Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Per l'arte
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TRUCIOLI

III

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III17

 

Il conte Armando de Pontmartin è una figura simpatica malgrado le sue opinioni retrograde o, forse, appunto per esse. I suoi articoli di critica, ch'egli ha riuniti sotto i diversi titoli di Causeries littéraires, di Nouvelles causeries littéraires, di Causeries du samedi, di Semaines littéraires, di Nouveaux samedis (riscontro legittimista agli scettici ed empi Nouveaux lundis, del Sainte-Beuve) e finalmente, di Souvenirs d'un vieux critique, si leggono con piacere; stava per dire: si ascoltano, giacché, più che d'altro, hanno l'aria di una brillante conversazione improvvisata in un salotto aristocratico da uno di quei facili parlatori, dilettanti d'arte, di letteratura e di politica, pronti a discorrere a lungo anche delle cose che non sanno, soprattutto di queste. La cultura del Pontmartin è assai superficiale: il suo latino non è sempre sicuro; ma la sua causerie diverte, come un piccolo tour de force di rettorica, come una bizzarria paradossale. Par di sentire discorrere un uomo di altri tempi, un marchese della Seiglière, pel quale il mondo è rimasto, o meglio avrebbe dovuto rimanere, fermo a Luigi XVI. La sincerità della sua convinzione gli risparmia di esser ridicolo.

Ed ecco che ora, dopo diciotto anni di combattimento sulla breccia del legittimismo, ecco che ora pubblica le sue memorie (Enfance et jeunesse), brillanti e dilettevoli come i suoi articoli e un pochino artificiose egualmente. Questa volta, cosa strana! proprio quando avrebbe dovuto abbandonarsi alla spontaneità dei suoi ricordi, il causeur fino ed elegante lascia intravedere la sua preoccupazione, una specie di vanità di vecchio dandy che vuol mostrarsi irréprochable. I fatti, gli aneddoti vi sono disposti con troppa simmetria, con troppa preoccupazione dell'effetto; specialmente nei primi capitoli che, a somiglianza di certi capitoli di romanzi da appendici di giornali, hanno la chiusa à sensation. Ma gli aneddoti piccanti abbondano e molti hanno una particolare malizia; per esempio, quelli su Chateaubriand.

Un giorno, lo Chateaubriand, stringendo la mano al focoso deputato di destra Clausel de Consergues, lo chiamò: «mon éminent ami!».

Voilà vingt ans que je travaille pour arriver à ce mot! — disse ingenuamente il deputato.

Pochi giorni dopo, il Clausel de Consergues commetteva lo sbaglio di attribuire allo Chateaubriand un articolo del Conservateur che era stato scritto dal de Salvandy.

— Il faut que vous soyez bien bête! Gli rispose l'autore dei Martiri, stizzito.

Il Pontmartin non può perdonare allo Chateaubriand l'esser diventato un liberale, ma non perdona neppure a Luigi XVIII l'averlo congédié comme un valet coupable qu'on jette sur le pavé. Un particolare curioso: «Fort lettré, mais probablement fort retardataire en littérature (notate il probabilmente d'un legittimista che parla del suo re) et tenant par mille attaches aux traditions littéraires du dix-huitième siècle, Louis XVIII devait être importuné par le génie de Chateaubriand qui le dépassait et lui portait ombrage. Je n'oserais pas dire jalousie de métier, mais une vague sensation d'inquiétude et de malaise, une prévention de bel esprit latiniste, qui eût préféré la traduction des Géorgiques à l'épisode de Velléda. De , entre le monarque spirituel et l'écrivain immortel, une sourde antipathie, qui devait finir par une rupture».

Fu allora che il Du Villèle esclamò:

Nous en ferons un libéral!

E il Pontmartin dice tristamente: «Il n'y a réussi que trop bien!».

Nella sua qualità di legittimista, d'idealista, di cattolico, il Pontmartin ha una grande antipatia per il Balzac e una grandissima per lo Zola. Quando ha parlato di quest'ultimo, egli ha perfino perduto la sua tenue di gentiluomo, e lo Zola gli ha dato una bella lezione con quell'articolo intitolato: M. le Comte.

Però M. le Comte, che ama la polemica, è stato l'ultimo a parlare ed ha fatto una delle sue mezze profezie delle quali si compiace, malgrado di tutte le smentite ricevute dai fatti nella sua lunga carriera di critico causeur: «Et moi aussi, je l'aime (la letteratura, egli dice) cette reine terrible et charmante, et il faut que ma passion soit bien tenace pour avoir résisté à cette longue série de deboites que vous tracez si finement. Nous l'aimons tous deux, mais dans des conditions et avec des fortunes bien différentes: je suis un disgracié; vous êtes un favori. Seulement, prenez garde! Songez à Christine, à Elisabeth, à Catherine... Avec les souveraines ombrageuses et tiranniques, mobiles et fantastiques, la faveur est souvent plus dangereuse que la disgrace».

 

26 novembre 1882.





17 A. de Pontmartin, Mes mémoires, Paris, Dentu 1882.



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