tu, col viso di chi una cattiva notizia, venisti a dirmi: «Ufficio e alloggio sono in un convento!» te ne ricordi? io ne fui così contenta, che tu mi guardasti stupito. Non ti ho mai spiegato il perché di quella mia contentezza. Voglio dirtelo ora. Pensai subito: «In un convento saremo più liberi che non nella piccola casa di Castroreale, o in qualunque altra». E di mano in mano che tu me lo descrivevi, immaginavo le nostre future scappate pei corridoi, per la selva, per la terrazza, senza la continua sorveglianza della mamma, che mi pareva inceppasse ogni tuo movimento e metteva in disagio anche me... Nelle prime settimane fu proprio così. Avevo fin dimenticato le cattive impressioni di Castroreale. Ma la mamma non tardò molto a riprendere il suo primo contegno. Qui, in un edifizio così vasto, doveva apparirmi più chiara l'avversione di lei, perché qui si vedeva benissimo ch'ella faceva ogni cosa a posta, per farmi dispetto, per farmi capire...»

«No! No!» disse Patrizio, baciandole ripetutamente le mani.

«Che guardidomandò Eugenia, vedendolo fermare all'improvviso.

«È strano...» egli rispose. «Si direbbe che tu te le sia stropicciate con la zagara... Ma non è la stagione. Hai forse un profumo di fiori d'arancio

«Lasciami sentire...»

Ella voltava e rivoltava le mani, odorandone la pelle come un fiore.

«È vero: pare che io abbia toccato della zagara e che me ne sia rimasto l'odore... Si avverte appena però...»

«Anzi, al contrario! Senti?... Anche ai polsi...» soggiunse Patrizio...

E tirò in su, curiosamente, una manica di lei fio al gomito.

«Pure al braccioesclamò, meravigliato. «Senti, senti

Eugenia si strinse nelle spalle:

«Sarà stata la lavandaia, che avrà voluto profumarmi la biancheria...»

«Può darsi

«Dunque, come ti dicevo...» ella cercò di riprendere.

Patrizio portò rapidamente l'indice della mano destra alle labbra per significarle: Silenzio!

«Animo tranquillo e buon brodo, ha raccomandato il dottore

E affacciatosi all'uscio che dava sul corridoio, chiamò:

«Dorata! Dorata

Eugenia persisteva nella sua idea.

Finito di sorbire la tazza di brodo recata dalla donna, messasi a sedere su la sponda del letto, ravviata la veste e passàtesi le mani sul volto, attirò Patrizio tra le ginocchia, cingendogli le braccia attorno il collo.

«Bada!» gli disse. «Io non cedo. Non ho ceduto ai miei, quando mi agitavano dinanzi a gli occhi lo spauracchio di una vita randagia, senza nessuna sicurezza per l'avvenire; non cederò, mettitelo in mente, nemmeno con tua madre

«In che cosa dovresti cedere?...»

Egli affettava un tono di gentile canzonatura, per mascherare l'agitazione che le parole di lei gli producevano.

«Intendo» riprese Eugenia seria seria «intendo: che voglio esser libera, con libertà santa e giusta, si capisce! Intendo che ti voglio sincero con me, come da un pezzo non sei più, sì, come da un pezzo non sei più! Mi credi tanto stupida da non capirlo

E all'improvviso gli si abbandonò con la fronte sul petto, mormorandogli quasi in tono di preghiera:

«Pensa che ora non ho altri che te! Pensa che tu sei tutto per questa povera creatura che ti vuol bene! Oh Patrizio! Il mio cuore è uno specchio così limpido che neppure il fiato l'appanna... Puoi mirarviti quando tu vuoi! Sul tuo cuore, invece, c'è spesse volte un velo grigio, che m'impedisce di vedervi bene quando più avrei bisogno di vedervi bene. Non ce lo voglio! Strappalo! Che cosa chiedo infine? Se io ti sentissi sincero, non mi curerei di nient'altro! Hai forse qualche doloroso segreto?... Mettimene a parte; voglio soffrire assieme a te!»

«Vedi come ti ecciti?... Come esageri?...»

E sollevandole la testa, soggiunse:

«Dammi una prova del tuo amore, Eugenia; te ne scongiuro, non tornare su questo soggetto, almeno per ora! Ti fa male; fa male anche a me...»

«Non ne parlerò... Ma... sarai tu sincero da oggi in poi?»

«Sì, sì, come sempre!...»

«Proprio sincero?...»

«Sì!»

«Ebbene... allora...» ella riprese lentamente, fissandolo, «allora dimmi... perché... la mamma... No, non voglio saperlo! Me lo dirai quando ti parrà

E gli si avvinse di nuovo al collo, arrossendo di essersi così presto contraddetta, e ripetendo con voce soffocata:

«Non voglio saperlo! Non voglio saperlo


 


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