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RASSEGNAZIONE
I.
Ogni
volta che ricordo mio padre, lo rivedo come in quel giorno, presso la
finestra del suo largo studio, alto, aitante della persona, coi folti
capelli brizzolati che gli mettevano una specie di aureola attorno
alla fronte, con la barba fluente su l'ampio torace; e mi par di
sentirne risonare la parola a scatti, accompagnata da vivacissimi
gesti che rivelavano tutta la foga della sua anima forte ed
equilibrata.
Era
tornato da un viaggio in Francia e in Inghilterra per affari.
-
Ora pensiamo a te! - mi aveva detto.
Avevo
compiuto i miei studi liceali ed ero rimasto quattro anni incerto,
esitante intorno alla professione da scegliere. Egli mi aveva
lasciato libero di studiare a modo mio per scoprire in me l'indizio
di qualche vocazione più spiccata; e non avevo scoperto
niente. Vivevo appartato dalla società, divorando da mattina a
sera libri di ogni genere, prendendo appunti, disegnando nelle ore in
cui mi sentivo affaticato dalla lettura, ricevendo qualche visita di
pochi amici studiosi al pari di me, ma che tramezzavano gli studi coi
divertimenti, con gli esercizi corporali, e che io ammiravo
grandemente perchè non potevo imitarli.
Ero
timido, ombroso per la coscienza, della mia debole costituzione
fisica che i medici avevano tentato invano di fortificare con
ricostituenti di ogni sorta. L'aria della campagna - mia madre aveva
passato due anni, con me in una villa comprata a posta dal babbo - mi
era giovata pochino.
-
Il ragazzo è sano, - aveva concluso finalmente il dottore. -
Non sarà mai un atleta come il babbo; bisognerebbe
rimpastarlo. Cessiamo di rimpinzarlo con troppi intrugli
farmaceutici. La natura farà da sè, tra qualche anno.
Ero
però rimasto mingherlino, palliduccio, serio più che
all'età mia non convenisse. Avevo studiato bene, ma senza
entusiasmo; continuavo a studiare. Ed ora, sul punto di varcare il
limite della giovinezza ed entrare nella virilità - avevo
vent'anni - mi sentivo tuttavia fanciullo di corpo e di spirito.
Riflettendo,
certe volte mi sembrava di essere qualcosa di mostruoso, una creatura
il cui regolare sviluppo fosso stato impedito da misteriose
circostanze e che rimarrebbe tale per tutta la vita.
Per
ciò, quel giorno, appena mio padre mi domandò che cosa
pensassi di fare pel mio avvenire, io non seppi rispondere altrimenti
che con uno scoppio di pianto dirotto.
Egli
mi prese affettuosamente per le mani, stupito, domandandomi
replicatamente:
-
Perchè?
E
siccome io non davo nessuna risposta, così, rilasciatemi, con
un gesto d'impazienza e di contrarietà, le mani, si mise a
passeggiare su e giù per lo studio, borbottando:
-
Sei un fanciullo! Proprio un fanciullo!
Poi
mi si accostò di nuovo, accigliato. Avevo alzato la testa per
guardarlo in viso, per chiedergli scusa di quel pianto che tentavo
invano di frenare.
-
Il torto è mio, - esclamò. - Ti ho abbandonato troppo a
te stesso. Avrei dovuto farti dolce violenza, sospingerti nella vita,
iniziarti all'azione, strapparti ai libri.... Me ne accorgo in tempo.
Per gli affari - soggiunse dopo breve pausa - non hai fibra
resistente; e poi, bisognava cominciar di buon'ora, intendo per gli
affari che ho fatto e faccio io....
Si
era fermato quasi gli fosse sembrato meglio riserbare per sè
quel che stava per dirmi. E, mutando tono di voce, continuò:
-
Ho lavorato per te, com'era mio dovere. Tu non mi avevi chiesto di
metterti al mondo; era giusto che pensassi io a renderti la vita meno
triste e meno difficile che non fosse stata per me. Ci son riuscito.
Non ti ho fatto milionario; i milioni, checchè ne dicano, non
si trovano a ogni piè sospinto. Sei però ricco a
bastanza da poter dire: - Voglio questo, con questi mezzi. - Ma
risolviti. La vita è azione; ormai dovresti saperlo. Se i
libri e lo studio non te l'hanno fatto capire, vuol dire che non
giovano a niente. Quelli che io ho letti mi son serviti sempre a
qualche cosa. Non ho mai studiato pel solo gusto di studiare, neppure
quando avevo la tua età. Già allora me ne mancava il
tempo; dovevo lottare contro la cattiva sorte. Per me, se il pensiero
non diventa azione, azione di qualunque natura, è
assolutamente cosa vana. Che intendi di fare?
-
Non lo so; non ho nessun'idea chiara, intorno alle mie forze, intorno
a una vocazione determinata. Non mi capisco.... Forse non sarò
mai buono a niente!
Avevo
risposto con voce commossa, abbassando la fronte, quasi mi
vergognassi di quel che dicevo.
-
Rifletti, - riprese mio padre; - ti do un mese di tempo. Prima di
morire, voglio sapere che è mai diventato mio figlio; voglio
andarmene all'altro mondo con la coscienza tranquilla anche su questo
punto. Un figlio è l'opera più importante di cui si
deve render conto a sè stessi, alla società, a Dio....
giacchè io credo in Dio, tu lo sai. Dando la vita a una
creatura umana, si introduce nel mondo un elemento di forza, che può
fare gran bene e gran male. Spasso il padre non è
responsabile....
E
credendo, a una mia lieve mossa d'impazienza, che intendessi di
contraddirlo, si era interrotto, domandandomi:
-
Non è vero forse?
Risposi
con un gesto affermativo, volendo evitare una discussione.
Mi
guardò un istante per convincersi della sincerità della
mia risposta e riprese:
-
Chi sa mai, procreando, se farà un delinquente o un grande
uomo? La responsabilità comincia dopo. Per ciò mi piace
di avere la coscienza netta; se occorre, voglio anticipatamente
domandar perdono a Dio del male che mio figlio farà per colpa
mia; voglio rallegrarmi del bene che opererà, se riesce un
galantuomo. Galantuomo tu sarai senza dubbio. Non ti ho dato cattivi
esempi. Ho lavorato, lavoro ancora, lavorerò finchè
avrò forze. Forse ti paio uomo materiale, perchè uomo
di affari; t'inganni. Ho fatto quel che sapevo far meglio,
coscienziosamente, non risparmiandomi mai. Lavorando per me, ho
giovato molto agli altri, ora senza volerlo, ora di proposito; nella
vita accade così, anche pel male. Essere galantuomini però
non è tutto; si può esser tali anche negativamente;
almeno il mondo giudica così; chiama pure galantuomini, onesti
coloro che si limitano a non fare danno agli altri. Io la intendo
diversamente. Non fare il male è poco; bisogna, anche fare il
bene, secondo le proprie forze, le proprie attitudini, servendosi
delle circostanze. In che maniera vorrai tu farlo? È tempo che
tu prenda una decisione e una risoluzione. Sei già uomo,
capisci!
Non
avevo mai sentito parlare mio padre con tanta serietà e tanta
elevatezza. La sua voce mi penetrava nel più profondo
dell'anima, mi turbava, mi sconvolgeva. Il suo sguardo, fissato nei
miei occhi, mi pareva un raggio di luce che illuminasse quella
profondità e me ne facesse scorgere tutta la miseria e tutto
l'orrore.
Non
valse l'ultimo addolcimento di voce con cui egli aveva pronunziato le
parole: «Sei già uomo, capisci!»; non valse la
carezza della sua mano robusta, passata amorevolmente sui miei
capelli nel momento in cui mi alzavo dalla seggiola dove ero rimasto
seduto mentre egli parlava, in piedi, davanti a me.
Uscii
dal suo studio con un inesplicabile sentimento di rancore, che in
quel punto non intendevo se contro di lui o contro le cose da lui
dette; e andai a rifugiarmi nella mia camera. Non volevo pensare, non
volevo riflettere. Avrei voluto dimenticare; ma era impossibile.
Mentr'egli
parlava, la mia attenzione, più che dalle sue parole, era
stata attratta dalla sua persona. Mi era parso un gigante, una
creatura diversa da me, capace di ammaccare il mondo con un
formidabile colpo di pugno; capace di sconquassarlo con una scossa
delle braccia nerborute, con una spinta del suo petto di bronzo.
Nella fronte ampia e negli occhi vivacissimi lampeggiava indomabile
la volontà; e la tenacità dei propositi risaltava
evidentissima da quelle labbra ombreggiate dai folti baffi,
dall'espressione della testa che richiamava alla memoria quella del
Mosè di Michelangelo, quantunque in proporzioni ridotte. Come
mai da quel colosso ero potuto scaturire io, fragile creatura vissuta
quasi a stento?
E
mentr'egli mi diceva: «Tu non mi avevi chiesto di metterti al
mondo; era giusto che io pensassi a renderti la vita meno triste e
meno difficile che non sia stata per me», una risposta cupa,
indefinita, una specie di accusa, mi fremeva dentro: - Perchè
non hai saputo farmi forte come te? Dovevi cominciare da questo. - E
mentr'egli mi diceva: «La vita è azione, ormai dovresti
saperlo!», un'altra risposta non meno cupa non meno indefinita
e non meno accusatrice, mi fremeva, non dirò nella mente, ma
in tutte le fibre: - E perchè tu intanto mi hai fatto appunto
così inetto all'azione?
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