SCENA
SETTIMA
Altra camera nella stessa casa.
Aurelia e Cornelio
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AUR.
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Sì, sì,
Cornelio mio,
Amami di
buon cor, che t'amo anch'io.
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CORN.
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Circa
all'amor, mia cara,
Non v'è
niente che dir. Siamo felici.
Tu mi vuoi
bene a me;
Io voglio
bene a te. Ma il punto sta
Che tu dote
non hai,
Che io
poderi non ho, non ho mestiere;
E non vorrei
che avesse
Il gusto
dell'amor presto a finire,
E ci
avessimo poi, cara, a pentire.
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AUR.
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Per questo
è, ch'io procuro
Allettar co'
miei vezzi
Il signor
Filiberto,
Il quale,
incatenato
Da
quell'arti che a lui poco son note,
Mi vorrà
bene, e mi farà la dote.
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CORN.
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Io per
un'altra strada
Tento la
nostra sorte.
Ti è nota
quella lite
Che contro
Filiberto
Mossa ha il
Conte?
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AUR.
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Lo so.
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CORN.
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Sappi che
siamo
Interessati
nella lite in terzo,
Io per il
primo, il Conte e ser Imbroglio.
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AUR.
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Come! ancor
ser Imbroglio?
Di Filiberto
istesso
Il causidico
ancora?
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CORN.
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Sì, ti pare
Cosa strana?
È così.
Siam tre
d'accordo
Per mandarlo
in rovina.
Il Conte fa
la principal figura;
Imbroglio al
precipizio apre la strada;
Io vo
tenendo Filiberto a bada.
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AUR.
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Dunque si
può sperar che vada bene.
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CORN.
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Si può
sperar, ma dubitar conviene.
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AUR.
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Voi tre tesa
gli avete
Una terribil
rete.
Io un altro
laccio ho teso:
Dalla rete o
dal laccio ei sarà preso.
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CORN.
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E noi
contenti allora,
Senza che
della fame
V'entri il
brutto demonio,
Goderem
lietamente il matrimonio.
Bel contento
è l'esser sposi
Senza aver
da sospirar.
Ma poi tutto
si scompiglia
Quando grida
la famiglia:
«Pane, pane,
mamma mia».
Oh che
brutta sinfonia,
Quando pane
più non c'è.
Dura un
giorno, un mese o un anno
Il piacer
d'amor novello.
Da principio
tutto è bello,
E poi dopo
vien l'affanno;
Meglio è
stare ognun da sé. (parte)
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