Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Profumo
Lettura del testo

AI FAMILIARI.

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«I vivi coi vivi! I morti coi morti

La mattina appresso, Patrizio passando davanti l'uscio di quella camera diventata il suo santuario e ch'egli rassettava e spolverava da sé perché mani profane non toccassero nessuno degli oggetti appartenenti alla sua povera mamma, spinto dall'abitudine, aveva già steso le mani al paletto per aprire; ma si arrestò, quasi il ricordo delle parole del dottore e della promessa a lui fatta gli avesse improvvisamente fermato il braccio.

In quel momento di straziante esitazione un leggero tremito lo scosse da capo a piedi, e gli occhi gli si gonfiarono di lagrime; pure fece uno sforzo; passò oltre, ed entrato nello studio, si mise ad esaminare le carte che ingombravano il tavolino.

La finestra era invasa dal sole. I passeri nidificanti per le grondaie riempivano la stanza col loro vispo cinguettio. Dalla spianata sotto la finestra saliva una vivace canzonetta cantata da voci femminili, interrotta ora da brevi risate, ora dalle grida rabbiose del Padreterno: «Figli di buone mamme, per non dir altro!» a cui rispondeva un coro di ragazzi, ripetendo con schernevole cantilena:

 

Don Giuseppe il Padreterno

Quando muore va all'inferno!

 

Con quel cinguettio, con quella luce, con quei canti, con quelle grida, larghe ondate d'allegria dilagavano nello studio e pareva animassero fino i volumi del catasto, coperti di rilegature di cartone e schierati negli scaffali. Patrizio buttò sdegnosamente le carte sul tavolino e si affacciò a la finestra, avido di empirsi i polmoni di quell'aria vivificante che gli pareva di non aver respirato mai. Sentiva in fondo al cuore un palpito di giovinezza, voleva mescolarsi con la serena letizia di quella gente, in quel mattino d'estate rinfrescato dalla brezza marina.

Laggiù, le contadine che sciorinavano i panni su per la siepe di fichi d'India, avevano ripreso la loro canzonetta; i ragazzi, rincorsi dal Padreterno e sbandati di qua e di per la spianata, gli ripetevano, a distanza, con crescente calore, la dispettosa cantilena:

 

Don Giuseppe il Padreterno

Quando muore va all'inferno!

 

E il Padreterno sbraitava, minacciando con le braccia in alto, tirando sassi ai più impertinenti per impedire che molestassero i nidi di passerotti nel muro della chiesa e del convento.

Chiappato il ragazzo che portava due lunghe canne legate insieme all'estremità con su un braccio di canna per traverso munito di un chiodo ricurvo, e strappategliele di mano, egli già stava per spezzarle, quando Patrizio gli gridò dall'alto:

«No, no. Lasciateli fare, don Giuseppe; lasciateli fare.»

«Ma possono rompere le tegole e i vetri della sagrestia» rispose.

«Lasciateli fare.»

Il Padreterno si strinse nelle spalle, e i ragazzi battendo lietamente le mani, lo accompagnarono fino alla porta del convento, urlandogli dietro:

 

Don Giuseppe il Padreterno

Quando muore va all'inferno!

 

Poi, radunàtisi proprio sotto la finestra dove era affacciato Patrizio, si rimisero alla caccia dei nidi, schiamazzando se le nidiate scappavano via di dalla siepe per la campagna, o a sinistra fra gli alberi della selva che rizzavano i rami fronzuti fuori del muraglione di cinta.

Che crudeltà quella caccia! Patrizio però provava un insolito compiacimento allo spettacolo di tutti quei ragazzi scalmanati che, dopo aver inseguito inutilmente i passerotti, si accapigliavano contendendosi i batuffoli di frascame tratti da un nido con l'uncino, per indovinare dal tepore di essi, se c'era o no la covata. Sì, era una crudeltà; ma era anche vita all'aria aperta, libero movimento, sincera fioritura della fanciullezza, cose tutte che la sua mala sorte gli aveva interdette e la cui mancanza avea prodotto - n'era già convinto, forse troppo tardi! - il triste germe di gran parte de' suoi dolori passati e presenti. Ah, se da ragazzo si fosse azzuffato anche lui, come quelli ! Se avesse dato anche lui pugni e sgraffi; se avesse fatto soverchierie, come il grandicello che in quel punto toglieva di mano violentemente al compagno il passerotto afferrato con più lestezza! Tutti costoro imparavano così a vivere nella società, provando la loro forza, esercitando le proprie passioni, uomini in miniatura sin da ora. Se avesse almeno pianto di dispetto, come quel ragazzo che andava via, voltandosi di tratto in tratto per insultare con parolacce il suo vincitore e minacciarlo: «Lo dirò a mio padre, lo dirò!».

E vedendo apparire a destra, in fondo alla spianata, Ruggero che veniva per la lezione di matematiche, Patrizio ebbe un egual senso di compiacimento e d'invidia per quel giovanotto baldanzoso che camminava lesto, a testa alta, con la sigaretta tra le labbra e un garofano all'occhiello, agitando la mazzettina di bambù, e chi sa con quali progetti di avventure amorose pel capo! Anche costui provava le sue forze, già uomo a diciotto anni!

Egli, egli soltanto doveva dunque rimanere sempre impacciato e legato da quell'ideale di vita falso e manchevole, la cui uggia lo aveva precocemente e, forse, irrimediabilmente intristito?

«Irrimediabilmente

Vi aveva rimuginato su ne la nottata insonne, mentre Eugenia dormiva rincantucciata a l'estremità opposta del letto, e il breve spazio che li separava gli era parso un'immensità frapposta tra i loro corpi e i loro cuori!

Ahimè! ella non si disperava più; taceva; la notte, rincantucciata , all'estremità del letto quasi per evitare il contatto di lui; il giorno, chiusa in un desolante mutismo del cuore! Da un pezzo, non più uno di quegli acuti gridi di passione che prima lo rimescolavano e lo conturbavano; non più! Doveva essere così. Aveva mai risposto a quei gridi con parole, con atti che potessero far credere a Eugenia di essere stata intesa? Era naturale ch'ella, dopo tanti inutili tentativi, si fosse persuasa della sordità del cuore di lui, d'una tale disparità d'indole e di carattere fra lei e lui da non potersene sperare alcuna conciliazione. E così soffrivano tutti e due senza dirselo, dissimulando anzi; con la differenza che la tristezza di Eugenia non era aumentata dal rimorso di esser la vera cagione di quello stupido malinteso, come avveniva per lui, e dall'impotenza di rimediarvi. Ed era tanto semplice! Sarebbe bastata una parola, sarebbe bastato un sol gesto, egli lo capiva benissimo; ma quella parola gli moriva su le labbra; ma si sentiva annodar tutto, internamente, nel punto di levare un braccio, di muovere gli occhi.

Se Eugenia fosse entrata in quel momento nello studio, se gli avesse detto uno di quei motti scherzosi dei primi mesi del loro amore a Marzallo, chi sa? tutt'a un tratto, gli si sarebbe forse snodata la lingua, forse egli le avrebbe tese le braccia con l'impeto ansioso che lo agitava... e tutto sarebbe finito! Ma Eugenia, o rimaneva di con Giulia che ora veniva quasi tutti i giorni, o andava fuori con lei e le sue sorelle e la zia Vita; e quand'era sola pareva presa da un tale furore di far da sé tutte le cosette di casa - conserve, estratti, cucito, fin la stiratura della biancheria - da far capire che voleva stordirsi a quel modo, e impedirsi di pensare stancandosi materialmente.

 

E intanto il chiasso dei ragazzi continuava sempre più vivo sotto la finestra. Tutti i buchi del muro della chiesa e del convento erano pieni di nidi; e il massacro di uova non ancora covate, di piccini implumi appena usciti dal guscio non repugnava neppure al ragazzo che con l'uncino frugava nei buchi e faceva proprio una fatica.

Anche Patrizio, senza badare a quella barbarie, sorrideva alla vista di tanti visini accesi, di tanti occhi sgranati, seguendo con lo sguardo le rincorse dietro i passerotti fuggenti; la zuffa per quelli che, non potendo volare, tentavano salvarsi saltellando, agitando le alucce troppo corte. Ora l'attenzione di tutti era rivolta a due passerotti aggrappati alla inferriata d'una finestra della sagrestia. Impauriti dalle braccia tese in alto, dagli urli, dai richiami imitanti il pigolio per indurli a venir giù, e minacciati con la canna, sfuggivano da una sbarra all'altra strillando soccorso dal padre e dalla madre che svolazzavano attorno e crocidavano rabbiosamente, incuranti del pericolo del colpo di canna con cui il ragazzo cercava di abbatterli.

Patrizio si sentiva ridiventato bambino. Se si fosse trovato laggiù, avrebbe preso parte a quella caccia, avrebbe tentato di arrampicarsi su pel muro mettendo i piedi nelle buche, come già faceva il maggiore dei ragazzi per raggiungere la breve altezza dell'inferriata; e quando i passerotti si decisero a prendere il volo e caddero per terra, gli parve proprio di dare spinte e urtoni, e urlare e ridere assieme con tutta quella ragazzaglia che li inseguiva; e alla fine, alzare il braccio vittoriosamente, come i due fortunati che avevano ghermito la preda.

Tutt'a un tratto, una voce interna lo richiamò alla realtà e lo fece impallidire:

«Tu mi dimentichi! Ingrato! Tu non mi vuoi più bene

E si voltò, quasi il rimprovero gli arrivasse affievolito, a traverso l'uscio di quella camera che poco avanti egli non aveva aperto.

«Buon giorno» disse Ruggero, entrando in quel momento.

 

Appunto quella mattina, Eugenia era rimasta insolitamente a letto fino alle dieci.

Da più giorni viveva agitatissima, col presentimento di un prossimo attacco del suo male che ella sentiva già ridestarsi, forse più violento di prima. Era avvinta da un greve torpore, da una stanchezza di tutte le membra, quasi per fatiche superiori alle proprie forze. I zufoli agli orecchi si ripetevano a intervalli sempre più vicini; l'aridità della gola, l'indurimento alla punta della lingua apparivano e sparivano durante la giornata, sintomi precursori. Ella li riconosceva benissimo e ne sapeva la ragione; per ciò non osava parlarne al dottor Mola.

Ahimè, il triduo alla Madonna dello Spasimo non era giovato a niente! Aveva fatto peggio anzi; le fiamme delle torce, il suono dell'organo, i canti, la solennità delle funzioni religiose, la voce del predicatore, le mura stesse della chiesa erano serviti soltanto ad accrescere il fuoco che le divampava nel petto.

Dall'ultimo giorno del triduo, aveva evitato d'incontrarsi con Ruggero. Inutile precauzione! L'immagine di lui le era rimasta fissata negli occhi quale lo aveva veduto in quei tre giorni, appoggiato al pilastro della cappella, di faccia a lei, divorandosela con lunghi sguardi da cui s'era sentita penetrare e invadere, quantunque, appena accortasene, si fosse imposta di non guardarlo più.

Nella terribile lotta interna tra il cuore e la volontà, i suoi nervi si esasperavano, si esaltavano.

«No, non voglio, no!»

Non aveva teso per questo le povere braccia alla Madonna? La Madonna intanto era rimasta sorda al grido d'angoscia scoppiatole dalle labbra a piè dell'altare, appello, preghiera e confessione insieme. L'aveva abbandonata! L'aveva abbandonata!

E, sotto la coperta, ficcava le mani tra i capelli, stringeva forte forte la testa per comprimervi e impedirvi quel rimescolio di pensieri, di immagini, di ricordi; quella tempesta di risoluzioni contraddittorie, di pretesti, di scuse; quelle intermittenze della volontà che la impaurivano più di tutto...

Non era sicura di sé. Nei sogni, in quei sogni interminabili, che riapparivano appena s'addormentava e l'agitavano, anche sveglia, come impressioni reali, ella cedeva, cedeva alle insistenze di Ruggero, gli veniva meno tra le braccia in luoghi strani: boschi, orride gole di rupi, grotte affumicate, dove enormi pipistrelli l'assalivano, sfiorandole la guancia con ali viscide, quasi a scancellarvi l'impressione dei baci!

Oh, quei baci! La loro voluttuosa sensazione persisteva, tentatrice, insidiatrice, nella veglia, ed ella se ne irritava; si indignava di sorprendersi in taluni istanti della giornata, per involontario consenso, nella delizia di assaporare il contatto delle labbra sognate, che non avrebbe potuto essere più soave, più tiepido, più vivo, se fosse stato veramente quello delle stesse labbra di Ruggero.

Eppure, finora, non si era tradita nemmeno con lui!

Era però mutata assai verso Patrizio. Sentiva uno sdegno sordo, una specie d'odio misto col disprezzo, al vederlo tranquillo, indifferente, incurante di lei, tutto della sua morta, della sua malaugurata morta, che non poteva, no, essere in Paradiso! Andata via col tossico nel cuore, contro di lei che non l'aveva offesa, proseguiva anche di la sua opera infernale!

Perciò ella si sentiva sconvolta, e gli orecchi le tintinnavano, le zufolavano, le davano sensazioni di scrosci di pioggia; per ciò le saliva dai piedi alla testa quel formicolio dei nervi che ricominciavano a distendersi, a contorcersi, quasi a provarsi per nuovi accessi, come in quel momento. Avrebbe voluto piangere; non poteva.

E nel portare le mani alla faccia, inaspettatamente sentì di nuovo, per la prima volta dopo tanti mesi, l'odor di zagara che riprendeva, percettibile appena.

Scattò a sedere sul letto.

Voltava e rivoltava le mani, annusandole, e spalancava gli occhi, pensando che ben presto anche Patrizio se ne sarebbe accorto. All'idea che tutti quei sintomi ora dovessero accusarla al cospetto di lui, rivelargli il colpevole affetto che la martoriava, si sentì agghiacciare.

«E se in qualche accesso di convulsione mi sfugge un nome?... E se faccio intendere, con scomposte parole di delirio, qualcosa di più grave di quel che non è accaduto

Scivolò tra le lenzuola, abbattuta, prostrata, con le mani avviticchiate sul capo, e gli occhi fissi alla volta quasi ingombra di nebbia nella semioscurità silenziosa.

Le pareva che quell'odor di zagara emanasse sottile sottile da tutto il suo corpo, e invadesse la camera, impregnando talmente l'aria che ella se ne sentiva stordire, quasi soffocare. Il respiro le diventò affannoso, la vista le si offuscò e negli orecchi tintinnii e zufolii s'avvicendarono con altri strani rumori che le intronavano il capo. Un sopore di sfinimento cominciò ad aggravarsele su le palpebre; strie luminose, iridate le tremolavano dentro gli occhi; l'odor di zagara continuava a esalarsi sottile sottile, spossandola, togliendole ogni forza del corpo, annichilendo ogni movimento della sua volontà; e, poco dopo, ella rientrava senza accorgersene nel regno dei sogni: stretti, lunghissimi corridoi dove Ruggero la inseguiva; alte rocce sovrastanti da ogni lato e tra cui egli la raggiungeva, la stringeva fra le braccia, la copriva di baci; nere grotte, dove gl'immancabili enormi pipistrelli agitavano le ali, atterrendola con quella sensazione di cosa fredda e viscida che le sfiorava la faccia.

«Eugenia! Eugenia

Non ancora ben desta, e mentre Patrizio tornava a chiamarla, vedeva sparire gli ultimi lembi del sogno quasi stracciato e disperso da un soffio improvviso. E quando si scosse, negli occhi tuttavia imbambolati le appariva il corruccio di essere stata svegliata in quel momento da lui.

Patrizio, che s'era affacciato appena con la testa dall'uscio e rimaneva aspettando una risposta, se ne avvide, ma non capì.

«Ti senti maledomandò.

«No. Mi levo subito.»

«Fa presto. Vieni in salotto

«Che c'è di nuovo

«Non turbarti... Un biglietto del sindaco. Ahimè! Era da prevedersi

«Insomma?»

«Giulia... è fuggita col Favi, la notte scorsa

«Oh, Dioesclamò Eugenia, balzando dal letto.

Ah! Neppure alla povera Giulia il triduo alla Madonna era giovato. «Mi faranno fare una pazzia!» L'aveva detto più volte, e l'aveva fatta!

Vestìtasi in fretta e in furia, coi capelli in disordine, senz'essersi lavata la faccia, finendo di agganciarsi il busto della veste, Eugenia s'era precipitata ansiosamente in salotto.

Patrizio teneva in mano il biglietto del sindaco.

«Ci prega di comunicare la notizia a Ruggero e di trattenerlo qui. Se ne sono accorti soltanto poco fa. La credevano in camera, a letto... Teme che Ruggero possa fare scandali e dar da ridere alla gente

«Oh, Dioripeteva Eugenia. «E dove sono andati

«Non si sa. Ho mandato Zuccaro a prendere informazioni. Tutto si accomoderà, senza dubbio. Intanto è un brutto momento. Condurrò Ruggero qui.»

«Sarà un gran colpo! Vuol tanto bene alla sorella

«Finisci di vestirti. Io torno nell'ufficio per impedire che qualcuno commetta l'imprudenza...»

Ella restò un momento in piedi presso il tavolino, sbalordita, ridomandandosi internamente:

«Dove sono andati

Poi, l'idea di doversi trovare di a poco faccia a faccia con Ruggero, di essere costretta a rimanere, forse l'intera giornata, sola con lui, le produsse una acuta agitazione, un fremito di paura per l'inevitabile pericolo; ma reagì contro se stessa.

Lavandosi, ravviandosi i capelli, si sentiva commovere da viva compassione, immaginando il dolore che egli avrebbe provato all'annunzio della triste notizia. Dovevano partecipargliela con cautela, fargliela indovinare piuttosto che dirgliela...

«È difficile. Povero giovane

Pensò di far preparare il caffè. Sarebbe stato un pretesto. Tra un sorso e l'altro, Patrizio o lei, o tutti e due assieme, avrebbero parlato. E diede l'ordine a Dorata.

Poi prese in mano un lavoro di uncinetto, assunse l'aria più tranquilla e più indifferente che potè, e sedette presso la finestra, in salotto, aspettando.

 

«Eugenia deve comunicarle non so che cosa. È verodisse Patrizio un po' impacciato.

«Segga, segga qui» ella soggiunse.

E gli stese la mano.

Ruggero li guardava perplesso, con un sorriso di curiosità sulle labbra, imbarazzato alquanto da quel fare misterioso. E la sua immaginazione fantasticava rapidissima per indovinare che potesse mai comunicargli Eugenia davanti al marito. Non doveva essere una cosa piacevole, lo deduceva dal contegno dell'Agente, dalla ruga che si contraeva su le sopracciglia di lei. E si mise in guardia.

Dorata portò le tazze col caffè. Eugenia si levò da sedere e ne offerse una a Ruggero.

«Troppo zucchero!» E, ridendo, egli soggiunse: «Per indolcirmi la bocca prima di darmi l'amaro».

Eugenia guardò Patrizio negli occhi, stupita, e si sforzò di sorridere.

«Ai suoi ordini» disse Ruggero dopo aver sorbito lestamente il caffè, stendendo il braccio per posar la tazza nel vassoio.

«Nulla di grave» rispose Eugenia con voce malsicura. «Cioè... un fatto doloroso, sì, ma che non produce mai cattive conseguenze... Il matrimonio sana tutto.»

«Sana tutto» ripetè Patrizio dietro la pausa di sua moglie. «Sventataggine da innamorati!... Biasimevole, chi lo nega? ma, in certe circostanze, scusabile. Lei, che è uomo e giovane, compatirà facilmente

Ruggero scattò dalla seggiola, pallido come un morto, con gli occhi smarriti, e fece per slanciarsi fuori del salotto. Patrizio lo trattenne. Eugenia, tremante, gli prese una mano, balbettando:

«No, no! Resti qui. Dove vuole andare

«Non dovevano farlo! Non dovevano!... Ah Giulia! Giulia

Mugolava, più che parlare, si strizzava le dita, pestava co' piedi, stralunava gli occhi:

«Non dovevano farlo! È un'infamia... Non dovevano

Non riusciva a dir altro, tentando di svincolarsi. Voleva correre dietro ai fuggitivi, andare a sputare sulla faccia a Corrado Favi per quell'affronto a una famiglia che egli avrebbe dovuto rispettare come propria. E tornava a prendersela con Giulia:

«Non la guarderò più in viso! Non è più mia sorella

«Si calmi. Suo padre vuole che si trattenga qui fino a sera. La ricondurrò io stesso a casa. Tutto è bene quel che finisce bene

«Che disonore! No, non dovevano farlo!» rispondeva Ruggero, mentre l'Agente cercava di rimetterlo a sedere.

«Ha ragione. Dice benissimo» soggiunse Eugenia commossa. «Oramai però bisogna pensare al rimedio

Ruggero si lasciò cascare su la seggiola. Dalla rabbia, faceva stridere i denti e singhiozzava, col capo fra le mani, ripetendo:

«Che disonore!... Non dovevano farlo!»

Patrizio s'aggirava attorno al tavolino aggiustando le tazze nel vassoio, stirando una piega del tappeto, come persona che non sappia che cosa fare o dire. Eugenia, in piedi dinanzi a Ruggero, cercava di scusare alla meglio l'amica. Inesperta, innamorata cieca, Giulia, con quella fuga, aveva voluto soltanto forzar la mano ai parenti; né il Favi, poverino, poteva aver avuto cattive intenzioni. Buon giovane, a quel che ne dicevano, colto, modesto, con un bell'avvenire davanti a sé...

«La benedizione a piè dell'altare scancellerà ogni cosa, toglierà qualunque malinteso tra le due parentele. Una sorella è sempre sorella, anche quando commette uno sbaglio

Ruggero negava, scotendo la testa tra le mani, coi gomiti appoggiati sui ginocchi, inconsolabile.

Successe un lungo intervallo di silenzio, durante il quale Patrizio, avvisato del ritorno di Zuccaro, uscì nel corridoio.

«Mi fa male vederlo così afflitto» disse allora Eugenia, posandogli una mano su la spalla.

«Ah, signora

Ruggero alzò la testa, la guardò in faccia e, quasi per persuaderla meglio a dargli ragione, prese tra le sue la mano che gli era stata posata affettuosamente su la spalla.

Eugenia non ebbe il coraggio di ritirarla, assai turbata da quel contatto che le pareva la mettesse, imprevedibile circostanza! proprio in balia di lui. E così, tra le pressioni delle mani di Ruggero, che s'avvicendavano ora lievi, ora forti, secondo la varia intensità del sentimento, stette ad ascoltare il rapido sfogo che gli sgorgava dalle labbra contro la sorella, contro il Favi, contro il padre, contro le altre sorelle, contro tutti. E rispondendo con lievi assensi del capo, con sguardi che dicevano: «Sì, è vero... Mah!... Mah!...» lasciava che intanto il tepore, le scosse, le contrazioni delle mani le insinuassero per la persona un senso novo d'intimità con quella viva partecipazione al dolore di lui, qualcosa che già somigliava a un abbandono di se medesima, per conforto, per consolazione, senza però conceder niente che ella dovesse rimproverarsi, o di cui pentirsi, dopo.

«E come rideranno i nemici della nostra famigliaesclamò all'ultimo Ruggero. «Come ridono in questo momento

«Non s'occupi di essi. Non rideranno più quando il matrimonio sarà compiuto

«Ah, signora!... Ella non sa le basse invidie, le malignità dei partiti in questo miserabile paesetto

Le stringeva più forte la mano, se la portava alla fronte con gesto desolato. Eugenia, paventando non se la portasse anche alle labbra, la ritirò lestamente; e si rimise a sedere di faccia a lui.

«Buone nuovegridò Patrizio, rientrando.

I fuggitivi erano a Rosolini, presso una famiglia amica dei Favi. Giulia vi si trovava ospitata come una figlia. Corrado era già tornato a Marzallo. Le cose si mettevano bene per la dignità e per l'onore di tutti. Intanto, amici comuni s'ingegnavano di appianare le difficoltà.

Sopraggiunse il dottor Mola.

«Ebbene? Che vuoi farci?» esclamò, vedendo il gesto furibondo di Ruggero. «Siamo tutti senza cervello a vent'anni. Ora sarà una sfilata di fughe; vedrete, signora mia! L'esempio è contagioso. Accade sempre così. Voi però, voi sopra tutti, dovete sforzarvi di stare tranquilla. Che viso, che occhi, Dio mio!... Date qua. E che polso! Ecco una ricettina. Calmante. A cucchiaiate, d'ora in ora, lungo la giornata. Sono venuto a posta

«Grazie

«Niente. Lo faccio anche per egoismo, per non dovervi curare a lungo dopo. Non ci ho gusto a veder malata la gente, quantunque sia il mio mestiere. Brutto mestiere vivere a costo del male altrui! Tu» soggiunse rivolto a Ruggero «bevi un bel bicchiere d'acqua fresca; ti farà bene. E non ti muovere di qui; così ordina tuo padre. In queste circostanze, meno chiasso si fa e meglio è.»

 

Dopo desinare, Eugenia e Ruggero erano rimasti soli in salotto. Calmato, egli non ragionava più del triste avvenimento; fumava una sigaretta, appoggiato col dorso alla finestra. Eugenia, seduta poco distante, aveva ripreso in mano il suo lavoro di uncinetto e lavorava a capo chino.

Si sentiva addosso, insistenti nel silenzio, gli sguardi di lui e non sapeva come stornarli. Di tanto in tanto, portava le mani alla faccia; una vampata l'assaliva a ogni movimento di Ruggero, che pareva non riuscisse a star fermo e si appoggiava ora su l'una or su l'altra gamba, accavalciando i piedi, quasi impazientito di quel silenzio troppo prolungato.

Eugenia avrebbe voluto prevenirlo e avviare la conversazione in maniera da impedire che si mettesse per uno sdrucciolo pericoloso; ma non trovava nulla. E provò una stretta al cuore, sentendo la voce di lui, che, esitante, diceva:

«Si annoia. Ha ragione. La mia compagnia non è piacevole oggi

Ella fece un lieve atto di protesta col capo, e si chinò di nuovo sul lavoro, senza aggiunger parola.

«Mi fa impazzireesclamò tutt'a un tratto Ruggero, buttando fuori dalla finestra, dietro le spalle, la sigaretta fumata a metà.

«Non parli così!» balbettò Eugenia.

E, atterrita, si volse istintivamente verso l'uscio.

«Compatisce gli altri, con me!...» continuò Ruggero con voce repressa. «Non s'accorge o finge di non accorgersi di niente!... Mi fa impazzire

«Non parli così! Che cosa vuole?» ella domandò con angoscioso smarrimento.

«So che non è felice; me n'ha parlato Giulia, tante volte

«E se pure fosse vero

«Mi dica una sola parola!... Una sola

«Zitto, per carità

Eugenia s'era levata da sedere, col cuore in tumulto, con la mente turbata e un gran tremito per tutta la persona. Pentita delle inconsulte parole sfuggitele di bocca, s'irritava di non trovar la forza di interrompere con un gesto, con una risposta recisa, quella tanto paventata dichiarazione sentita addensare nell'aria simile a un temporale, e che già scoppiava irresistibile nel peggior momento per lei.

«No» riprese Ruggero, tentando di afferrarle una mano che Eugenia ritirò per portarla rapidamente alla fronte. «No, non è possibile che il suo cuore sia rimasto indifferente. È di ghiaccio?... Una parola! Una sola parola!... Non le chiedo altro. Se sapesse quanto l'amo!... Fino al delirio!... Lo sa, lo sa... Finge di non saperlo. Ah!... Mi disprezza dunque?»

«Perché dovrei disprezzarlo? Che cosa vuole da me? Sono maritata. Non mi offenda, supponendo che io possa tradire mio marito. Gli voglio bene...»

«Non è vero

All'energica affermazione, Eugenia sgranò gli occhi, quasi vedesse in quel punto il proprio cuore aperto come un libro davanti a Ruggero.

Egli le si era accostato, supplicandola a mani giunte:

«Una parola!... Una sola parola

E tornava a ripetere:

«Non è vero. Giulia mi ha confidato tutto. Non è amata, non ama; io, io solo l'amo alla follia, da otto mesi, dal primo istante che la vidi

«Perché me lo dice?... Perché?»

Si torceva le mani, crollava la testa, smaniando:

«Non voglio saperlo! Non devo saperlo!... Mi lasci in pace, per carità! Mi lasci in pace!... o dirò tutto a mio marito

Le parve d'aver trovato la parola giusta, e guardò in viso Ruggero.

«Glielo dica, se ha coraggio!» egli rispose, arrestandosele davanti. «Potrà impedirmi di amarla? Glielo dica; così lei si leverà di torno la mia odiosa persona. Io debbo venire qui per forza; vederla tutti i giorni per forza, perché mio padre lo vuole, per le lezioni. Quando mio padre saprà, mi manderà via da Marzallo. E sarà liberata dalla persecuzione de' miei sguardi; non mi vedrà, non mi udrà più! Glielo dica. È una soluzione... per lei! Io l'amerò lo stesso. È la prima volta che amo. Ah! L'ha condotta qui la mia mala sorte. Ero tranquillo, felice. E, da otto mesi, soffro tormenti incredibili; vivo soltanto per lei, penso soltanto a lei, giorno e notte!... E lei mi ha visto, mi vede soffrire, e non si è mai commossa, non si commuove!... Che cuore ha?»

«Oh, Dio!... Zitto! Zitto

S'era coperta la faccia con le mani, senza sapere quel che diceva e faceva. Le pareva di sognare a occhi aperti; udiva quasi le stesse parole udite tante volte nei sogni; e, come nei sogni, sentiva venir meno ogni forza, quantunque la sua volontà dicesse ora, come sempre: «No! No!». Dalla faccia portava le mani agli orecchi per non udire le fatali parole e non esserne ammaliata; e ripeteva: «Zitto! Zitto!» con doloroso accento di preghiera.

Ruggero non l'ascoltava; tornava a insistere:

«Una parola! Una parola!... Che le costa?... È dunque vero che non ha cuore? Senta, senta come tremo!» E le prendeva una mano. «Così non si finge! Così non si mentisce

Eugenia tentò invano di svincolarsi.

Ma appena si fu meglio impossessato della cara mano, egli cominciò a baciarla sempre più avidamente, come più la sentiva cedere, cedere sotto la pressione delle labbra, con deboli proteste:

«No. Non è vero che mi vuol bene!... Non è vero!...»

Le pareva che il suolo le mancasse sotto i piedi; e si aggrappava a lui, singhiozzante, invocando pietà con quel fil di voce:

«Ah!... Che male mi fa!»

Lo respinse con sforzo improvviso e corse a rifugiarsi in un angolo.

«Non s'avvicini! Grido; faccio accorrere gente. Per carità!... Per caritàtornava a supplicare. «È mai possibile? Come ha potuto credere? Mi prometta che non ricomincia. Sia bono! Sia bono

«Sì, sì; farò tutto quel che mi ordina» disse Ruggero a bassa voce. «Purché io sappia se mi vuol bene o no...»

«Non devo

«No, no! Lo dice per ingannarmi. Glielo leggo negli occhi

«E allora?... Sia bono! Gli voglio bene, ma non come crede lei. A che scopo? Non me ne riparli più. Sono d'altri. Sarei imperdonabile, se rispondessi diversamente. Non lo capisce? Deve capirlo

«Che m'importa d'altri? Che può importarne a lei, se non è amata? Una parola! Una parola soltanto! Sarà un segreto tra me e lei. Senta! Senta!...»

Lo aveva lasciato accostare a poco a poco, vinta dal fascino della voce, dalle insinuanti parole, dall'atteggiamento di calda preghiera con cui egli le si rivolgeva, incapace di fare il minimo movimento per sfuggirgli. E quando le fu vicino, gli stese le mani, invocando pietà col gesto, con lo sguardo, gesto e sguardo d'amore desolato, di passione irrompente, quasi di resa.

«Senta! Sentaripetè Ruggero.

Questa volta però le loro mani, incontràtesi, si strinsero forte.

Vedendola mancare dalla violenta commozione, egli l'attirò a sé, la premè al petto e la baciò su la fronte e su le labbra, ripetutamente, intanto ch'ella, inerte, gli si appesiva addosso, diaccia e pallida, con un fioco lamento, tra' singulti.

Ruggero ebbe paura. La sollevò tra le braccia, la mise a sedere, sorreggendola, quasi in ginocchio dinanzi a lei. Nel turbamento la chiamava:

«Donna Eugenia!... Donna Eugenia

E le strofinava le mani per farla rinvenire, spaventato dall'idea che Patrizio, sopraggiungendo, potesse trovarla in quello stato.

«Quanto male mi ha fatto!...»

Queste parole, uscite dalla bocca di Eugenia come un gemito di moribonda, lo rincorarono alquanto.

«Mi perdonisupplicò umilmente.

Eugenia aperse gli occhi.

Credeva di destarsi da un sonno profondo, e fissava Ruggero, per ricordarsi bene quel che doveva essere accaduto. E, intanto che andava riprendendo coscienza, la indignazione per la sua debolezza le increspava le sopracciglia, le contraeva le labbra. Poi svincolando con uno strappo le mani da quelle di Ruggero, si levò subitamente da sedere e lo respinse con gesto vibrato, muta, ansante.

«Mi perdoni!» egli tornava a pregare.

«Purché non ricomincirispose severa. E mutando accento, soggiunse: «Per carità!... Se mi vuol bene, mi lasci in pace, si scordi di me. Non posso amarlo. Non devo amarlo. Lei è giovane e libero... Io non sono più libera... Mi lasci in pace! Trovi una scusa, non venga più qui... Non si lusinghi... No!... No!... Abbia stima di me. Abbia pietà pure! Sono malata... Non concorra a farmi peggiorare. Le voglio bene anch'io, ma non come intende lei. Si scordi di me. Si scordi di me!...»

«Impossibile! Scordarla, ora? Ora?» la interruppe Ruggero. «Si fidi. Non lo saprà nessuno, mai! Nessuno!»

«No! No!» gemeva Eugenia.

Ma l'accento, ma gli sguardi, pur troppo, dicevano sì.



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