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SCENA QUINTA
Rosaura,
Florindo e detto, poi il Servitore
TON.
(Oimei!
xe qua quel sior dalla spada). (timoroso)
ROS.
Signor
Tonino, non vi dia ombra alcuna vedermi venir col signor Florindo. Egli è un
uomo assai ragionevole. Sapete come a lui ha parlato mio zio. Avete da essere
buoni amici.
TON.
Mi son amigo de tutti. Ghe
vôi ben, ghe vorrò sempre ben, basta che nol me fazza paura.
FLOR.
Basta
che voi trattiate con termini civili ed onesti. (a Tonino)
TON.
Diseme,
caro vecchio, se sposasse siora Rosaura, ve ne averessi per mal?
FLOR.
Le
ragioni addottemi dal signor Fabrizio mi hanno disposto ad una perfetta
rassegnazione.
TON.
Bravo,
cussì me piase. Saremo amici.
FLOR.
E voi
vi dolerete di me, qualora essendo vostra sposa la signora Rosaura, mi procuri
l’onore di onestamente servirla?
TON.
Gnente
affatto; anzi me farè finezza, ve sarò obbligà.
ROS.
Viva
il signor Tonino.
TON.
E
viva ella e le so bellezze.
FLOR.
Viva
il signor Bella grazia.
TON.
Per
servirla, obbedirla e reverenziarla.
ROS.
È
molto bello, molto grazioso.
TON.
Sempre
per favorirla.
FLOR.
Mi
piacciono quei nèi sul viso. Siete il ritratto della galanteria.
TON.
Tutto
effetto della sua dabbenaggine.
FLOR.
Anzi
della vostra.
ROS.
Sediamo
un poco in conversazione.
TON.
Tutto
quello che la comanda. La donna in mezzo. Dirò come che se dise: In medio
stabat virtutis.
FLOR.
(Quanti
spropositi!) (da sé)
ROS.
Chi
dice questo bel latino?
TON.
Credo
che el sia o dell’Ariosto, o del Tasso.
FLOR.
Prendete
tabacco? (gli offre tabacco)
TON.
Obbligatissimo.
Ne tengo, ma non ne prendo.
FLOR.
Perché
non ne prendete?
TON.
Per
no sporcarme, con reverenza, el naso.
ROS.
Favorisca
a me una presa delle sue grazie.
TON.
Subito
la favorisso.
FLOR.
(Che
complimenti obbliganti!) (da sé)
TON.
(Tira
fuori una tabacchiera involta in un foglio)
FLOR.
Di
che mai è quella sua tabacchiera? È una qualche gioja preziosa?
TON.
La xe
d’arzento massizzo. La tegno incartada, acciò che no la se insporca.
FLOR.
Che
pulizia ammirabile!
TON.
Prenda
e s’imbalsami. (a Rosaura)
FLOR.
Favorisca.
TON.
La
senta che roba. Siviglia d’Albania. (a Florindo)
ROS.
È molto
secca questa vostra Siviglia Albanese. Quant’è che l’avete?
TON.
Me
l’ha donada sior santolo, che sarà debotto tre anni.
FLOR.
La
lascierete ai vostri figliuoli per fideicommisso.
TON.
La
diga, sior Florindo, no la gh’ha gnente da far adesso?
FLOR.
Niente
affatto.
TON.
No
l’anderave a dar una ziradina?
FLOR.
Sto
qui per voi, per tenervi conversazione.
TON.
Per
mi la vaga pur, che la mando.
FLOR.
(Siamo
alle solite). (a Rosaura)
ROS.
(Compatitelo;
lo conoscete). (a Florindo)
TON.
Per dirghela,
sior Florindo, la me dà un pochetto de suggizion.
FLOR.
Non
vi prendete soggezione di me. Fate conto che io non ci sia. Parlate e trattate
con libertà.
TON.
Bravo;
cussì me piase. La diga, patrona, cossa fala? Stala ben? Come staghio in te la
so cara grazia? Me par che sia un bel caldo; con so bona licenza. (si cava
la parrucca, e l’attacca alla sedia)
FLOR.
(Oh
la bella figurina!) (da sé)
ROS.
Perdonatemi,
signore; questa è una mala creanza.
TON.
La
compatissa; ghe remedieremo. (si mette un berrettino)
ROS.
Peggio.
Parete un villano con quella berretta.
TON.
Scondemola.
(si pone un fazzoletto in capo)
FLOR.
Sono
cose da crepar di ridere.
ROS.
Eh
via, mettetevi la vostra parrucca.
TON.
Mo se
xe caldo.
ROS.
Se
vien gente, che volete che si dica di voi?
TON.
La
gh’ha rason. Me metterò la perucca. (si rimette la parrucca in capo, e tira
lo specchietto, e se l’accomoda con caricatura)
ROS.
Ora
siete un giovane pulito.
TON.
Ah?
cossa disela? ghe piasio? (a Rosaura) (Caro sior, andè via de qua). (a
Florindo)
SERV.
Signor
Tonino, il padrone la dimanda.
TON.
Vegno
subito. (si alza, e parte senza dir niente a nesuno)
FLOR.
Che
vi pare di questo bel garbo? (a Rosaura)
ROS.
Certamente
ha delle cose stravagantissime.
FLOR.
E voi
vi adattereste a pigliarlo?
ROS.
Signor
Florindo, il signor Tonino ha d’entrata all’anno quattromila scudi. (parte)
FLOR.
Per
questa parte la compatisco; io non ne ho quattrocento. (parte)
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