Carlo Goldoni
La gelosia di Lindoro

ATTO PRIMO

Scena Prima. Zelinda, Lindoro

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ATTO PRIMO

 

Scena Prima. Zelinda, Lindoro

 

Camera con grand'armadio nel fondo. – Da una parte tavolino da scrivere ad uso di segretario, dall'altra un altro tavolino con sopra della biancheria, cioè sei o sette camicie proprie e pulite, ed una cestella col bisogno per lavorare di bianco, ed una sedia a ciaschedun tavolino.

 

Zelinda a sedere lavorando, Lindoro a sedere scrivendo.

 

ZEL. Lindoro. (chiamandolo, dopo essere stati un poco senza dir niente)

LIN. (scrivendo) Cosa volete?

ZEL. (lavorando) Avete molto da lavorare questa mattina?

LIN. Sì, molto.

ZEL. Caro marito, non vorrei che il troppo applicare vi facesse del male.

LIN. (scrivendo) Quando bisogna, non mi risparmio.

ZEL. Ma sollevatevi un poco: respirate un momento, parlate un poco con me.

LIN. Lasciatemi scrivere, non ho volontà di parlare.

ZEL. In verità, Lindoro, voi mi date non poca pena. È qualche giorno che vi vedo taciturno, inquieto. Cos'avete mai che vi turba, che vi molesta? In un mese che siamo marito e moglie, pare che la vostra tenerezza per me si sia raffreddata.

LIN. No, Zelinda, v'ingannate, vi amo sempre più, e non cesso di ringraziare il cielo che siate mia.

ZEL. Ma da che proviene questa vostra tristezza?

LIN. Non so; ho qualche cosa che mi pena... Vedete bene, mio padre non ha voluto approvare il mio matrimonio. Malgrado le lettere e le preghiere del signor Don Roberto, non ha voluto riconoscervi ancora per nuora, non mi ha ancora assegnato niente per vivere, e siamo tuttavia obbligati a servire.

ZEL. Sì, è vero; ma la servitù è sì dolce, e per voi, e per me! Questo nostro padrone amabile, che ci ha sempre dolcemente trattati, ora che siamo sposati ci ama sempre più, e ci tiene in casa come figliuoli. Ringraziamo la provvidenza, e non ci affliggiamo fuor di proposito.

LIN. Ah Zelinda mia, voi non mi parlate che delle rose ed io sento al cuore le spine.

ZEL. Oh si sa che non si possono aver le rose senza le spine. Ma vi sono degli sfortunati che hanno le spine senza le rose.

LIN. (S'ella sapesse il tormento ch'io provo, non parlerebbe così.) (scrive)

ZEL. Vi assicuro ch'io non posso desiderarmi maggior contentezza. Vi quanto abbiamo sofferto, quante lacrime abbiamo sparse? Finalmente siamo arrivati al colmo della nostra felicità. Che bel piacere per me l'essere qui con voi, senza timor, senza soggezione, e lavorare con voi, e lavorare per voi; ecco qui, mirate le belle camicie ch'io sto facendo. Sono per il mio caro marito.

LIN. Vi ringrazio, la mia Zelinda, vi ringrazio di cuore, ma sarei più contento se ci fosse permesso di vivere altrove, e di poter uscire di questa casa.

ZEL. Scusatemi, Lindoro mio, io non capisco come possiate odiare una casa in cui abbiamo avuto tanto bene, e dalla quale ne possiamo sperare d'avvantaggio. Il signor Don Roberto ci ha promesso beneficarci col suo testamento, ed è uomo da farlo, e son sicura che lo farà.

LIN. (da sé scrivendo) (Tutto il bene ch'egli può farmi non vale l'inquietudine ch'io soffro. Quanto amo il padre, odio altrettanto il di lui figliuolo.)

ZEL. Questa è veramente una casa adorabile: è vero che la padrona è al solito un poco inquieta, che non mi vede ancor di buon occhio, ma non mi tormenta più come faceva una volta: Don Flaminio poi ha per me una bontà, e posso dire un rispetto, che non si può desiderar d'avvantaggio.

LIN. (Ah, questo è quello che mi tormenta.) Vi pare dunque che Don Flaminio abbia della bontà per voi?

ZEL. Sì, certo, moltissima.

LIN. (con un po' d'ironia) Aveva per voi la stessa bontà prima che diveniste mia moglie.

ZEL. Oh sì, è vero. Ma la cosa è assai differente. Allora mi amava con un'altra intenzione. Ora è totalmente cangiato. È veramente un giovane savio, civile, onorato. Si unisce al padre nel desiderio di farmi del bene, e dopo ch'io son maritata, tutto l'amore ch'aveva per me, l'ha cangiato in vera e perfetta stima.

LIN. (Questo è quello ch'io non credo.) (scrive)

ZEL. Io vi conosco assai ragionevole, e son certa che non vi resterà alcun sospetto sopra di lui.

LIN. (Ah pur troppo ho dei sospetti che mi tormentano!) (scrive)

ZEL. Tanto più che quest'è un torto che fareste a me.

LIN. (È vero, ma non me ne posso ancor liberare!) (scrive)

ZEL. Non dite niente? non rispondete? Sareste mai per avventura dubbioso?...

LIN. Sono occupato a scrivere, quest'è la ragione per cui non parlo.

ZEL. Non credo mai che il mio caro Lindoro...

LIN. Lasciatemi terminar questa lettera.

ZEL. Fate pure, non vi voglio sturbar d'avvantaggio. (No, no, non v'è pericolo. Lindoro mi ama, mi conosce perfettamente, non può sospettare di me.)

 


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