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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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3 - Il goletto insaldato

 

Il graffio del naso non era ancora guarito per bene, che già il nostro amico Gigino, per la solita grulleria di vestire da uomo fatto, ne meditava un'altra delle sue.

Una mattina, avendo trovata la Veronica in guardaroba, che rassettava della biancheria, le disse con una manierina incantevole:

«Dimmi, Veronica, mi faresti un piacere

«Si figuri

«Ma prima mi devi promettere...»

«Che cosa?»

«Di non dir nulla alla mamma

«Si comincia male» osservò la cameriera, alzando la testa e guardando in viso il ragazzo. «Dev'essere dunque un segreto

«Un segreto, no... ma ecco, vorrei...»

«Animo via: sentiamo di che si tratta

«Si tratta di un goletto da collo del mio fratello Augusto

«Come c'entra il suo fratello Augusto

«Bisogna sapere che Augusto mi ha regalato uno de' suoi goletti da collo: ma per me è troppo grande... e vorrei che tu mi facessi il piacere di ristringerlo

«E un ragazzino, come lei, vuol mettersi un golettaccio alto e insaldato a quel modo, che pare un collare? Quei goletti, abbia pazienza, staranno bene agli uomini e ai giovinotti, perché oramai la moda vuole così, e con la moda non ci si ragiona: ma i ragazzetti della sua età fanno miglior figura con la goletta arrovesciata, e che lascia scoperto e libero il collo. La tenga a mente, sor Gigino, che i ragazzi bisogna che vestano da ragazzi: se no, c'è da scambiarli per tanti uomini rimasti nanerucoli e piccini

«O che sarebbe una vergogna? Io sento che il babbo e la mamma, quando vogliono dire un gran bene di qualche ragazzo, lo sai come dicono? Dicono sempre: quello è un ragazzo che par proprio un omino

«Verissimo: ma non intendono dire che paia un omino, perché porta i goletti ritti e insaldati, come usano gli uomini: neanche per sogno! Intendono dire che il tale o il tal altro ragazzo pare un omino, perché non è bizzoso, perché non è scapato, perché ha giudizio, perché studia e si fa onore e perché preferisce i libri ai balocchi

«Basta, basta, Veronica: il resto me lo dirai un'altra volta. Me lo fai dunque questo piacere

«Eppure scommetto che se il suo babbo fosse tanto buono da comprarle un cappello a tuba, lei non si vergognerebbe a farsi vedere in mezzo alla strada con quella cupola in capo

Gigino guardò in viso la Veronica, e abbassando la voce domandò:

«Hai saputo forse qualche cosa?...».

«Di che?»

«Del cappello...»

«Cioè?»

«Dunque non sai nulla?... Meno male... Che cosa, dunque, dicevi

«Dicevo che lei sarebbe capacissimo di mettersi in testa un cappello a tuba e di andare magari a farsi vedere da tutti!...»

«Sicuro che ci anderei

«Ma non pensa ai fischi e alle risate dei monelli di strada

«Dimmi, Veronica, che hai saputo per caso qualche cosa?...»

«Di che?»

«Meno male: non hai saputo nulla!... Dicevi dunque?»

«Dicevo che i ragazzacci di strada sono anche impertinenti... e non so se si contenterebbero soltanto di ridere e di fischiare

«E che vuoi tu che mi facessero di peggio

«Chi lo sa! Potrebbero alzare le mani e sentirsi il pizzicorino di lasciar cadere sul suo cappello qualche solennissima latta...»

«Latta?... E che roba sono le latte

«Sono quei colpacci a mano aperta affibbiati per celia o per davvero sul cappello degli altri.»

«E se qualche ragazzaccio si pigliasse la confidenza di sciuparmi il cappello, tu credi che io non ne avrei il coraggio?...»

«Il coraggio di far che cosa?»

«Di scappare e di andar subito a raccontarlo alla mamma?... Per tua regola, io non ho paura di nessuno.»

«Lo so che lei è dimolto coraggioso: tant'è vero che la sera, quand'è entrato a letto, vuol sempre la candela accesa. Guai a lasciarlo al buio

«Che cosa c'entra la candela col coraggio? Il coraggio è una cosa, e la candela è un'altra: ne convieni? E poi devi sapere che il mio maestro di ginnastica ha promesso fra sei o sett'anni d'insegnarmi la scherma... e quando saprò la scherma... allora, te lo dico io, non avrò più paura di nessuno. Ma insomma, Veronica, me lo fai questo piacere, sì o no?»

Gigino, mi dispiace a doverlo dire, aveva un altro difetto, comunissimo del resto a molti ragazzi, quello, cioè, che quando cominciava a chiedere una cosa, non la finiva più, fino a tanto che non l'aveva ottenuta. E a furia di ripetere e di pigolare la medesima cosa diventava così noioso e così seccatore, da sfondare lo stomaco.

Prova ne sia che la Veronica, pur di levarsi di torno quel tormento, prese dispettosamente il goletto, e tagliatone un pezzo e ricucitolo alla meglio con pochi punti, lo ridusse adattato al collo del suo padroncino.

Chi più beato, chi più felice di Gigino? Ballando e saltando corse a rinchiudersi nella sua camerina, e tanto fece e tanto annaspò, che finalmente poté guardarsi nello specchio col suo nuovo goletto intorno al collo.

Ma il nuovo goletto era così alto e così duramente insaldato, che il povero figliuolo sentiva tagliarsi la gola! Non poteva più abbassare la testa: non poteva voltarsi né di qua né di : pareva proprio un impiccato. Eppure quel giuccherello era contento, tanto contento, che sarebbe difficile figurarselo!

La sua prima idea fu quella di chiedere alla mamma il solito permesso per andare dal solito cartolaro a comprare le solite penne: ma poi, tornandogli in mente la gran disgrazia toccata all'infelice cappello a tuba, pensò meglio di scendere giù nel giardino. Se non foss'altro, scansando il pericolo d'incontrare i monelli di strada, si sarebbe levato il gusto di farsi vedere dal giardiniere, dalla moglie del giardiniere e dal loro bambinetto.

Appena arrivato sulla porta del giardino, il primo a venirgli incontro fu Melampo, un grosso cane da guardia, che cominciò subito a guardarlo male e a ringhiare, come se avesse voluto mangiarlo.

«Che cos'ha Melampogridò Gigino al figliuolo del giardiniere. «Che forse non mi conosce più? Non riconosce il suo padrone

«Come vuol che faccia a riconoscerlo, con codesto golettone che gli fascia tutta la gola?... Lo creda, sor Gigino, duro fatica a riconoscerlo anch'io... Da ieri a oggi, l'è così imbruttito... con rispetto parlando

«Imbruttito?... Sarebbe a dire?...»

«Lo creda, sor Gigino, la mi pare un galletto, quando gli hanno tirato il collo... Che gli è venuto forse un tumore, Dio ci liberi tutti?»

«È meglio che me ne vada, senza risponderti... se no, te ne direi delle belle» masticò Gigino fra i denti: e si avviò verso il pergolato.

Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vedere dove metteva i piedi, inciampò dopo pochi passi in un secchione pieno d'acqua lasciato per dimenticanza nel mezzo, e cadde lungo disteso sulla ghiaia del viale.

E la sua caduta fu così divertente, che alcune galline, le quali stavano beccando dintorno, invece di fuggire spaventate, cominciarono a sbattere le ali e a fare coccodè coccodè, tale e quale come se ridessero di genio alla vista di quel ragazzo così buffo per il suo golettone insaldato. Basti dire che fra quelle galline, ve ne fu una che, nello sforzo del gran ridere, scodellò senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.

Gigino, come potete immaginarvelo, tornò a casa tutto mortificato, e c'è da compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umore solamente il ragazzo del giardiniere, pazienza! Ma far ridere anche le galline, è troppo! Veramente, è troppo!

 

 




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