Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Profumo
Lettura del testo

AI FAMILIARI.

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Patrizio era stato fermato dal dottore a piè degli scalini della chiesa del Rosario:

«Faccio come i vecchi miei pari, caro Agente; prendo la benedizione ogni sera. Guardate: siamo tutti vecchi, uomini e donne, quelli che usciamo dalla chiesa in questo momento. Voialtri giovani non sentite bisogno di Dio; la vita vi basta, per ora

Patrizio scrollò la testa.

«Credere è una gran cosa!» disse. «Ma non crede chi vuole.»

«Forse è vero. In gioventù ho dubitato anch'io. L'immortalità dell'anima, per esempio, repugnava alla mia ragione. Piccola ragione, che pretendeva comprendere le cose grandi, la immensità

«Mi accompagni al camposanto, se non ha altro da fare.»

«Volentieri

Per via, il dottore riprese.

«E l'istinto affettuoso, che vi attira ogni sera alla tomba di vostra madre, non è sufficiente a convincervi

«Il cuore non convince. Mia madre continua a vivere dentro di me; la sua memoria mi è sacra, quantunque...»

S'interruppe, procedendo a capo chino, strizzandosi le mani.

«Che vita sbagliata la mia!» esclamò con un sospiro.

«Siete in un momento di sconforto. Passerà

«Ecco dove termina tutto!» rispose Patrizio, additando la porta del camposanto.

«Per ricominciare di . È un gran mistero

Entrarono e percorsero, silenziosi, il viottolo centrale.

«Pare un luogo abbandonato» diceva il dottore. «Le erbe selvatiche invadono il terreno, avvolgono le croci, sconquassano le pietre dei tumuli. Che desolazione! Poveri morti! Nessuno se ne cura più. Lei è un'eccezione. Nei nostri piccoli paesi, il popolo non si è ancora abituato a credere alla santità di questo luogo, sebbene lo chiami camposanto. Parecchi commettono tuttavia delle truffe, quando possono trovare sagrestani compiacenti; di notte, fanno seppellire in chiesa il morto, e mandano qui la cassa vuota. Ci sono stati dei processi

Si fermava ora per leggere qualche nome mezzo scancellato dalla pioggia, scostando con la punta della mazza le erbacce che coprivano la rozza lastra di pietra; ora per rialzare qualche croce pencolante; ora per levarsi il cappello davanti a una tomba di persona amica e recitare un requiem, facendo con la mano un rapido segno di croce.

«Era anche questa una selva di convento» riprese a dire. «Non vi sono più venuto da anni. Gli alberi son rimasti tal quale; crescono, intristiscono e nessuno vi bada, e nessuno li tocca più; muoiono sopra i morti, come questo melogranato. Contraddizione! È inaridito vicino alla tomba di una bambina. E accanto a quella , di un vecchio, quanti portoni attorno al ceppo di quell'ulivo carico di frutto

Patrizio, pratico del posto, andava avanti, calpestando l'erba e le piante selvatiche che ingombravano il viottolo a sinistra. In quel lato le croci erano più fitte; rozze pietre, meschini tumoletti di sassi e gesso biancheggiavano tra il verde, sgretolati, immiseriti, sormontati da croci di ferro munite di cartellini col nome della persona sepolta. Un ulivo dai larghi rami proteggeva una tomba; brevi siepi di alloro si allargavano di qua e di , tra i mandorli e i fichi dalle braccia contorte e biancastre, rade di foglie; dietro macchie di mortelle e di spino spuntava una piramidetta, un cippo, un alto fusto di croce ornato di corone avvizzite. Il terreno si elevava sassoso, più incolto e più ingombro verso la roccia che fiancheggiava il convento, forata da grotte mezze nascoste da piante di fichi d'India e da oleastri. La signora Geltrude era stata sepolta in una di esse, e la sua si distingueva a distanza, pei fiori che ornavano lo spazio davanti al cancello di ferro.

Patrizio si scoperse il capo, e il dottore lo imitò. Dalle piante che sormontavano la grotta due uccellini, pigolando, pareva accompagnassero la preghiera che il dottore mormorava a capo chino e occhi socchiusi. Patrizio non diceva nulla. Guardava fisso, in fondo alla grotta, la lapide murata nel centro, contornata di rami di alloro e di mortella; e sembrava volesse penetrarla per vedere il cadavere della sua povera mamma addormentata nel sonno eterno.

«Ho passato tante ore seduto !» egli disse, accennando una grossa pietra d'arenaria poco distante. «Nei primi giorni, chiamavo, invocavo mia madre, tra le lagrime, aspettando, nella follia del mio dolore, un segno che mi rivelasse di essere udito e ascoltato da lei. Ora - ah, caro amico, ecco quel che mi rende così triste! - ora, invece, vengo qui con un senso di rancore che non so vincere; vengo quasi soltanto per offrirle lo spettacolo delle angosce della mia vita ch'ella volle così qual è, e che avrebbe dovuto essere tutt'altra! Vengo perché ella sappia che abbiamo sbagliato tutti e due, e che io non ho la forza di rimediare! È orribile, è vero

Il dottor Mola non sapeva che rispondere e lo guardava stupito.

«Sì, abbiamo sbagliato! Fra qualche mese avrò trent'otto anni, e mi sento fanciullo senza esperienza, senza forza, intimidito dal subbuglio della vita che ignoro, roso dal dubbio che io non apporti male più agli altri che a me stesso, e non formi la infelicità di colei che pure vorrei la più felice del mondo

«Vostra moglie? Perché?» disse il dottore, coprendosi il capo.

«È il segreto che mi soffoca! Non ho saputo legarla a me, non ho saputo farmi amare! Non ho saputo...»

«Vi ingannate. Non è possibile; quella buona signora...»

«La colpa non è sua!»

«Vostra? Non me ne persuado. Vivete da eremita; siete un santo, se non per fede, per le opere...»

«Sono un infelice

«Come vi perdete facilmente d'animo! Non lo avrei mai creduto

«È vero! È veroesclamò Patrizio.

Pareva che singhiozzasse; e il dottore gli si accostò e lo prese paternamente per le mani.

«Via! Viadisse. «Dovreste tener conto che la vostra signora è ancora un po' malata, quantunque non sembri. Certe stranezze del suo carattere vanno attribuite ai nervi. Io non so precisamente di che cosa si tratti e non vorrei essere indiscreto; ma son sicuro che voi date corpo a delle ombre, e che scambiate i fantasmi della vostra immaginazione per realtà

«Può darsi; e il male sta qui!» rispose Patrizio, abbassando il capo sconsolatamente. «Il mio passato mi opprime. In questo momento vorrei sfogarmi con lei, e un fanciullesco ritegno mi tronca le parole in gola. Così con Eugenia. Così!... Eppure l'amo. Darei la mia vita per farglielo intendere. E poi, quando mi stende le braccia e mi grida: «Voglio essere amata! Voglio essere amata!» mi sento irrigidire, quasi quel grido offendesse qualcosa di sacro dentro di me: lei stessa! So, so da che proviene questo sentimento; ma saperlo non giova. Mi è rimasto un invincibile senso di avversione e di nausea dei primi e soli abbracci venali provati in gioventù. Oh, quelle carezze, quei baci che simulano l'amore, che profanano l'amore! Non li ho potuti dimenticare. E il convincimento che l'amore santo, di marito e moglie, dovrebbe essere tutt'altro... Fissazione

«Infatti è un'altra cosa. Sacramentum magnum, dice san Paolo

«Che dolori, dottore, e che complicazioni nella mia vita! Eugenia colpita, e da qual male! Mia madre...»

E corse al cancello, e vi si appoggiò, tendendo le braccia alla tomba, come invocando soccorso:

«Lasciami in pace, mamma! Perché sei ancora gelosa di lei? Perché ti frapponi ancora tra me e lei? Lasciami tutto a lei... Ora non hai più bisogno di me. Mamma! mamma

Il dottore lo strappò di .

«Vi proibisco di venir più qui» disse. «Siete troppo esaltato. Ve lo proibisco, come medico e come amico. Andiamo, andiamo via subito.»

Patrizio si lasciava condurre.

«Promettetemi che questa sarà, per ora, l'ultima vostra visita al camposanto. Promettetemelo» replicò il dottore.

«Ha ragione. Glielo prometto

«La solitudine vi ha fatto molto male. Riparate; siete in tempo

«Sì, sì» diceva Patrizio, senza intender bene in che maniera avrebbe potuto.

«Ne riparleremo in un momento più calmo» soggiunse il dottore. «Dimenticate, e per un pezzo, questa via. I vivi coi vivi, i morti coi morti. Dio vuole così! Basta rammentarli nelle preghiere. Gli eccessi, anche nel bene, diventano biasimevoli. La salute dello spirito, come quella del corpo, consiste nella giusta misura. Un vecchio e medico vi dice questo, tenetelo a mente

Patrizio si sentiva confortato, quantunque riflettesse che forse aveva promesso più che non potesse mantenere.

«I vivi coi vivi! I morti coi mortiripeteva dentro di sé.

E affrettava il passo verso casa, dove era condensata oramai la sua vera vita.

Riandava i giorni felici, quando il cuore gli s'era tutt'a un tratto svegliato. Rivedeva il terrazzino dove Eugenia gli era apparsa la prima volta, e sentiva la dolce commozione di quel giorno, specie di puntura, e ferita soavissima. Oh, i bei sogni delle prime settimane!... E tornava più indietro assai, a' suoi primi anni. Un'altra morta, Giulietta, da cui s'era sentito posseduto. Non l'aveva più rammentata da tanto tempo! E la rivedeva nel pianerottolo della scala, con la bambola tra le braccia... Indi, pallida, stesa immobile sul letto. E poi? Solitudine e silenzio! Dolori sopra dolori! Disinganni sopra disinganni!... E l'afflitta figura della madre, che gli stava accanto, che lo covava coi vedovi sguardi, come un tesoro. E sempre silenzio e solitudine!... Ecco perché; ecco perché. «I vivi coi vivi! I morti coi morti!» Che spietata filosofia in queste parole! Si sentiva confortato e, insieme, con un gran vuoto nel cuore.

Doveva ricominciare da capo; ritessere tutta la tela della sua vita, tentare l'impossibile!

E passando pel portone del convento, e salendo i pochi scalini che mettevano nel corridoio, gli pareva di sentirsi di nuovo avviluppare nella miserevole rete della solitudine e del silenzio, penetrare da quel freddo che le calde e affettuose parole del dottore avevano cominciato a dissipare. Nella penombra della sera, il corridoio sembrava allungarsi, allungarsi davanti ai suoi passi, con in fondo quella vetrata dalla luce scialba, che serviva soltanto a dare una paurosa idea della incalcolabile lunghezza, con quegli usci in fila, di qua e di , chiusi per sempre ad anima viva; sepolcro dove il destino li aveva spietatamente gettati perché vi vivessero la morte, senza speranza di resurrezione!

E gli parve naturale che Eugenia non avesse ancora pensato a far portare il lume in camera e che rispondesse appena al suo: «Buona serarimanendo appoggiata sul davanzale della finestra, con la testa fra le mani, povera creatura!



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