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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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4 - La scherma

 

E qui bisogna ritornare un passo indietro, come dicono i raccontatori di novelle.

Dovete dunque sapere, miei piccoli e carissimi lettori, che il brutto caso di quel povero cappello a tuba, strapazzato, percosso e diviso in due pezzi sulla pubblica via, non rimase un segreto per i compagni di scuola del nostro amico Gigino.

Uno scolaro, per combinazione, venne a saperlo: e quando un ragazzo sa qualche cosa, potete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anche tutti gli altri ragazzi. Così sapessero tutti l'Aritmetica, la Storia e la Geografia!

Fatto sta, che fra i compagni di scuola di Gigino trovavasi un certo Amerigo chiamato di soprannome il Biondo, perché di capelli e di carnagione era biondo come un cannello di brace.

Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissima passione): quella di divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi. Inventava per tutti qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente. A chi le dava, e a chi le prometteva.

Figuratevi la sua contentezza, quando gli raccontarono la storia della famosa latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!

Prese subito di mira l'amico, e non gli dètte più pace; non lo lasciò più ben'avere un minuto solo.

Tutte le volte che nell'andare a scuola s'imbatteva in lui, affibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poi, fingendosi dolente e mortificato, diceva con voce di piagnisteo:

«Scusa, sai: mi pareva che tu avessi in testa il cappello a tuba!... Non lo farò più!...».

Il nostro Gigino, a questi scherzi sguaiati ci soffriva, proprio ci soffriva: e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanito persecutore: ma la paura era quella che lo tratteneva: e la paura è stata sempre una gran tara per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.

Alla fine, non potendone più, fece un animo risoluto, e disse al suo maestro di ginnastica:

«Senta, signor maestro, io vorrei che lei m'insegnasse subito la scherma».

«Che cosa vuoi far della scherma

«Voglio battermi...»

«Con chi?»

«Con nessuno.»

«Benissimo: il signor Nessuno è l'unico avversario adattato per te!» urlò il maestro, dando in una gran risata.

«Eppure anche il babbo dice sempre che, quando sarò più grande, dovrò imparare la scherma...»

«Quando sarai più grande, sì: ma che cosa vuoi far oggi della scherma? oggi che sei un ragazzino alto poco più d'un soldo di cacio? oggi che non hai nemmeno la forza di reggere in mano il fioretto?...»

«Scusi: che cosa sarebbe il fioretto

«Te lo spiegherò un'altra volta

«Scusi, signor maestro: non potrebbe darmi qualche lezione, tanto per cominciare?...»

«Voglio contentarti. Per oggi t'insegnerò il modo di stare in guardia

«Mi dispiace... ma in guardia oggi non ci posso stare, perché dopo la scuola, mi aspettano a casa».

Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa: quindi riprese:

«Animo! Mettiti , ritto, impettito della persona. Benissimo! Ora porta la mano sinistra dietro la schiena... Nossignore! codesta non è la mano sinistra: codesta è la destra... Va bene così: ora con la destra impugna questo bastoncino, che farà da fioretto».

«Scusi, signor Maestro, che cos'è il fioretto

«Te lo spiegherò un'altra volta. Ora allunga il braccio destro, e facendo un passo in avanti, muoviti verso di me, come se tu volessi colpirmi

«E poi?»

«E poi la lezione è finita

«È tutta questa la scherma

«Per la tua età, ne hai imparata anche troppa e te ne avanza».

Dopo quella lezione di scherma, Gigino diventò una specie di gigante Golia. Nessuno gli faceva più paura. Tant'è vero che un giorno, essendosi preso a parole col Biondo, gli disse sul viso:

«Sono stufo delle tue sguajataggini: dopo la scuola ci batteremo».

Detto fatto, i due avversari si ritrovarono insieme sopra una piazzetta deserta, uno di faccia all'altro.

«Attentodisse Gigino al Biondo. «Allunga il braccio destro, e passa la mano sinistra dietro la schiena

«Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere in tanti complimenti, e mi sbrigo subito.»

E senza aggiungere altre parole, caricò sulle spalle dell'avversario un carico di pugni, quanti potrebbe portarne un ciuchino.

Il nostro amico tornò a casa tutto indolenzito: e lungo la strada si consolava di tanto in tanto, dicendo fra sé:

«È vero che ne ho toccate! Ma quella non era scherma, quelli erano pugni».

 

 




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