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1. Avendo in questi giorni posto fine a un’opera assai lunga, mi venne appetito di volere, per ristoro dello affaticato ingegno, leggere alcuna cosa vulgare; perocché, come nella mensa un medesimo cibo, così nelli studii una medesima lezione continovata rincresce. Cercando adunque con questo proposito, mi venne alle mani un’operetta del Boccaccio intitolata: Della vita, costumi e studii del clarissimo poeta Dante, la quale opera, benché da me altra volta fusse stata diligentissimamente letta, pur al presente esaminata di nuovo, mi parve che il nostro Boccaccio, dolcissimo e suavissimo uomo, così scrivesse la vita e i costumi di tanto sublime poeta, come se a scrivere avesse il Filocolo, o il Filostrato, o la Fiammetta. Perocché tutta d’amore e di sospiri e di cocenti lagrime è piena, come se l’uomo nascesse in questo mondo solamente per ritrovarsi in quelle dieci Giornate amorose, le quali da donne innamorate e da giovani leggiadri raccontate furono nelle cento Novelle: e tanto s’infiamma in queste parti d’amore, che le gravi e sustanzievoli parti della vita di Dante lascia a dietro e trapassa con silenzio, ricordando le cose leggiere e tacendo le gravi. Io adunque mi posi in cuore, per mio spasso, scriver di nuovo la vita di Dante con maggior notizia delle cose estimabili. Né questo faccio per derogare al Boccaccio, ma perché lo scriver mio sia quasi in supplimento allo scriver di lui.
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