Carlo Goldoni
La gelosia di Lindoro

ATTO SECONDO

Scena Ottava. Zelinda e detti

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Scena Ottava. Zelinda e detti

 

ZEL. (a Don Roberto un poco confusa) Signore... che cosa mi comandate?

LIN. (a Zelinda con sdegno) Favorisca, signora mia...

ROB. Tacete, lasciate parlare a me.

ZEL. (da sé) (Prevedo quello che vogliono, e ci vuol coraggio.)

ROB. (placidamente) E bene, Zelinda... avete voi trovato ciò ch'avevate perduto?

ZEL. (Eccolo.) (con franchezza) Non signore, non l'ho trovato.

ROB. Si può sapere che cosa voi cercavate?

ZEL. Signore... (pensa un poco, e poi lo dice con franchezza) io cercava una lettera.

LIN. (a Don Roberto con calore) Sentite? Una lettera.

ROB. Lasciate parlare a me. (a Zelinda placidamente) Questa lettera a chi era scritta? ed a chi andava diretta?

ZEL. Signore, capisco benissimo che quella lettera è stata da qualchedun ritrovata, e può darsi ch'io sia così disgraziata, che qualcheduno abbia l'ardire di credere ch'ella sia a me diretta. (verso Lindoro con un poco di sdegno) (a Don Roberto) Non posso giustificarmi su quest'articolo che colla semplice negativa. Non ho altre prove in contrario che quelle che ho date della mia onestà, dell'attaccamento a mio marito, e d'una condotta che voi conoscete meglio d'ogn'altro. Tutto questo dovrebbe bastare a difendere l'onor mio, e disingannare chi pensa male di me. Se ciò non basta, chiamo il cielo in testimonio della mia innocenza, giuro per quanto v'è di più sacro che la lettera non m'appartiene, ma dopo questo sono risoluta e costante a non dir chi l'ha scritta, a non isvelare a chi fu diretta.

LIN. (a Don Roberto) Segno ch'ella è colpevole, e che l'affettata sua ipocrisia...

ZEL. Mi maraviglio di voi che così parlate. Voi mi conoscete che è molto tempo, voi m'avete seguitata per tutto, voi conoscete quanto me stessa il mio cuore, il mio animo, i miei pensieri. Sapete ch'io mai v'ho negato piacere alcuno, che mai v'ho nascosto i segreti dell'animo mio, e se ora non parlo, potete esser sicuro che una forte ragione m'obbliga a non parlare. Ho promesso, ho giurato, ma questo non basta ancora. Se io parlo son certa d'offendere e di pregiudicare, e sono disposta a soffrir tutto prima di recare altrui pregiudizio. Ditemi ora se è ipocrisia, o se è virtù.

LIN. Non sarà né l'uno, né l'altro. Sarà menzogna.

ZEL. Ah, questa vostra insistenza è una marca crudele d'ingratitudine, di perfidia, di poco amore.

LIN. Sì, chiamatela come volete.

ZEL. (con tenerezza) Signor Don Roberto, siate voi il mio protettore, il mio difensore.

ROB. Zelinda carissima, io vi conosco: so che siete onestissima, comprendo tutto quello che dite, lo credo, sarà così; ma a fronte di tutto, a costo d'ogni pericolo e d'ogni riguardo, si tratta dell'onor vostro, si tratta della quiete di vostro marito, e credo che siate in debito di parlare.

 

 


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