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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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Quando furono alla distanza di quattrocento metri si voltarono a guardare, e videro Leoncino, presso la macchia, che tirava bastonate a destra e sinistra, urlando come un tacchino spaventato.

Questa lotta disperata durò un buon quarto d'ora. Alla fine il valoroso caporale, appoggiatosi il bastone sulla spalla a uso fucile, tutto glorioso e trionfante tornò indietro a raggiungere i suoi compagni, i quali gli si affollarono subito dintorno, ansiosi di domandargli:

«Dunque? Come è andata a finire?».

«Bene

«Ti ha graffiato? ti ha morso

«Si è provata due volte a prendermi il bastone coi denti per inghiottirlo

«L'hai ammazzata

«Mi è fuggita sul più bello... ma è fuggita in uno stato da far pietà... se campa fino a domani è un miracolo

A questo racconto, i cinque ragazzi si erano tanto riscaldati, che non potendo più frenare il loro entusiasmo, saltarono al collo del cugino, lo abbracciarono, gli strinsero la mano, gli fecero mille carezze, Arnolfo volle dargli perfino un gran bacio.

Arrivati a casa, come è facile immaginarselo, andarono di corsa dal babbo per raccontargli la gran prova di coraggio che aveva dato Leoncino, combattendo a corpo a corpo con una terribile volpe che pareva un leone.

Leoncino, sentendo tutte queste lodi, non capiva più nella pelle dalla consolazione: e già si figurava di aver riconquistato il titolo di generale, la sciabola coll'impugnatura dorata, le spalline color dello zafferano e il berretto con quella striscia bianca, che luccicava come un gallone d'argento.

Quand'ecco che sul più bello entrò in sala la serva, annunziando che c'era Tonio, il guardaboschi, il quale desiderava di vedere il signor Leoncino.

«Fatelo passar qui» disse lo zio Giandomenico.

E di fatti il guardaboschi si presentò, tenendo il suo cappello in mano e portando sulla spalla una volpe impagliata, piena di ammaccature e ridotta in cattivissimo stato.

«Che cosa vuoi, Michele?», domandò lo zio.

«Dirò, padrone lustrissimo: stamani ho regalato questa volpe al sor Leoncino, che l'ha presa col dire che l'avrebbe portata alla villa... ma viceversa poi, l'ho ritrovata per caso nascosta nella macchia di Tentennino...»

«Dove?», gridarono i ragazzi a una voce. «Nella macchia di Tentennino?...»

E nel dir così, si scambiarono fra loro un'occhiata sbarazzina e maligna, che tradotta in lingua parlata voleva dire: «Ora abbiamo capito tutto!...».

Il povero caporal Leoncino, vedendosi oramai scoperto, diventò di tutti i colori, come i segnali delle strade ferrate.

«E guardi, padron lustrissimo», continuò il guardaboschi, «come me l'hanno conciata questa povera bestia!... Se sapessi chi s'è preso il divertimento di bastonarla a questo modo, pover'a lui!...»

Leoncino, che aveva le lacrime in pelle in pelle, uscì di corsa dalla stanza e andò a rinchiudersi in camera.

Venuta la sera, disse allo zio che voleva tornarsene subito a casa sua, dal suo babbo e dalla sua mamma. Lo zio Giandomenico si provò a sconsigliarlo e a farlo restare ancora per qualche giorno: ma non ci fu verso.

Mentre era sul punto di salire in tranvai, i suoi cugini (sempre un po' monelli), lo baciarono e gli dissero addio: ma intanto gli bisbigliarono in un orecchio:

«Continua a combattere con le volpi impagliate: ma ricordati qualche volta il proverbio che dice: «Chi non ha coraggio, non vada alla guerra»».

 


 




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