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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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-3-

 

Un giorno, per altro, avvenne un caso orribile e spaventoso; ed ecco come andò.

Il piccolo esercito, secondo il solito, si avanzava a marcia forzata dentro il bosco, in cerca del solito nemico. Quando, tutt'a un tratto, il general Leoncino, che camminava fieramente avanti una ventina di passi, si fermò esterrefatto, e cacciando un grido acutissimo di terrore, si dette a scappare verso casa.

La sua fuga fu così precipitosa e disordinata, che per la strada perse gli sproni di latta e il berretto di generale, col gallone che pareva d'argento.

Che cos'era mai accaduto di strano?...

Quando Leoncino arrivò alla villa, era ansante, boccheggiante e tutto paonazzo in viso come un cocomero troppo maturo.

E per l'appunto la prima persona, in cui s'imbatté, fu lo zio.

Conoscete, per caso, lo zio di Leoncino? Lo dovete conoscere di certo, perché chi lo sa quante volte lo avete incontrato per la strada: ma ora forse non ve lo rammentate più.

Figuratevi, dunque, un omone lungo lungo, grosso grosso, con un faccione largo come la luna, e con un nasone tutto pieno di nasini, da parere un grappolo d'uva.

Di nome si chiama Giandomenico: ma tutti nel paese lo conoscono col soprannome di Nasobello.

Vedendolo la prima volta e giudicandolo dalla fisonomia burbera e accigliata, c'è da scambiarlo per un orco, per un tiranno, per un mangia-bambini, e invece... Invece è una bonissima pasta d'uomo, burlone, allegro, di buon'umore, tutt'amore per i figliuoli e tutto premure e attenzioni per il suo nipotino.

Tant'è vero che appena gli capitò davanti Leoncino scalmanato e impaurito a quel modo, il sangue gli fece un gran rimescolone e gridò subito:

«Che cos'è stato? Perché hai il viso così acceso?... Dove sono rimasti i tuoi cugini?...».

Il ragazzo stintignava a rispondere: pareva quasi che si vergognasse.

«Dunque?...», insisté lo zio, alzando sempre più la voce.

«Ecco... dirò... una bestia così brutta...»

«Quale bestia?...»

«Io...»

«Come? tu sei una bestia?...»

«Io, no: quell'altra... che ho trovata nel bosco...»

«Non capisco nulla: ma spiegati, per carità!... Dov'hai lasciato i tuoi cugini?...»

«Fra poco verranno...»

«Eccoci qui! eccoci qui!», gridarono di fuori cinque voci argentine e squillanti, come tanti campanelli.

E nel tempo stesso entrarono in sala i cinque ragazzi, che si buttavano via dalle matte risate.

Il babbo, che non sapeva il motivo di questo gran buon'umore, disse allora con accento risentito:

«Finitela una volta! Si potrebbe sapere almeno di chi ridete?».

«Si ride di lui!...» E, accennando Leoncino, dettero in una risata più forte.

«Del nostro coraggioso generale!» E qui una risata più lunga.

«Povero generale, che paura che ha avuta! Diamogli subito un bicchier d'acqua!» E qui una risatona così sguaiata, che non finiva più.

E Leoncino?...

 

 




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