SCENA
SESTA
Titta e
Livietta
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TITTA
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Io mostro aver bravura,
Ma costui,
per dir ver, mi fa paura.
Non vorrei,
non vorrei... Livietta è qui.
Se mai un
qualche dì
Dorina
m'intimasse la licenza,
Questa buona
saria per non star senza.
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LIV.
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Il padrone
vi chiama,
E voi qui
cosa fate?
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TITTA
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Ora vado,
carina.
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LIV.
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Animo,
andate.
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TITTA
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Perché così
stizzosa?
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LIV.
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Sono in
collera
Colla
padrona mia,
E senz'altro da lei voglio andar via.
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TITTA
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Perché? Cosa
v'ha fatto?
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LIV.
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Vuol far
un'ingiustizia;
Ma non la
soffrirò, no certamente:
Vuol dar
sposo a Dorina, ed a me niente.
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TITTA
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Ebben, non
dubitate,
L'averete
anche voi.
Ne potrete
pigliare uno per una.
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LIV.
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Io non
voglio gli avanzi di nessuna.
E poi per
maritarmi
Non vuò che
fra i padron si contrasti;
E mi pare di
aver merto che basti.
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TITTA
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Ditemi,
Liviettina,
Caso mai che
Dorina
Si sposasse
a Mingone,
Cosa potrei
sperar dal vostro amore?
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LIV.
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Che vi mandassi al diavolo di core.
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TITTA
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Ma perché?
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LIV.
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Torno a
dirvi,
Caro il mio
babbuino,
Ch'io non
voglio servir di comodino.
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TITTA
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Dunque, per
quel ch'io sento,
Son bello e
licenziato.
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LIV.
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Che volete
da me? Siete impegnato.
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TITTA
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Se vo a
disimpegnarmi,
Promettete
d'amarmi?
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LIV.
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Non lo so.
Siate
libero, e poi risponderò.
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TITTA
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Brava, così
mi piace;
Ammiro la
prudenza.
Or vado di
presenza
Dal padron,
da Dorina... E so ben io...
Basta,
basta, chi sa? Livietta, addio.
Quel che mi
bolle in testa,
Certo nessuno
il sa.
(Chiama il
padron). Carina!
Oh, siete pur
bellina!
(Vengo). Non
so partire.
Tutto vorrei
pur dire.
(Eccomi).
Vado, e torno.
Presto verrà
quel giorno
Che il mio
segreto amor...
(Lustrissimo.
La servo).
Cara, vi
lascio il cor. (parte)
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