Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Per l'arte
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Gabriele D'Annunzio

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Gabriele D'Annunzio3

 

«Canto Novo» è, da cima a fondo, un'ebbrezza di luce e di colori. Il paesaggio meridionale vi celebra i suoi trionfi col selvaggio rigoglio dei suoi boschi, coi bagliori delle sue marine, cogli incendii dei suoi tramonti, colla cantilena dei suoi stornelli che muore dolcemente sotto l'ombra dei rami fioriti o per l'immensa distesa delle acque cullanti le paranze, dalle vele rosse e gialle, rincorse dagli alcioni. Di tanto in tanto su quel paesaggio vasto, pieno di mormorii, riscintillante, una figura umana apparisce: è una

 

alta, schiusa le nari ferine a l'odor de la selva,

violata dal sole bella stornellatrice;

 

o pure

 

... un fanciullo da' neri selvaggi capelli,

da' grandi occhi sognanti, pregni di verdemare,

ignudo ne l'ombra d'accanto a la tenda;

 

o pure un pescatore:

 

Curva ha la grossa testa, gli pendono

i magri stinchi su l'acqua; immobile

a 'l sole feroce di agosto

ei pare fuso nel bronzo antico.

 

E all'ombra dei ciliegi scoppiano le ondulazioni argentine delle risate di Lalla; e in cima alla scogliera il terribile profilo del Rossaccio si disegna e poi sparisce nel gorgo marino...; ma sono apparizioni fugaci, visioni d'un minuto. Il paesaggio riprende subito la sua foga sinfonica, tormentata alla Wagner, dove i rossi e i gialli mandan fuori rantoli profondi ed urli da ottoni, dove il verde e l'azzurro cantano, al pari di violini e di corni inglesi, da un capo all'altro dell'orchestra, intrecciandosi, confondendosi, fermandosi ansimanti per islanciarsi, da a poco, in un crescendo vertiginoso, mentre il bianco, l'opalino, il violetto, il verde mare mormorano e sospirano da flauti e da viole, travolti da quell'uragano di suoni che disperde ai quattro venti la loro delicata frase d'amore.

Questa mescolanza di arti diverse è la intonazione del libro.

La parola non si contenta dei propri mezzi; non si rassegna a darci un'immagine della realtà che entri nell'intelletto per la via dell'orecchio, no; ma travalica i suoi confini, si condensa, si assoda sotto l'occhio in forma di macchietta assolutamente pittorica, senza velar l'artifizio, con una sincerità ingenua che finisce coll'ispirar simpatia e riuscire gradita. Anche quando si tien chiusa dentro il limite letterario, ha una sincerità d'altra natura, civetteria di ragazza vanitosa che fa osservare i suoi vezzi d'oro e di corallo, i suoi nastri avvampanti e la bella stoffa dei suoi vestiti.

 

Chiedon l'esametro lungo saliente i fantasmi

che su da 'l core baldi mi fioriscono;

e l'onda armonica a 'l breve pentametro spira

in un pispiglio languido di dattili...

...

rompetemi il dattilo in bocca,

fervidi baci della fanciulla mia;

...

Per te germogli l'ecloga...;

...

e dileguare languido l'esametro.

 

E non cito per biasimo, tutt'altro. Giacché questo, in parte, viene dal carattere individuale del giovane poeta di Primo vere e di Canto novo, ma più, dal carattere raffinato, complesso, corrotto, se così vi piace, dell'arte moderna.

Via! Con chi prendersela se oggi poesia, pittura, musica tendono fatalmente a confondere in qualche modo i loro processi? È forse un puro capriccio se il maestro di musica ricerca con tanta faticosa insistenza il colorito, se il pittore vive con una continua preoccupazione del gamma cromatico, se il poeta si sforza di far sentire l'uno e l'altro con una brutalità di tecnicismo che urta i nervi a molta buona gente? Con chi prendersela se la critica non sfugge neppur essa alle allucinazioni del colorito, al capogiro delle sinfonie, e se poi, invece di parlare il linguaggio di Orazio e di Quintiliano, adopera quello del fisiologo e del naturalista? E più non detta precetti, ma osserva, prova, riprova; e, quando ha sorpreso un segreto nel grand'organismo dell'arte, si tien paga di poter dire soltanto: Signori, ecco una legge?

Non siamo moderni per nulla. Nelle fibre, nei nervi, nel sangue non ci si è accumulato per nulla l'assiduo lavoro di tante centinaia di migliaia di secoli, sotto la forma di sensazioni, di sentimenti irriflessi e di attività di pensiero; né per nulla il nostro organismo è ormai ridotto molto più sensibile e più vibrante che non fosse una volta.

Quando ci viene in mente di domandare al maestro moderno la squisita semplicità dell'antica melodia; o allo scultore e al pittore moderno la serenità jeratica o quasi jeratica delle figure dell'arte greca e del Rinascimento; o al poeta moderno la ingenuità dell'espressione, la gaiezza della fantasia, la spontaneità del sentimento, ma come non ci accorgiamo che questa nostra pretesa è proprio assurda ed ingiusta? Essi, poveri diavoli, non possono darci che quello che han dentro di loro, cioè: cose troppo elaborate, raffinate; cioè: sensazioni aggruppate, fantasmi che si aggrovigliano e si divincolano agitati da nevrosi, sentimenti complessi che si possono appena dir tali, tanto la invadente riflessione gli ha compenetrati e trasformati. Che meraviglia dunque se la forma corrisponde al concetto?

Perciò essa diventa analitica, eccessivamente cesellata, spesso contorta; come se una convulsione la scuotesse tutta in quel suo avido inseguire il concetto per le mille sinuosità dov'esso si perde, in quell'intenso sforzo di afferrarne e di renderne le diverse gradazioni e le più piccole sfumature. Perciò, quando le accade di sentirsi a disagio dentro i limiti di un'arte, ricorre, senza esitazioni, senza scrupoli, all'aiuto di un'altra, e fa suoi i mezzi, il processo e perfino i ripieghi di questa. E così oggi abbiamo la sinfonia poetica, il notturno poetico; abbiamo la marina, il paesaggio, il quadretto di genere poetici, dove la parola scusa da note, da disegno, da colori; ma dove il ritmo del verso batte la cadenza coll'andantino, col mosso, coll'allegro, col crescendo e fa sentire il pedale e lo smorzo; ma dove la frase stende il colore, butta la macchia, accarezza la tinta, mette le velature e tiene esatto conto anche dei piani e dei rapporti.

È un eccesso? Una corruzione? Un'impotenza, come dicono taluni? Non voglio entrarci; ma è una cosa affatto moderna, e confesserò schiettamente che la gusto e che l'ammiro.

E quando veggo il D'Annunzio toglier di pugno i pennelli e la tavolozza al Michetti per dipingere queste splendide marine del Canto novo, non che biasimarlo, batto le mani. Principalmente perché il Michetti gli ha insegnato il suo segreto, quello cioè di non dipingere una marina ideale, una distesa d'acque più o meno trasparenti, verdognole, azzurrognole, mosse in onde regolari, con la loro cresta di spuma, coi loro riflessi di sole e colle barchette a vela spiegata che si specchiano capovolte; bensì di rendere una data marina, in una data ora, in una data stagione, con tutte le minute particolarità che le imprimono un carattere e le dànno un'espressione, un significato, stavo quasi per dire un'individualità vivente e sensiente.

Le marine abbondano nel Canto novo. Il poeta non sa saziarsi del suo Adriatico, e lo canta sotto tutti gli aspetti; sicché metà del volume può dirsi un solenne Te Deum in onore di esso.

 

Ecco, e la glauca marina destasi

fresca ai freschissimi grecali; palpita;

ella sente nel grembo

li amor' verdi de l'alighe.

Sente: la sfiorano a torme i queruli

gabbiani; simili da lunge passano

le paranzelle arance

pe 'l gran sole cullandosi.

...

Dormono l'acque ne 'l plenilunio

di giugno; ritte su da la darsena

le antenne stan come sottili

fantasmi al niveo chiarore.

 

Abbondano anche i paesaggi. Ma infine, siccome abbiamo da fare con un vero ingegno poetico, per quanto esso si compiaccia soverchiamente di taluni eccessi di queste forme (e dovrei aggiungere di questi artifizi) il quadro non resta però così fuori di lui che qua e non perda consistenza e non si assottigli e non accenni ad elevarsi e talora non si elevi da pura forma rappresentativa ad alto sentimento poetico. Nel Primo vere non accadeva così. Il poeta si divertiva con quella sfida alla tavolozza, con quella lotta puerile tra l'abilità della parola e l'abilità della mano; e il suo sentimento non v'interveniva.

 

Il cielo pien di nuvole rosse a levante; di contro

un incendio ampio d'oro tra cui si sollevan superbi

co' verdi ombrelli i pini; ne 'l fiume tre vele spiegate

tutte gialle; a la riva un bel gruppo di giovani donne,

con le giunonie braccia nudate, le vesti succinte,

che lavan panni e cantano in coro stornelli d'amore;

un canneto presso; tra le canne un fulvo torello;

colline glauche in fondo e ne l'aria via rondini a schiere.

 

È l'immediata sensazione dell'organo visivo, senz'ombra d'emozione, nonché d'impressione già elevata a sentimento. Nel Canto novo l'emozione c'è, viva, intensa, e lo stile se ne giova, e l'arte del verso, diventata più sicura nelle mani del poeta, vi supera di altrettanto le incertezze e le fiacchezze di quel primo saggio. Però neppure nel Canto novo l'emozione è sempre così spiccata che non possa facilmente venir confusa colla sensazione.

Da tutto il volume si sprigiona una freschezza giovanile; un alito di salsedine marina ci punge le nari; un forte sentore di terra in rigoglio ci si spande d'attorno. Il poeta

 

ignudo le membra agilissime a 'l sole ed a l'acqua

liberamente, come un bianco cefalo;

nuota, fiutando ne l'aure lascivia di muschio

che da' salci a onde spargon le ceràmbici...

 

e dal petto non gli erompe altro grido che quello dell'Endimione di Keats:

 

I shall be young again, be young!

 

Però quando si è terminato di leggere, quando si è riletto, si capisce che proviene da questo stato di pura sensazione (così dominante da dare, come suol dirsi, l'intonazione generale), se spesso la sensualità corrispondente della forma lo spinge a ripetersi in certe immagini da lui credute più nuove o più efficaci. Infatti le strofe in un punto sono vipere alate in amore e in un altro coppia di serpentelli alati che è la stessa cosa: infatti qui abbiamo l'angoscia che lo sugge colle sue mille ventose viscide di polipo; più in i polipi avidi con mille ventose indi a il cadavere vacuo s'avvinghiano; più in ancora tornando in ballo i viscidi polipi e le viscide spire di serpente. Osservazioni minute e pedantesche queste qui; ma servono a spiegare perché vi s'incontrino, qua e , forme adattate e non elaborate, reminiscenze dell'orecchio, echi del Carducci fievoli ma percettibili, ed anche echi romantici che stonano un poco nel concerto; come, per esempio, i seguenti:

 

Dicono i petali ne 'l sonno: — oh zefiri

blandi, pregni di pollini,

freschi! oh freschissime rugiade! oh fervido

amor d'una libellula!

ne 'l sonno i petali chini pispigliano.

...

Cantano i venti: O voi cui viva pe' tronchi la linfa,

qual per le vene il sangue vivo a li umani sale...

...Ecco e deste le foglie sogguardan sdegnose

con un pispiglio fievole di pecchie

 

E come sensazione, e nient'altro, vi apparisce la donna. Fra tanti gridi che scoppiano da questo giovane cuore, la passione non ne ha uno solo. Lalla, la fulva figlia dell'Abruzzo, Lilia, la bianca figlia di Fiesole, sorridono, baciano, abbracciano, dileguano. Una sola volta egli si ferma pensoso a guardar Lalla: ma sapete perché?

 

Alta ne 'l peplo tu: s'animi a 'l bacio

fresco del vento la castanea chioma:

bianca ne '1 peplo su l'azzurro cupo

fuor de la roccia.

Curvo al tuo piede come un tigre dòmo,

stringa lo schiavo etiope il lunato

arco d'argento e nel felino avvampi

occhio un desìo.

L'onde pel sole come serpi immani

verdi s'incalzino a la spiaggia... Ridi?

Ne l'insueto saffico un'antica

larva mi tenta.

 

C'è nel Canto novo il sentimento della Natura, lo so bene, è vivissimo. Il D'Annunzio riserba per esso i più preziosi tesori del suo colorito di stilista e i più fragranti fiori delle sue poetiche immagini. Ma è forse tale da giustificare la giovanile baldanza del titolo e da rassicurare sulla sorte di un ingegno poetico così riccamente dotato sin dalla culla?

In ogni modo, è bello veder questo fanciullo, com'egli stesso si chiama, con un pensiero superbo che gli arde negli occhi di falco, diritto in arcioni, star in ascolto con feroce angoscia se rechi il vento clamor di battaglia. Ed è bello vedergli portar nella prosa, come saggio, tutte le sue stupende qualità di colorito e di evidenza, e i suoi difetti di eccessi di forma e di esteriorità che ne caratterizzano i versi.

Ah! se la realtà per poco lo afferra!

Fra Lucerta, tra le novelle del volumetto Terra vergine, è un accenno. Cincinnato, una promessa. Sarebbe bella che un giorno egli arrivasse a convincersi che in arte la vita è tutto, anche poesia, e che potendo infondere nella semplice rappresentazione della realtà lo spiracolo creatore, il far dei versi, anche stupendi, non sia il meglio che egli possa fare!

 

4 giugno 1882.





3 Canto novo, Terra vergine, Roma, Sommaruga, 1882.



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