SCENA
QUARTA
Celindo, poi
don Pacchione
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CEL.
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Alfin si
placherà, placato io sono.
Ogni onta le
perdono... Ma qual onta?
Ella non
m'ha sprezzato.
Artimisia l'ha
detto, ed ha scherzato.
È ver che
siamo in villa,
Che di tutto
si può prendersi gioco,
Ma
Artimisia, per dirla, eccede un poco.
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PACC.
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Amico,
allegramente.
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CEL.
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Allegri, se
si può.
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PACC.
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Allegri, che
stassera io mangerò.
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CEL.
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D'esser
avvelenato
Non avete
paura?
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PACC.
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No,
Artimisia mel dice, e m'assicura.
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CEL.
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Ed io credo
che mai
Vi sia stato
per voi cotal periglio.
Scherza
Artimisia, e noi pone in scompiglio.
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PACC.
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Sia
com'esser si voglia,
Stassera
mangerò; questo mi basta.
Se giunger
posso a lavorar coi denti,
I perigli mi
scordo ed i tormenti.
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CEL.
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Già la sera
s'avanza;
Nella vicina
stanza
S'imbandisce
la mensa, e manca poco
A consolarvi
affatto.
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PACC.
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Artimisia da
me voluto ha un patto.
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CEL.
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E quale?
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PACC.
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Pria che
giunga
L'ora
d'andare a cena,
Vuol ch'io
abbia la pena
Di stare a
tavolino
Col gioco a
trattenere Ramerino.
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CEL.
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Che bizzarro
pensier!
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PACC.
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Dice che a
tutti
Vuol dar
soddisfazione:
Contenta di
ciascun vuol la passione.
Obbedirla
anche in ciò da me si deve;
Ma farò una
partita breve breve.
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CEL.
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Voi amate
Artimisia, e non sapete
Ch'ella del
cavalier...
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PACC.
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Pazzo il
meschino.
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CEL.
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Non credo
che lo sia, ma se tal fosse,
È certa la
ragione
Che
Artimisia di tutto è la cagione.
Ah, sono pur tanti
Que' miseri amanti
Che vivono in pene
Fra l'aspre catene,
Ed han, per mercede
D'amore e di fede,
Tormenti e rigor.
Resister non puote
A legge sì dura:
Lo spirto si scuote,
La mente s'oscura.
Si cangia in deliri
L'ardor de' sospiri
D'un misero cor. (parte)
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