Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Profumo
Lettura del testo

AI FAMILIARI.

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Vedendo che Patrizio dimenticava fin la sua ordinaria visita al camposanto, ora che ella stava meglio e non c'era più timore di prossimi accessi; notandone l'assiduità nelle stanze di abitazione, e le futili domande e i pretesti d'ogni sorta per intrattenersi con lei, Eugenia fu invasa dal sospetto che egli si fosse già accorto... e la spiasse, con quell'aria dabbene. E per ciò tremava ogni volta, appena sentiva aprir l'uscio e vedeva apparire suo marito.

Oh, c'era un che di strano nel contegno di Patrizio! La parola vibrava insolitamente, il gesto scattava. Ma la colpa non era di lui? Chi, chi la spingeva alla perdizione, se non lui?

Sull'orlo dell'abisso, il terrore di quel che poteva accadere da un momento all'altro, se Ruggero fosse tornato all'assalto, la faceva tramortire. Avrebbe voluto fuggire lontano, in capo al mondo! E il destino la incatenava , senza speranza di aiuto, senza consigli, senza conforti, col cuore in fiamme, con la volontà che non sapeva resistere, con la coscienza che le si turbava e le veniva meno.

Com'era più terribile di quello che si addensava nell'aria il fiero temporale che le si era scatenato nel petto!

Dietro i vetri della finestra, ella guardava i neri nuvoloni che montavano, spinti dal libeccio, oscurando il cielo, rapidamente incendiati da lampi frequenti, ai quali seguiva da a poco il cupo rumoreggiare dei tuoni in distanza. Al soffio gagliardo del vento che investiva i rami, portando via turbini di foglie, gli alberi della selva si contorcevano e le pianticelle si curvavano fino al suolo, rilevandosi quasi fumanti per la polvere sollevata in vortice dai viali.

Così ella pure si sentiva scossa e curvata dall'interno scompiglio!

I nuvoloni si addensavano, si accavallavano bassi, sfrangiandosi, mutando forma, già sul punto di scoppiare in un diluvio. Ai lampi guizzanti, ai lunghi reboati dei tuoni per cui la imposta tremava, ella, che aveva avuto sempre paura dei lampi e dei tuoni, rimaneva immobile, con la fronte appoggiata ai vetri, guardando inebetita gli alberi, le case lontane (dove avveniva già un chiudere affrettato di finestre, un sollecito raccogliere di panni stesi alle cordicelle delle terrazze, sbattuti e quasi strappati dal vento), i campanili che sembrava squarciassero con le cime aguzze i fianchi dei nuvoloni cacciati in basso dall'imperversare del turbine. Allo schianto d'un fulmine, al tremendo rombo del tuono che lo seguì immediatamente, alle prime grosse gocce di pioggia che percossero i vetri, Eugenia, indietreggiando e segnandosi, si era gettata sur una seggiola, coprendosi la faccia con le mani, tremante di spavento al subitaneo rovescione che pareva dovesse sommergere il mondo. Ebbene, che le importava che il mondo rovinasse? Tanto meglio! Tanto meglio! Eppure, proprio in quel momento ella pensava a colui che non era più ricomparso da una settimana! Proprio in quel momento sentiva bruciarsi la fronte e le labbra da quei baci maledetti! «Una parola!... Una sola parola!» lo udiva supplicare; e si sentiva sconvolgere da quell'accento, dall'espressione di quegli occhi!

Oh, non voleva! Di Patrizio, soltanto di Patrizio voleva essere! Dio, la Madonna, tutti i santi del Paradiso, non lo vedevano? Oh! Oh!

«Non aver paura!... Starò con te!»

Sentendosi sollevare, attirare tra le braccia Eugenia abbassò le mani dal volto e fissò Patrizio con gli occhi pieni di lacrime, stupita di sentirsi stringere forte al petto di lui, come non le era accaduto mai; tanto forte, ch'ella credette volesse farle male.

«Non aver paura!... Chiudo gli scuri

Tra l'imperversare di lampi, di tuoni, di vento e di pioggia, per cui pareva che il convento traballasse, Patrizio corse alla finestra, raccomandò meglio la spagnoletta e mise i paletti agli scuri.

Eugenia lo vide tornare indietro come un'ombra nera tra i bagliori che penetravano nella stanza dalle fessure delle imposte; e avrebbe voluto leggergli in viso, sentendogli replicare: «Non aver paura! Non aver paura!» con tale tenerezza nella voce da renderlo quasi irriconoscibile.

«Qui, siedi qui!»

La voleva su le ginocchia, con la faccia accosto alla sua; e mentre con un braccio le sorreggeva la vita e con l'altro la testa, la baciava, la baciava, mormorandole dentro l'orecchio:

«Ho avuto torto! Il torto è mio!»

E tornava a baciarla.

«Perdonami! Non l'ho fatto a posta!... Credevo di far bene... di far meglio così!... Avevo paura per te e per la tua salute... E poi... ero un ignaro, un fanciullo!... Perdonami!...»

E, con lungo, dolce sussurrio, la confessione di Patrizio fluiva, scendeva sul cuore di Eugenia come pioggia ristoratrice; rivelazione inattesa, anzi incredibile per lei, e di cui ella non intendeva bene parecchi punti, quantunque si sforzasse di indovinarli.

«Ho avuto torto!... Ho avuto torto

Patrizio glielo ripeteva come un ritornello che doveva spiegarle e confermarle quel che le aveva or ora detto, e prepararla a intendere quel ch'egli stava per aggiungere, oh, tanto, tanto ancora!

«Quanto ti ho fatto soffrire! Quanto ho sofferto! Figlia mia!... Amor mio!... Figlia mia!... Ma non soffriremo più! I nodi del mio cuore finalmente si son rotti! Il miracolo è avvenuto! Figlia dell'anima mia! Quanto ti ho fatto soffrire!...»

La soffocava tra le braccia, se la divorava dai baci.

E riprendeva a parlarle a voce bassa, proprio dentro l'orecchio; contento che il frastuono del temporale facesse rimanere come un segreto, tra i loro cuori, tutto quel che gli sgorgava dall'anima per colei che egli in quel momento non sapeva chiamare altrimenti che con l'affettuoso e carezzevole nome di figlia. E non si accorgeva che Eugenia gli stava tra le braccia ora fredda, inerte, ora agitata, sobbalzante, ma senza ricambiarglibaciabbracci... Ed egli continuava:

«Ho avuto torto! Ho avuto torto! Ti sentivo allontanare da me... Ti sentivo già quasi staccata da me, estranea... ostile anzi. È vero? È vero?... Avevi ragione! Apparenza! Stoltezza mia!... Oh, tu avevi ragione! Ma eri sempre mia, è vero? Eri sempre vicina a me, è vero

Non attendeva la risposta; rispondeva per lei. Occorreva forse ch'ella parlasse? Non le aveva sempre letto nel cuore?

Eugenia si era rattrappita tra quelle braccia che la premevano al petto con fremito crescente. Ogni parola, ogni frase di Patrizio la riempiva di maraviglia, la faceva tremare e sussultare, quasi ella fosse sotto un'operazione chirurgica da cui le veniva tagliata la carne morta torno torno alla carne viva e sanguinante. Così ella si sentiva portar via, a ogni parola, a ogni frase, un lembo cancrenito del cuore, e ne soffriva e insieme ne provava un senso di sollievo e di ristoro. In alcuni momenti non osava di credere ai propri occhi, ai propri orecchi e neppure osava di dubitare.

Si sollevò, gli posò le mani su le spalle, ricercandone lo sguardo al bagliore dei lampi, interrogandolo con voce mal sicura.

«Non m'illudi, Patrizio? Non m'inganni, Patrizio

«Hai ragione di non credermi, povera creatura

E riprendendola tra le braccia, su le ginocchia, la stringeva forte, la baciava su le labbra, premendo a lungo, intramezzando le parole ai baci:

«Ma devi credermi! Oh, sì! Devi credermi... Mi sentivo soffocare! Da più notti non chiudevo occhio, non avevo pacerequie il giorno... Mi sentivo strozzare da quel che volevo e non potevo dirti... da quel che ti ho detto, finalmente, quasi cielo e terra abbiano dovuto sconvolgersi per produrre questo altro sconvolgimento qui, nel mio cuore, e spezzare i lacci che lo avvincevano

«È dunque vero, Patriziobalbettò Eugenia.

E gli abbandonò la testa sul petto, scoppiando in pianto dirotto.

«Perché piangi ora? No, no! Perché piangi ora? Perché?»

Tentò di trattenerla, sentendo che cercava di svincolarsi e di rizzarsi in piedi; ma Eugenia gli sfuggì.

Alla scarsa luce che veniva dall'uscio socchiuso dell'altra camera, Patrizio la vide portare le mani al cuore e ripetutamente aprir la bocca per aspirare, aspirare!

«Ah!» ella fece, allargando le braccia e cacciando un fortissimo e prolungato sospiro.

E spalancata l'imposta della finestra agitava le mani davanti a sé, quasi a cacciar fuori, a disperdere per l'aria qualcosa di malefico espulso con quel respiro dal profondo del petto; poi gli si gettava di nuovo tra le braccia, singhiozzando:

«Ora sì, ora sì, tu sei mio!... Vergine santa, vi ringrazio

Patrizio era così felice, e così commosso che non poteva rispondere niente. Cercava di calmarla con le carezze, asciugandole gli occhi, sorridendole.

«Ci svegliamo da un triste sogno!» egli esclamò finalmente. «Guarda Eugenia, guarda

E la ricondusse alla finestra.

Il cielo, lavato dal temporale, era d'un azzurro così cupo e così limpido che pareva sprofondato immensamente più lontano. Di faccia, in fondo, la campagna scura riluccicava di rigagnoli e di pozzanghere sotto la viva luce del sole che la irradiava dall'alto.

«Guarda, Eugenia, guarda

Gli alberi della selva, scossi di tratto in tratto da leggeri soffi di vento, lasciavano cadere dai rami sbruffi di perle iridate; e pareva si rizzassero, si distendessero, si ravviassero per riparare lo scompiglio sofferto col temporale.

«Guarda, Eugenia, guarda

Le siepi, le piante, le erbe brillavano, sorridevano, verdi, ripulite dalla polvere, rinnovate; e dagli alberi, dalle siepi, dalle piante, dal terreno imbevuto di acqua si sprigionava una frescura così soave, un profumo così acuto, una sensazione di colori così allegri e vivaci, che Patrizio ed Eugenia rimasero a guardare muti, assorti, come se quella frescura, quel profumo, quella gioconda vivacità di colori, più che percepirli coi sensi, essi li godessero, spettacolo assai più bello, con un senso interiore dei loro due cuori già diventati un sol cuore.

E guardavano, guardavano, e si stringevano amorosamente le mani.


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