Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
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TOMO II

LE PAESANE

XII DON PEPPANTONIO

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XII

 

DON PEPPANTONIO

 

, zappava, arava, potava, faceva ogni lavoro campagnolo come un contadino, ma il «don» gli spettava assai meglio che a quegli altri, figli di villani rifatti e di bottegai arricchiti, che se ne stavano nel Caffè e nelle farmacie a bighellonare tutta la giornata e a dir male del prossimo, con le mani in tasca e il sigaro in bocca.

Perciò portava sempre in capo quella tuba bianca di felpa, della foggia di cinquant'anni fa, e non la lasciava neppure quando andava strascicando dietro l'asino gli scarponi imbullettati, lungo la maledetta strada di Jannicoco, che gli levava il fiato. Era miracolo di santa Agrippina, se asino e padrone non si rompevano il collo.

- Li vorrei qui, dietro a me, quei ladri del municipio! Succhiano il sangue alla povera gente, e non si sa dove buttino i quattrini delle tasse, che gridano vendetta al cospetto di Dio! -

E quando il suo povero asino affondava nella melma fino alla pancia, e bisognava gridare: - Aiuto, santi cristiani! - e tirarlo su per la coda e levargli d'addosso il carico di legna; don Peppantonio diventava rosso come un peperone, sotto la tuba e i capelli bianchi, e mandava accidenti al sindaco, agli assessori, all'esattore, al ricevitore, a tutti... anche a Vittorio Emanuele, che avrebbe dovuto pensarci lui a far le strade buone, come si metteva in tasca i quattrini delle tasse, con quelle mignatte di sbirri che non lasciavano rifiatare!

- Con queste brutte strade ci vuole un mulo calabrese - gli dicevano i contadini per farlo arrabbiare di piú.

E allora egli pareva morso dalla tarantola, e la tuba bianca di felpa gli ballava sul capo, e gli occhi foderati di prosciutto schizzavano fiamme:

- Debbo vendermi l'anima per comprare un mulo calabrese? E la venderei, , , giacché Cristo non la vuole, se mi fa rinnegare a questo modo il santo battesimo!

- Non ve la prendete con Gesú Cristo, sia lodato e ringraziato!

- Con chi debbo prendermela dunque? Ci vorrebbe un'occhiata di sole e un po' di tramontana, e Cristo manda giù pioggia, con gli otri! I seminati affogano; i terreni sono diventati una ricotta; vi si affonda fino al collo... Poi, quando le pianticelle paiono tante anime del purgatorio che aspettino il suffragio, e la terra si fende e grida: acqua! acqua! da cento bocche riarse... Non è vero forse?

- Per cotesta vostra linguaccia il Signore vi gastiga! - gli diceva il canonico Stuto nella farmacia, mentre Vito, il giovane dello speziale, pestava e ripestava nel mortaio di bronzo.

- La lingua me l'ha fatta lui - ringhiava don Peppantonio, corrugando le sopracciglia che parevano setole di maiale, e conficcando il mento nel bavero del ferraiuolo.

- Tegònia però ve la siete cercata voi - diceva Vito. - Ora che è sul punto di prendere il volo, bisogna darle la dote.

- Tu bada a pestare! -

Vito ripicchiava sempre su Tegònia, e giurava che un giorno o l'altro gliel'avrebbe rubata:

- È diventata un amore. Domenica scorsa, alla messa di mezzogiorno, mi parve proprio una principessa con quella mantellina nuova e quelle scarpine lustre... Ma ci vuole la dote, un ritaglio della vigna di Jannicoco e l'asino, ci vuole -.

Don Peppantonio gonfiava e sbuffava, mentre gli altri ridevano.

- Vito dice bene. Per la Tegònia ora vi ci vuole la dote - ripicchiava il canonico.

- Andate a ragliare l'uffizio, se pur sapete leggerlo!

- Vorreste sposarla voi? -

Lo facevano a posta per stuzzicarlo, ogni volta che don Peppantonio andava a sedersi nella farmacia o su gli scalini del Collegio di Maria, per godersi il sole; ed era uno spasso.

Egli gonfiava, sbuffava un buon pezzo, mordendosi la lingua per non sparlare, e, all'ultimo, quando scoppiava come una bomba, chi ne toccava ne toccava. La sua linguaccia lasciava il bollo, come un bottone di fuoco.

- Non ho soggezione neppur di Domineddio! Figuriamoci poi delle persone di questo mondo, delle quali so vita, morte e miracoli!... -

Ed era una sfilata: - Tuo nonno ha fatto questo! E tuo padre quest'altro! E la tua mamma... cosí e cosí!... E le tue sorelle, peggio! E tu sei becco pacifico, ed hai le corna piú lunghe della misericordia di Dio! -

La gente faceva crocchio sentendolo sbraitare, e rideva. A quell'età non gli si poteva dare un carico di legnate per insegnargli l'educazione.

- Voi, voialtri mi stuzzicate. Io sto pei fatti miei, a godermi il sole -.

Spesso quel sole se lo godeva tanto, da addormentarsi sugli scalini della chiesa del Collegio di Maria, quasi fosse sdraiato su una poltrona. Vito, che non aveva radiche da pestare, né decotti da bollire, andava adagino adagino a fargli il solletico con un filo di paglia, con una piuma, in un orecchio o sul naso; e don Peppantonio si aggrinzava nel sonno, facendo certi versacci e dando certi scossoni che finivano col mandargli la tuba per terra e svegliarlo. Vito, dati due salti indietro e con le mani dietro la schiena, fingeva di guardare il cielo, mentre don Peppantonio gli ficcava addosso gli occhiacci sospettosi, ancora abbambolati.

- Avete dormito bene? - gli domandava Vito, senza ridere.

Don Peppantonio, raccattata la tuba, continuava a guardarlo; poi brontolava:

- A te la profezia te l'ho già fatta da un pezzo: Morrai in galera!

- Dovreste darmi Tegònia, e la dote -.

Don Peppantonio si batteva colla mano sul muso:

- Non lo voglio dire quel che ti darei. Ti darei!... -

 

E, tornato a casa, se donna Rosa, sua sorella, gli accusava quella pettegolina di Tegònia che se ne stava tutto il giorno alla finestra a tastare i vasi di basilico e far la scimunita col figlio del calzolaio, don Peppantonio si sfogava addosso alla sorella:

- Sei una grulla! Dovresti riempirglielo di calci... a quel ciabattino screanzato!... E, se costei non ha babbomamma, ché il cielo l'ha fatta e la terra l'ha raccolta, non vuol dir niente... Il vero babbo son io che l'ho allevata e cresciuta; e voglio maritarla a modo mio, con chi voglio io!... Se seguita a fare la pettegolina, le spaccherò la testa e le farò uscir fuori il sangue pazzo!... E se quell'altro poi continua a rompermi le tasche, gli lascerò questi scarponi... nel posto ch'egli sa! E andava a urlare dalla finestra, perché il figlio del calzolaio sentisse.

- , quasi con le grida si possano riempire granaio e botte! Siamo tre bocche a mangiare; e costei mangia per quattro. Se aveste fatto come vi avevo consigliato io, ora non avremmo tanti pensieri, né ci sarebbe motivo d'arrabbiarsi. Queste quattro fave ce le mangeremmo in santa pace.

- Zitta! Zitta! - la interrompeva don Peppantonio. - Mi vuoi far leggere il processo a Cristo?'

- Che c'entra Gesú Cristo? -

Secondo don Peppantonio, c'entrava:

- Se Gesú Cristo facesse bene le cose, non si vedrebbero tante infamità in questo mondo! E questa povera creatura non sarebbe stata buttata come una cagnolina, ravvoltolata fra due cenci, dietro la porta grande del Monastero Vecchio, da quella mammaccia senza cuore che l'ha partorita! Gesú Cristo o non dovrebbe far venire al mondo una povera innocente, o non dovrebbe permettere che la buttassero via, appena nata, a morire di fame e di freddo, senza battesimo, come un animale qualunque!... Ecco se c'entra!

- Gesú Cristo lo sa benissimo, lui, perché certe cose le permette. Noi non possiamo capirlo - rispondeva donna Rosa.

- Che capire o non capire, bestia! Se quella mattina mi fossi svegliato un'oretta piú tardi - me lo rammento come se fosse ieri, dovevo adare a potare la vigna, e faceva un freddo cane - se mi fossi svegliato un'ora piú tardi, l'avrei trovata morta stecchita! Io dissi: «È la volontà di Dio! L'ho trovata io, e vo' tenermela per me. Chi carità fa, carità riceve...» Ora, se le buone annate non vengono piú, e se Vittorio Emanuele si prende tutto, - non glien'arrivava neppure la metà in mano, tanti affamati ci sono di mezzo! - che possiamo farci? Cristo non lo vede che sudiamo sangue? Non lo sa lui che ora ci vuole la pioggia? E invece il cielo pare di bronzo e le campagne fanno piangere!... E, quasi non mancasse altro, ecco questa pettegolina che fa la graziosa dalla finestra con lo stronzolo del figlio di mastro Mommo! Pensa prima a tesserti le camicie che non hai!

 Tegònia, al suo solito, lo lasciava sfogare e avvolgeva tra le dita una cocca del grembiule, con gli occhi pieni di lagrime

- C'è bisogno di mortificarmi a questo modo e far sapere i fatti nostri a tutto il vicinato? Se non mi volete piú in casa, potrò guadagnarmi il pane, quantunque non abbia né babbomamma. Andrò a fare la serva.

- A fare la serva?

Don Peppantonio non poteva sentirglielo dire.

- Figliaccia di mamma senza cuore, non devi aver cuore neppur tu, se pensi di abbandonarci dopo che per allevarti e per tirarti su ci siamo tolti il pane di bocca!

- Don Peppantonio intanto la guardava sottecchi, intenerito. Se non fosse stata presente la megera di sua sorella, avrebbe anche fatto una carezza alla povera figliuola che singhiozzava in un canto.

- Ecco ora le lagrimette! - brontolava donna Rosa. Don Peppantonio voleva tagliar corto:

- Dobbiamo dirlo, o no, il santo rosario? Aveva preso in mano la corona e s'era levata la tuba bianca, che teneva in capo anche per casa.

- Dio ti salvi, o Maria, piena di grazie... -

- Santa Maria madre di Dio... - rispondeva donna Rosa a bocca stretta, mentre andava rimettendo al loro posto piatti e bicchieri.

Tegònia rispondeva sottovoce, con l'orecchio al figlio di maestro Mommo che dalla strada canticchiava:

 

- Haiu accattatu lu 'ngannalarruni,

'ntintiri, 'ntontari vogghiu sunari… -

 

Ed era il segnale che quella notte si sarebbero parlati di dietro la porta.

 

Don Peppantonio, ravviluppato fino agli occhi nel suo gran ferraiolo di panno turchino cupo, col vecchio cappello di felpa grigia calcato sopra il naso, entrò nella farmacia battendo i piedi pel freddo e mugolando un saluto.

- Sedete - gli disse Vito che impastava pillole sul marmo del pancone.

- Dove? Su le tue corna? - brontolò don Peppantonio. Infatti le quattro seggiole della farmacia erano tutte occupate.

- Sedetevi qui - soggiunse il notaio Pace. - Io vado via. Non mi ringraziate neppure?

- Poiché andate via... Vorreste portarvi la seggiola dietro? -

La farmacia era piena di sfaccendati entrati a ripararsi dalla tramontana che soffiava cosí forte da levar la pelle. L'arrivo di don Peppantonio aveva suscitato un sussurro di buon umore, e la sua risposta al notaio fece scoppiare una sonora risata.

Don Peppantonio levò la testa e guardò attorno insospettito.

- Avete pensato a confessarvi pel santo Natale? - gli domandò il canonico Stuto che soleva stuzzicarlo.

- Che ve n'importa?

- M'importa, per la salute dell'anima vostra. Siamo vecchi, caro don Peppantonio, e dobbiamo pensare che si muore.

- Crepate, se vi fa piacere!

- Sentite i violini della novena? Dovreste andare a cantare il magnificat con tutti gli altri.

- Già, con tutti quei ladri di bottegai e di merciai che fanno in piazza la novena del Bambino per darla a intendere! La giusta novena per essi sarebbe non rubare nel peso.

- Il Bambino Gesú però li aiuta...

- Vuol dire che è piú ladro di loro! Non mi fate dire sciocchezze -.

E mentre tutti ridevano, egli conficcava il mento dentro il bavero del ferraiolo, soffiando, agitando le sopracciglia setolose, tornando a pestare coi piedi.

- La novena don Peppantonio la celebra in campagna, a Jannicoco - disse Vito, arrotondando due pillole tra le dita. - E il bambino Gesú lo chiama dall'alto: «Ooo, don Peppantooonio

- Eri tu, dunque! Eri tu! - urlò don Peppantonio, levandosi da sedere inviperito. - Se non ti rompo la testa io, non te la rompe nessuno! -

Lo chetarono, lo rimisero a sedere.

Vito e don Peppantonio erano come il diavolo e san Bernardo; non potevano trovarsi insieme un momento senza bisticciarsi.

Alcuni giorni addietro, a Jannicoco, Vito lo aveva visto nell'orticino dietro la casa. Curvo, con la tuba in testa e in maniche di camicia, dava lenti colpi di zappa per non sciupare le piante tenerelle. Dall'alto della collina, nascosto dietro un albero, Vito s'era messo a gridare, ingrossando la voce:

- Ooo don Peppantooonio! -

Don Peppantonio, rizzatosi, aveva risposto:

- Oh, ooh!... Chi mi chiaama?

- Ooo don Peppantooonio!... -

E don Peppantonio, irritato, spolmonandosi, con le mani attorno alla bocca:

- Oh, ooh!... Siete sordo? Che volete?

- Andate a farvi... friiiggere! Oh, oooh! -

Vito aveva riso mezza giornata, ripensando i gesti furibondi e la litania di parolacce brontolata da don Peppantonio all'indirizzo del suo burlatore invisibile. Perciò don Peppantonio era scattato come una molla nella farmacia, riconoscendo chi si era divertito a canzonarlo a Jannicoco.

- Via, via! queste sono giornate sante; dobbiamo perdonare le offese - gli diceva il canonico, ridendo fino ad averne la tosse.

Don Peppantonio taceva; intanto pestava piú forte coi piedi, e scrollava la tuba di felpa grigia, guardando Vito di traverso.

- Facciamo la pace. Volete una pillola di scialappa? - gli disse Vito serio serio. - Volete una mestolata di alchermes?

- Questa, , dovresti darmela davvero.

- Se non chiedete altro!... Vito s'era accostato grattando col mestolo l'alchermes risecchito nelle pareti della boccia di cristallo.

- Mi dai le grattature? - brontolò don Peppantonio.

- È il meglio. Ecco qui. Vedete, se vi voglio bene?

- Infine, non è cosa tua; lo rubi al tuo principale.

- Questo è il ringraziamento! Perché, invece, non m'invitate a casa vostra per la vigilia di Natale? Verrei a giocare alle nocciole con Tegònia, che diventa piú bella da un giorno all'altro. Cosí non si annoierebbe, poverina!

- Non devi neppur nominarla, capisci? - egli rispose, agitando minacciosamente la mano callosa e pelosa.

La conversazione era tornata intorno al presepe che preparavano nella chiesa di santa Agrippina per la notte del Natale. Se ne dicevano meraviglie:

- Il bue e l'asinello paiono vivi.

- Sull'altare? - domandò don Peppantonio.

- Certamente - rispose il canonico. - Gesú li volle vicini nell'ora della sua nascita per insegnarci l'umiltà. O che non siete cristiano?

- Con tanto di battesimo, piú di voi. Ma il bue e l'asinello non ce li metterei su l'altare.

- Chi ci mettereste?

- Voi e un altro canonico; e varrebbe lo stesso.

- Andate a confessarvi di questi peccatacci di maldicenza!

- Domineddio li sa tutti, fino a uno, i miei peccati. Non me li fa commettere lui?

- Voi bestemmiate.

- Ve lo provo. Ieri vo a Jannicoco per quelle quattro ulive; quest'anno, sia ringraziata la divina Provvidenza, c'è pane per tutti... Arrivo, levo il basto all'asino... e comincia a piovere a dirotto, quasi non ci fossero ulive per terra che andavano perdute fra la mota!... «Al signore piace cosí; facciamo la sua volontàdico io. E, per passare il tempo, comincio a recitare il santo rosario... Al quarto mistero, spiove, e il cielo si rasserena. Cavo fuori i panieri, e mi metto a raccogliere le ulive; mi piangeva l'anima nello scavarle con le ugne fra il terreno smosso dall'acqua. Ed ecco la pioggia, piú forte di prima! «Al Signore piace cosí; facciamo la sua volontàripeto io... E rientro, e torno a recitare il santo rosario. Dopo tre ore di diluvio, spiove; il cielo si rasserena. Bravo! Grazie tante!... Era già tardi. Metto il basto all'asino, sto per montare a cavallo... e la pioggia ricomincia piú fitta, piú insistente. «Oh!... Divertitevi pure, Signore! - mi scappa di bocca. - Rosario però non ne recito piú!» E attesi il sereno, con le braccia in croce, masticando pazienza, giacché Domineddio godeva a divertirsi a quel modo.

- Che pretendevate? Un miracolo? - lo interruppe il canonico.

- Lo fece il miracolo, appena fui a un terzo di strada, lusingato dal sereno. Aperse le cateratte del cielo addosso a me e al povero asino che non sapeva piú dove mettere i piedi. Quattro miglia sotto la pioggia, inzuppato come una spugna, fino alle prime case del paese!... E, quando son , ecco il sereno, ecco il sole al tramonto che spunta tra le nuvole, lieto e luminoso, quasi intendesse burlarsi di me!... Non feci bene a smontar dall'asino, a calarmi i pantaloni e a voltar la schiena al sole con un bel: «Baciami qui?»

E aggiungendo la mimica alle parole, rivolte rabbiosamente le spalle al canonico, don Peppantonio s'era tirato su le falde posteriori del ferraiuolo, fra le risate di tutti gli astanti; poi s'era rimesso a sedere.

- Il Signore ve ne chiederà conto dopo morte! - disse il canonico che non ne poteva piú dal troppo ridere.

- Oh, ce la vedremo in paradiso, a quattr'occhi! Che mi potrà dire?

- Per amor tuo, son nato povero, nel cuor dell'inverno fra il bue e l'asinello, in una misera grotta! - rispose il canonico in tono di predica, frenando a stento le risa.

- Ed io, Signore, piú povero di voi, nel cuor dell'inverno, e senza bue e senz'asinello che mi scaldassero: ecco!

- Sono stato messo in croce per te, pei tuoi peccati!

- Una sola volta. Io, tutti i giorni, dal ricevitore, dall'esattore, dal bisogno, dalla tosse, dalla podagra, dalle febbri, per settant'anni, settanta! Ecco! E soggiungerò: «Voi, Signore, quando andavate pel mondo non dovevate pensare a niente, non facevate niente. Io, invece, zappare, arare, seminare, mietere, trebbiare, lavorare peggio di un animale, se non volevo crepar di fame. Voi, con tanto di faccia tosta, vi presentavate in casa altrui, e dovevano imbandir la tavola per voi e pei vostri discepoli. Mancava il vino? Mutavate l'acqua in vino. Io, invece, dovevo comprarlo, e mezzo aceto, quando per caso avevo i soldi da comprarlo».

- Zitto! Non dite eresie! - lo interruppe il canonico.

- Me le fate dir voi!

Tutt'a un tratto, s'intese la campana della chiesa della Mercede che sonava l'avemmaria.

Don Peppantonio si levò da sedere, si tolse di capo la tuba e, segnandosi, socchiudendo gli occhi, cominciò a recitare devotamente:

- Angelus Domini annunciavit Mariae!

 

- Perché non volete dargliela al figlio di mastro Mommo? - gli domandava Vito.

- Perché cosí mi piace, - rispondeva don Peppantonio. - Bada a pestare!

- Aspettate forse che venga a chiederla il barone Mondello?

- Aspetto... le corna che tu hai in testa. Hai capito?

- Io gliela darei al figlio di maestro Mommo - insisteva Vito, ridendo sotto il naso.

- Dagli tua sorella.

- Se l'avessi!...

- Dategliela, don Peppantonio, dategliela avanti che nasca uno scandalo - aggiungeva il canonico Stuto con voce melata.

Allora don Peppantonio scoppiò:

- Lo scandalo lo date voi, che prima fate una visita alla moglie di don Paolo il sagrestano, e poi andate a dimessa e a bere il sangue di Cristo!... Benedette le mani di Vittorio Emanuele che vi hanno tolto la pagnotta! -

No, non voleva sentirne parlare dello stronzolo del figlio di mastro Mommo, che non sapeva dare tre punti a una ciabatta e non aveva di proprio neppure una forma!

- Con che manterrà la moglie? Se deve crepar di fame, è meglio che Tegònia resti in casa nostra; almeno, , un tozzo di pane non le mancherà mai -.

E un giorno che incontrò maestro Mommo, fuori Porta, sotto gli alberi del gran viale, gli disse:

- Lo fate star cheto vostro figlio? O debbo mandarvelo a casa con le gambe rotte? -

Maestro Mommo si era messo a ridere:

- Cose da ragazzi! Che volete farci?

- Ah, la intendete a questo modo! Vedrete -.

Infatti la notte che Pietro condusse sotto la casa di Tegònia mastro Nunzio col violino e tutti gli altri della compagnia, appena il contrabasso cominciò a fare zun zun, don Peppantonio aperse a un tratto la finestra, e versò cert'acqua d'odore che il povero Pietro, tornato a casa, dovette rifarsi dalla camicia. Aveva dovuto anzi scappare, perché il vecchio arrabbiato era sceso giú con tanto di randello in mano, in mutande, e voleva rompergli le gambe davvero, come aveva promesso a mastro Mommo. Invece si buscò una polmonite che per poco non lo portò via.

E, dopo due mesi, allorché tornò al sole su gli scalini della chiesa del Collegio di Maria, con la tuba bianca calcata su le orecchie, imbacuccato nel ferraiuolo di panno turchino e cosí sfilacciato agli orli che pareva con la frangia, Vito gli disse:

- Mi rallegro, don Peppantonio! Levatevi però di ; il sole vi fa male -.

E lo invitò a sedere nella farmacia dove erano riuniti il canonico Stuto e i soliti amici dello speziale, che volevano divertirsi.

- Non lo capite? È il gastigo di Dio. Avete visto la morte con gli occhi, eppure siete sempre ostinato -.

A queste parole del canonico, don Peppantonio si alzò la tuba su la fronte e aperse il ferraiuolo:

- O che Domineddio deve prendersela con me, verme di terra? Bella valentia! Dovrebbe prendersela con un Dio pari suo; allora andrebbe bene. Contra folium quod vento rapitur!... Credete forse che io non sappia il latino? Homo natus de muliere... Lo so anch'io, perché dovevo farmi prete, e sono stato in seminario, mentre oggi i sacerdoti non capiscono quel che leggono e, meo, meo, catamèo, purché intaschino quattrini. Invece io lo capisco; e so che Giobbe gliele spiattellò chiare e tonde a Domineddio. E fece benissimo; perché il Signore si abusa della propria potenza e ci manda addosso tanti malanni che non li sopporterebbe neppure un macigno. Egli se ne sta lassú, in paradiso, fra gli angioli e i santi che cantano e suonano, e fa orecchi di mercante quando gli gridiamo: «Dateci il pane quotidiano!» Già voi lo vedete; con questa mala annata, la povera gente muore di fame come le mosche; se uno ha un boccone di pane oggi, non è certo di averlo domani...

- State zitto! Non bestemmiate piú, se no vi si sprofonda il terreno sotto i piedi! - gli disse il canonico, che rideva piú degli altri.

- E perché intanto andate a messa? Perché vi confessate? - aggiunse il notaio.

- Perché? Perché altrimenti Domineddio mi manderebbe all'inferno. Che potrei fargli? E poi... le cose sante e giuste piacciono anche a me. La messa e la confessione le ha ordinate Gesú Cristo; e il santo precetto della Pasqua, pure. Perciò ogni anno vo' a confessarmi da compare il prevosto e gli porto un bel mazzo d'asparagi ogni volta, fino a che non mi l'assoluzione. Quando compare prevosto, che prende il sole sulla terrazza, mi vede arrivare senza asparagi, mi domanda di lassú: «Compare, c'è niente di nuovo

«Niente, compare» E mi l'assoluzione dalla terrazza, e vado a farmi il santo precetto... Che trovate da ridere?... Ah, in questa farmacia si intirizzisce! -

Fu appunto quel giorno che Vito, vedendolo addormentato su gli scalini della chiesa del Collegio di Maria, con la testa abbandonata sul petto, gli fece il brutto scherzo di mandare a dire a donna Rosa e a Tegònia che don Peppantonio era stato colpito da un accidente; e le due povere donne accorsero, senza neppure un fazzoletto in testa, urlando e piangendo

- Fratello mio! Babbo mio! -

Commedia da morir dalle risa. Don Peppantonio, svegliato a un tratto da quegli urli, accompagnò a calci e a pugni la sorella e Tegònia fino a casa, infuriato come un toro, con la tuba bianca di traverso, strascinando il ferraiuolo che gli era cascato da una spalla.

 

L'accidente però gli prese davvero la mattina che donna Rosa andò a cercare Tegònia nella sua cameretta e non la trovò, perché la notte era scappata di casa con Pietro di mastro Mommo, e non si sapeva dove fossero andati a nascondersi quegli scellerati che le ammazzavano il fratello!

Il povero don Peppantonio non se l'aspettava; e dal lettuccio guardava con occhi stralunati, e non capiva e non sentiva, come un tronco. Invano il prevosto gli urlava all'orecchio:

- Compare, dite cosí «Gesú, Giuseppe e Maria, salvate l'anima mia!» Compare, perdonate a tutti!... Stringetemi la mano! -

Don Peppantonio non poteva piú stringergliela, rigido, inerte. Era già andato a fare i conti con Domineddio, come soleva dire.

E mentre egli moriva, colei ch'era stata da lui raccolta appena nata - avvoltolata fra due cenci, dietro la porta grande del Monastero Vecchio, una fredda notte di gennaio, e poi allevata e cresciuta e amata come vera figliuola - mentre egli moriva, Tegònia, nella cameretta del mulino dello zi' Cola, domandava sorridendo al suo Pietro:

- Mi vuoi bene?

 

Roma, 27 dicembre 1882.

 

 

 



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