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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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UNA MASCHERATA DI CARNEVALE – OSSIA I SOTTERFUGI

 

-1-

 

Ogni volta che Cesarino andava o tornava dalla scuola, aveva preso il vizio di fermarsi a tutte le cantonate per leggere i cartelli dei teatri.

Questa era la sua grande passione.

E se per caso i cartelli annunziavano qualche commedia tutta da ridere, allora Cesarino cominciava subito a spappolarsi dalle risa, tale e quale come se si fosse trovato in teatro.

Un giorno (sul finire di Carnevale) gli venne fatto di leggere un gran cartellone che diceva così:

 

R. TEATRO PAGLIANO

 

Domenica sera gran Festa di Ballo

con ingresso alle Maschere.

 

La mascherata che sarà giudicata

più bella e più sfarzosa

Riceverà un premio di Cento lire.

 

Appena letto quel cartello, il nostro Cesare non ebbe più bene di sé.

Nel tornare a casa, andava fantasticando:

«Se quelle cento lire le potessi vincere io!... Che bel signore che diventerei!... Metterei su carrozza e cavalli!... comprerei una bella villa con tanti poderi... e poi, tutti i quattrini che mi rimanessero in tasca, li darei alla mamma per le spese di casa... Eppure!... se avessi coraggio, tenterei davvero la fortuna! Chi mi dice che la mascherata inventata da me non riuscisse la più bella di tutte?... Per inventare una mascherata non ci vuol poi un gran talento!... Non è come il latino o la grammatica, ché quelle sono due cose uggiose, e per impararle bisogna essere sgobboni... Qui basta avere un po' di genio! A buon conto, non bisogna dir nulla a nessuno; specialmente a' miei fratelli. Guai se Orazio e Pierino sapessero qualche cosa!».

Nel dir così, si trovò quasi senza avvedersene alla porta di casa, e sonò il campanello.

Orazio, per l'appunto il suo fratello Orazio, fu quello che aprì.

«Giusto te!», disse Cesare con aria di gran mistero appena entrato in casa.

«Che t'hanno fatto

«Nulla... Ho detto così per ischerzo

«Eppure, a vederti in viso, si direbbe...»

«Nulla, ti ripeto, nulla. Se fossi matto a confidarmi con te!...»

«Hai forse qualche segreto

«Vedi! Se te lo dicessi, saresti capacissimo di andarlo subito a raccontare alla mamma. La mascherata la farò... oramai ho detto di farla... e la farò: ma te e Tonino non dovete saperne il gran nulla.»

«Quale mascherata

«Quella per andare domenica al teatro Pagliano, a vincere il premio...»

«E il premio sarebbe?»

«Cento lire alla più bella maschera della serata. Non lo dire a nessuno... ma la più bella maschera sarò io... capisci?...»

«Allora voglio mascherarmi anch'io...»

«Ma zitto, per carità: e non dir nulla a nessuno: specialmente a Pierino, che anderebbe subito a rifischiarlo alla mamma

«Ti pare che voglia dirlo a Pierino? Piuttosto mi taglierei la lingua... Eccolo!... è lui!»

In quel mentre entrò nella stanza, ballando e saltando, un ragazzetto di circa nove anni. Era Pierino, il minore de' tre fratelli: il quale, senza perder tempo, gridò strillando come una calandra:

«Ditemi, ragazzi, si fa a mosca-cieca?».

«Abbiamo altro per la testa», rispose Cesare.

«Giusto a mosca-cieca!», soggiunse Orazio.

Pierino guardò maravigliato i suoi fratelli: e poi domandò:

«Che vi è accaduto qualche disgrazia?.»

«Finiscila, gua', giuccherello!», disse Orazio.

«O dunque?...»

«Tu sei un gran curioso! E a farlo apposta non devi saper nulla!...»

«Nulla! il gran nulla!...»

«E poi, siamo giusti, le mascherate non sono cose per te.»

«Non sono cose da ragazzucci della tua età

«Che vuoi che il premio lo diano a te?»

«Sarebbe dato benino, e non canzono

«Ma di che premio parlate

«Delle cento lire, che daranno domenica sera al teatro Pagliano...»

«A chi le daranno?...», domandò Pierino, spalancando gli occhi.

«A te no di certo. Ma forse a me...», disse Cesare.

«E a me, soggiunse Orazio

«Che andate in maschera, voialtri?»

«Lo dicono

«E dove andate

«Al teatro Pagliano

«E quando?»

«Domenica sera

«Oh! bene! oh bene!», gridò Pierino. «Allora ci vengo anch'io.»

«Ma zitto! E non dir nulla a nessuno: specialmente alla mamma

«Per chi mi avete preso? per una spia

«A proposito», disse Cesare, «come ci dovremo mascherare

«Io non lo so», disse Pierino.

«Neanch'io», soggiunse Orazio.

«Silenzio tutti! M'è venuta in capo una bella idea! Ma proprio bella...»

«Sentiamola

«Ditemi, ragazzi; le volete davvero queste cento lire

«A me mi pare che tu ci canzoni...»

«Io non canzono nessuno. Le volete, sì o no, queste cento lire

«Io son contento se me ne dai quaranta», disse Pierino, ma le voglio tutte in soldi, perché le mi fanno più figura

«Se volete queste cento lire, date retta a quel che vi dico. Domenica sera ci dobbiamo mascherare tutti e tre, e la nostra mascherata deve somigliare a quella stampa colorita, che portò a casa l'altro giorno lo zio Eugenio...»

«Quale stampa?...», domandò Orazio.

«Quella che rappresenta la famiglia del gobbo Rigoletto

«E chi è questo Rigoletto?», chiese Pierino.

«Non lo conosci? Gli è quel gobbo rifatto in musica dal maestro Verdi... quello che dice:

 

La donna è mobile

Col fiume a letto...»

 

«S'è capito, s'è capito», disse Orazio.

«Io, com'è naturale», riprese Cesare, «mi vestirò da Re di Francia, e tu...»

«Mi dispiace di non essere gobbo», disse Orazio, «perché mi vestirei tanto volentieri da Rigoletto

«Al gobbo ti ci penso io: lascia fare a me...»

«E io?», domandò Pierino.

«Tu ti vestirai da Gilda, figliola di Rigoletto

«Io da figliola? Io per tua regola non faccio da figliola a nessuno: sono nato uomo e voglio mascherarmi da uomo: ne convieni

«Benissimo: vuol dire che invece di vestirti da figliola ti vestirai da figliolo di Rigoletto... Che vuoi che Rigoletto non avesse in famiglia nemmeno un maschio

«Così mi piace e ci sto.»

E i tre fratelli, contenti di questa bellissima trovata, cominciarono a ballare in tondo per la stanza, come se avessero già guadagnato le cento lire del premio.

Quand'ecco che Pierino, fermandosi tutt'a un tratto, domandò a' suoi fratelli:

«Scusate, ragazzi, e i quattrini per comprare i vestiti da maschera dove sono?».

Nessuno rispose.

E i quattrini per entrare in teatro, chi ce li da?

La solita risposta.

 

 




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