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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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-2-

 

Quella sera andarono a letto mogi mogi. Cesare dormiva solo, e in un altro lettino accanto al suo, dormivano Orazio e Pierino.

«Peccato!», disse Cesare con un gran sospiro, prima di addormentarsi. «Quelle cento lire erano proprio nostre! Nessuno ce le poteva levare...»

«Sfido io!...», brontolò Orazio.

In quanto a Pierino non poté dir nulla, perché russava come un ghiro.

La mattina dopo, sul far del giorno, Cesare svegliò i suoi fratelli gridando:

«Allegri, ragazzi, allegri!... Ho bell'e trovato il modo di far la mascherata!».

«Davvero?», disse Orazio, allungandosi e sbadigliando.

«Quale mascherata?», domandò Pierino, col capo sempre fra il sonno.

«Ora vi dirò tutto. Volete sapere chi ci darà il vestiario?... Indovinatelo! Ce lo darà lo zio Eugenio

Lo zio Eugenio (un gran capo-ameno) era fratello della mamma dei ragazzi, e stava con gli altri in famiglia, avendo nella medesima casa anche il suo Studio di pittura.

«E come fai a sapere che il vestiario ce lo darà lui?»

«Ne sono sicuro... perché glielo porteremo via di nascosto

«Lo zio, dunque, ha tutto il vestiario per il Rigoletto

«Non è precisamente il vestiario del Rigoletto, ma ci corre poco. Sono strisce di raso rosso, verde, turchino, di tutti i colori: e con quelle strisce noi ci faremo i calzoni, i vestiti e i berretti...»

«Ma se tu fai da Re di Francia, ti ci vorrà la corona di Re», disse Orazio.

«Come sei ignorante!», replicò Cesare con una scrollatina di capo. «Ma non sai che i Re di una volta, quando andavano a spasso, non portavano in capocoronacappello

«O quando pioveva, come facevano?», domandò Pierino.

«Pigliavano l'ombrello, o se no, rimanevano in casa. Anche noialtri si sarebbe fatto così, ne convieni

«Tu discorri bene», soggiunse Pierino, «ma nella Storia Romana non c'è detto che gli Imperatori andassero fuori con l'ombrello...»

«E tu ci credi alla Storia Romana? Povero bambino, lo spendi bene il tu' tempo!...»

Per farla breve, i tre fratelli entrarono nello studio dello zio, mentre lo zio era sempre a letto, e da una vecchia cassapanca gli portarono via un grosso fagotto di calzoni di seta, di sottoveste e di giubbe di raso e altre anticaglie d'ogni modello e colore.

Poi corsero a dare un'occhiata a quella famosa stampa che rappresentava - per dir come dicevano loro - tutta la famiglia di Rigoletto: e presi i necessari appunti, si rinchiusero in camera a lavorare.

Pierino, dopo averci pensato ben bene, si rassegnò a vestirsi da figliuola, invece che da figliuolo, e Cesare, avendo trovata una corona reale di cartone dorato, si rassegnò a portarla in capo.

La mattina dopo... volete crederlo? tutto il vestiario, a furia di spilli, di aghi e di punti infilati a caso, era già in ordine.

Come facessero, non saprei dirvelo davvero. Io so una cosa sola, ed è questa: che i ragazzi, anche quelli di poca levatura, dimostrano sempre moltissimo ingegno quando lavorano per i loro balocchi.

E i quattrini per entrare a teatro? Dove trovarli? Da chi farseli imprestare?

Chiederli alla mamma era inutile, perché sarebbe stato lo stesso che scoprire tutto il sotterfugio combinato fra loro.

A buon conto, avevano saputo che il biglietto d'ingresso al teatro costava una lira: dunque, essendo in tre, ci volevano almeno tre lire.

Inventando una scusa di libri da comprare, si provarono a chiederle allo zio Eugenio: e lo zio, famoso per queste burle, rispose subito:

«Volete tre lire sole? Io non faccio imprestiti così meschini! Chiedetemi cento, duecento, mille lire... e allora c'intenderemo...».

«Gua'», disse Pierino, «se lei ci fida anche cento lire, noi le si pigliano volentieri

«Sicuro che ve le fido! E perché non ve le dovrei fidare

«Dunque la ce le dia

«Portatemi il calamaio e un pezzo di foglio bianco

Quand'ebbe l'occorrente, lo zio scrisse sopra il pezzo di foglio:

 

 Pagherete ai miei nipoti Cesare, Orazio e Pierino lire cento, che segnerete a mio debito.

 

Lo zio

 

«E ora», domandò Cesare, «da chi si vanno a prendere queste cento lire

«Alla Banca de' Monchi

«E dov'è questa Banca

«Qui svolto. Appena usciti di casa, tirate giù a diritta, poi trovate una piazza, poi svoltate a sinistra, poi girate in dietro, traversate il ponte e appena fuori della barriera, c'è subito la Banca de' Monchi

I tre ragazzi stettero attentissimi: ma non capirono nulla.

Fatto sta che Cesare, invece di andare a scuola, girò per tutta la città; e a quanti domandava della Banca de' Monchi, tutti lo guardavano in viso e ridevano.

Tornato a casa, disse a' suoi fratelli:

«Lo zio ce l'ha fatta!».

«Cioè?»

«La Banca de' Monchi è una sua invenzione

«E ora come si rimedia

«Il rimedio ce l'avrei...»

«Dillo, dillo subito!», gridarono Orazio e Pierino.

«Ci state voialtri a vendere i libri di scuola

«Magari!... e poi come si ricomprano

«Con le cento lire del premio

«Benissimo! E così li avremo tutti novi

«E tutti rilegati...»

A furia di discorrere e di ragionarci su, quei tre monelli finirono per persuadersi che, a vendere i loro libri di scuola, facevano un'operazione d'oro.

Lo stesso giorno, Cesare, con un fagotto sotto il braccio, andò in cerca di un rivenditore di libri usati: e quand'ebbe in tasca le tre lire, gli parve di aver toccato il cielo con un dito.

 

 




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