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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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10 - Come andò che Nanni, il gatto dell'Osteria delle Mosche, prese il posto di Pipì nella tasca dell'assassino

 

 Allora Golasecca voltandosi a Pipì con un cipiglio da far paura, gli domandò:

«Chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?.»

Lo scimmiottino, come se non dicessero a lui, cominciò a guardare in qua e in : ma poi, fissando i suoi occhietti mobilissimi e irrequieti in faccia al capo-masnada, disse con voce carezzevole:

«Vi contentate, sor assassino, che vi parli sinceramente? Io non ho veduto mai una barba così bella come la vostra! Voi avete la più bella barba del mondo!».

«Lasciamo star la barba e rispondiamo a tono: chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca

«E se fosse la barba solamente, vorrebbe dir poco», soggiunse lo scimmiottino. «Egli è che tutti dicono che voi siete la più buona pasta d'uomo di questo mondo! Un vero cuor di Cesare! La perfetta cortesia travestita da brigante!...»

«Lasciamo stare il buon cuore e la cortesia: chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca

«E se foste buono soltanto, sarebbe poco o nulla: egli è che siete anche bello! Volete che ve lo dica? Degli uomini belli ne ho veduti dimolti; ma un uomo bello come voi, non l'ho visto mai!»

«Bisognava avermi visto trent'anni fa!», replicò Golasecca lisciandosi i baffi e il barbone e ingegnandosi di apparire grazioso. «Allora ero bello davvero! Eh, Moccolino? Ditelo voi.»

«La prima volta, che vi ho conosciuto io, eravate un sole! un sole di mezzogiorno!», rispose l'oste.

«Oggi siete un sole sul tramonto!», soggiunse Pipì, «ma un tramonto magnifico! un tramonto che val più di un'aurora!...»

«Mi avvedo, caro scimmiottino, che tu hai molto spirito e molto ingegno: e per questo ti voglio bene» disse Golasecca commosso. «Scendi giù dalla zuppiera e vieni a sederti accanto a me. Ceneremo insieme. Moccolino! Porta subito in tavola un piatto di pesche e un piatto di ciliegie per il mio amico Pipì. L'amico Pipì è uno scimmiottino sincero e amante della verità, e se per caso incontra un uomo veramente bello, non ha nessuna paura a dirgli in viso: «Tu sei il più bell'uomo di questo mondo!»».

Fatto sta che mangiarono tutt'e due con grande appetito: e la cena fu piuttosto lunghetta.

Sul finir della cena, lo scimmiottino domandò al capo-masnada:

«Se non fossi troppo indiscreto, potrei sapere dove volete portarmi?».

«A casa della Fata dai capelli turchini

«E che vuole da me questa buona donna

«Essa è adirata

«E la ragione

«Perché dice che tu avevi promesso di accompagnare il suo figlio Alfredo in un lungo viaggio: e che poi hai mancato alla tua promessa

«Quanto è lontana di qui la casa della Fata

«Più di mille chilometri

«Io non ci voglio venire.»

«Padrone tu di non volerci venire» rispose Golasecca, facendosi serio «ma io ti ci porterò per forza

«Voi non mi ci porterete...»

«Perché?»

«Perché io scapperò

«Scapperai?», urlò l'assassino, mugghiando come un toro ferito. «A buon conto, rientra subito dentro la mia tasca, e domani all'alba partiremo

Così dicendo, Golasecca abbrancò con una mano lo scimmiottino e lo ripose al buio, assicurando la tasca con quei soliti tre bottoni grandi e spropositati, come tre ruote da carrozza. Poi, cavatasi la giacca, la gettò sopra una sedia: e appoggiando il capo al muro, disse a Moccolino:

«Io farò un sonnellino su questa panca: e tu bada bene all'alba di venirmi a svegliare

«Dormite tranquillo», rispose l'oste: e presa la candela, se ne tornò su, nella sua cameretta.

Ora bisogna sapere che Golasecca aveva un bruttissimo vizio: quello cioè di russare: e russando, faceva con la bocca un certo fischio lamentevole e prolungato, come quello che fanno gli uccellini quando vedono calare il falco.

Nel sentir questo fischio, Nanni, il bellissimo gatto soriano di Moccolino, entrò in punta di piedi nella stanza, annusando qua e , forse con la speranza di trovare qualche uccelletto scappato di gabbia.

Ma, invece dell'uccelletto, trovò una giacca sopra una seggiola, e sentì che dalla tasca della giacca usciva un calduccino e uno strano odorino di carne.

«Che animale ci sia rinchiuso qui dentro?», cominciò allora a dire fra sé: «Un topino, no dicerto: perché sarebbe troppo grosso. Forse un pezzo di vitella arrosto? Nemmeno, perché questo non è odore di carne cotta. O dunque?...».

E tornò ad annusare: e dopo avere annusato e annusato, quell'odore era per lui come un libro stampato: non ci capiva nulla.

Ma intanto che stava almanaccando e leccandosi le basette, gli parve di udire un piccolissimo rumore. Rizzò subito gli orecchi e postosi in ascolto, sentì dentro la tasca un canto fioco fioco, che fece:

«Chicchirichì!».

«È un galletto», disse allora Nanni, miagolando dalla gran contentezza, «è un galletto di certo. L'odore veramente non parrebbe di carne gallinacea; ma questi gallettacci sono così furbi e traditori!... Mi ricordo sempre che una volta sul palcoscenico d'un teatro, portai via un galletto cotto in umido con le patate; e, nell'andare a casa, mi diventò ripieno di stoppa, di borraccina e di altre porcherie

«Chicchirichì!», si udì fare una seconda volta.

«Mi chiami, eh?», disse Nanni dentro di sé. «Ora vengo subito a trovarti; non dubitare. È tanti giorni che mi tocca a mangiar lucertole e grilli!... Un po' di carne di galletto mi rimetterà lo stomaco a nuovo

E cominciò a lavorare di unghie e di denti per aprire i bottoni della tasca.

Appena, però, ne ebbe aperto uno, vide saltar fuori uno scimmiottino tutto garbato e complimentoso, il quale gli disse: «Ho sentito, mio caro gatto soriano, che tu desideri di mangiare un po' di carne di galletto: ed è per farti piacere che ti ho lasciato in fondo a quella tasca un mezzo gallettino di primo canto. Se vuoi cavarti questa voglia, entra dentro, e buon appetito».

Nanni, senza farsi ripetere l'invito, entrò di corsa nella tasca: ma non era ancora finito d'entrare, che il bottone della tasca si richiuse subito sopra di lui.

«Ci sei dentro? e tu stacci!», disse Pipì, stropicciandosi tutt'allegro le zampe davanti. «E mentre che tu, povero Nanni, cerchi nella tasca il gallettino di primo canto... che non c'è stato mai, io me ne anderò lontano di qui... e tanti saluti a casa

Quando lo scimmiottino ebbe borbottato fra i denti queste parole, aprì pian piano la porta dell'osteria e disparve fra gli alberi foltissimi della foresta.

Per l'appunto quella notte era una nebbia così fitta, che non ci si vedeva da qui a .

 

 




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