Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Per l'arte
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La moglie di Claudio

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La moglie di Claudio9

 

L'avevo letta nove anni fa, appena pubblicata, e me ne rimaneva ancora l'impressione di una opera d'arte che lasciasse scorgere un po' troppo l'artifizio con cui era stata costruita

Un artifizio, s'intende, ammirabile, da ingegno che conosce meglio di ogni altro le più riposte malizie del suo mestiere; una costruzione, è superfluo il dirlo, solidamente piantata, da mano maestra... Ma il risultato era questo: quelle figure non producevano l'illusione di personaggi viventi; erano rigide, legnose; si movevano tutte d'un pezzo, con gesti da marionette, e parlavano in falsetto.

Infatti dietro la tela c'era appostato qualcuno che parlava invece di esse, senza molto curarsi di alterare la voce. Oh! un parlatore abilissimo, di quelli che attirano e incantano anche quando s'incapricciano a discutere o a difendere un'assurdità. Oh! uno di quelli che hanno la frase incisiva, l'immagine vigorosa, e l'accento ora finamente ironico, ora sdegnosamente elevato — quasi apocalittico — dell'uomo convinto di avere un mandato.

E come si vedeva che quei personaggi, no, quelle figure erano un mero pretesto per lui! Egli — ce l'ha detto dopo — s'era sentito gonfiare il petto, dallo sdegno, dinanzi allo spettacolo che stava sotto quei suoi occhi di osservatore espertissimo e di analizzatore implacabile. Nel gran crogiuolo della Francia avveniva un enorme ribollimento, ed egli aveva veduto uscirne fuori «non plus de l'écume et de la vapeur, mais de bases mêmes de la matière composée, une Bête colossale qui avait sept têtes et dix cornes, et sur ses cornes dix diadèmes, et sur ces têtes des cheveux du ton du métal et de l'alcool dont elle était née... Et cette Bête formidable ne disait pas un mot, ne poussait pas un cri! On entendait seulement le choc de ses mâchoires et, dans ses entrailles, le bruit rauque et continu de ces roues des grandes usines qui tordent ou fondent, sans le moindre effort, les métaux les plus durs... Or, cette Bête n'était autre qu'une incarnation nouvelle de la femme, décidée à faire sa revolution à son tour!...».

(Lettre a M. Cuvillier-Fleury).

La intonazione ci dice tutto.

Se la Francia era stata battuta, umiliata, diminuita di due care province, la colpa era di quella Bestia: «car c'était elle qui avait commencé à dissoudre nos élémentes vitaux, en minant peu à peu la morale, la foi, la famille, le travail».

Ed ora, dopo la disfatta, «elle nous retrouvait encore plus divisés, plus inquiets, plus ignorants, plus affaiblis, tandis que l'odeur de la poudre, le bruit du canon, la fiamme des incendies, les vapeurs du sang, les miasmes de la mort l'avaient regaillardie...».

E intanto oltre il Reno c'è un uomo «au fronte dégarni, à la moustahce épaisse, aux yeux sombres, profonds, fixes et insondables, à la bouche railleuse et froide, au teint terreux, marbré de rouge, aux muscles d'acier, à la volonté de fer, à l'estomac énorme, au cerveau puissant; et cet homme de génie... a vaincu et utilisé la Bête!...» Capite?

Non era un dovere per lui, pensatore, artista, cittadino, l'afferrare colla mano potente costei dalle forme diverse e giudicarla e ucciderla in nome della coscienza umana e della giustizia divina, per pubblico avvertimento del suo amato paese?

Così nacque la Moglie di Claudio, la personificazione artistica della Bestia. L'autore lo confessa: non ha voluto fare semplicemente un lavoro teatrale: ha voluto gettare un grido di allarme, tentare un risveglio della coscienza. I suoi non sono personaggi puramente umani, ma incarnazioni complessive, essenze di esseri, entità, in una parola!...

Il pubblico se n'era accorto prima che l'autore lo confessasse; e se aveva resistito, se aveva protestato, se a Parigi non s'era lasciato sedurre neppure da quella ammirabile Cesarina che dovette essere la Desclée, non ebbe tutti i torti.

Un'opera d'arte non può essere per metà opera d'arte, per metà un'altra cosa; discussione, predica, arringa, opuscolo politico e sociale, sistema filosofico o religioso. Innanzi tutto dev'essere un'opera d'arte, un organismo vivente che nasconda, come nella natura, il gran segreto della vita. Voi siete padrone, padronissimo di mettere sotto quelle forme vive tutto quello che voi volete: religione, filosofia, politica, tutto; potrete anche credere, nel caso particolare in cui siamo, che il teatro sia chiamato a cercare la soluzione dei grandi problemi sociali, se esso non vuol morire di sfinimento a furia di vivere di ripetizioni: ma però ad un solo patto: che esso rimanga teatro!

A questo riflettevo tre sere fa, mentre la signora Duse recitava al Valle la parte di Cesarina, la moglie di Claudio; e, soltanto ora, alla rappresentazione, capivo quanta potenza drammatica aveva profuso il Dumas in quel personaggio, il solo che apparisca vivo e reale in mezzo ai fantasmi degli altri.

Quella strana figura, con quegli occhi grandi, smarriti, con quelle narici che si sollevavano, con quella bocca che s'increspava nella convulsione della rabbia, e diventava ammaliatrice quando si apriva ai terribili sorrisi che facevano fremere quel povero innamorato di Daniele: quella strana figura, che si contorceva come un serpe, che sguizzava, che aveva slanci da pantera, che mentiva, urlava, piangeva, maligna e malefica per istinto e per compiacimento di creatura corrotta; quella donna non più donna, che non avea mai avuto cuore di sposa, né viscere di madre; che aveva appena capricci di sensualità, assorbita com'era tutta dall'avidità smaniosa di godimenti mostruosi, intravveduti coll'immaginazione in bollore, sognati nelle notti febbrili di una vita senza freno di sorta..., ella insomma, la moglie di Claudio, faceva impressione sul pubblico sin dal suo primo apparire sulla scena; e poi, a poco a poco, se ne impossessava, e lo teneva stretto nel suo piccolo pugno, e lo scuoteva, e lo tormentava, ne faceva, come del suo Claudio, quel che le pareva e piaceva.

Però, se sentivasi la possente mano del maestro in quel carattere, in quel personaggio a cui la signora Duse prestava tutte le ricchezze del suo talento di artista, la durezza, la legnosità degli altri personaggi non si avvertiva meno per questo.

E la catastrofe?

— Si tu entraines dans la mort ou dans le mal un seul être innocent, si tu me fais obstacle dans ce que Dieu me commande, aussi vrai que Dieu existe, je te tue!

Ma il Dumas col suo meraviglioso istinto drammatico, come non s'era accorto che nel caso di Claudio era troppo tardi o troppo presto?

In quell'ultimo atto neppure la rappresentazione arriva a nascondere la crudezza dei mezzi con cui la catastrofe vien prodotta. C'è , in un angolo, il fucile che attende; l'autore ha troppo fretta di far provare il suo piombo vendicatore alla malefica bestia! Poiché non si trattava di esseri umani, ma di essenze, ma di entità, dovea l'autore (non dico l'artista) usar forse tanti riguardi?

E non li ha usati.

Così la Moglie di Claudio è riuscita senza dubbio una buon'azione della quale Dumas pensatore e cittadino può andare orgoglioso, ma non una vera opera d'arte. Il meglio (e ne converrà il Dumas artista) il meglio sarebbe stato ch'essa fosse riuscita, nello stesso tempo, e l'una e l'altra.

 

5 Novembre 1882.





9 Alexandre Dumas, La femme de Claude.



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