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SCENA DICIOTTESIMA
Il marchese D’osimo, il conte di Brano e detti.
GUGL. Eccellenza, io sto cheto per
rispetto di lei.
VIC. Conte, voi vi riscaldate
soverchiamente: e voi conte di Brano, che avete a dirmi contro di questo
giovane?
CO. BRA. Dico, Eccellenza, che da lui
riconosco la vita. Sopraffatto da una eccessiva collera, fui da esso avvisato
che mi sovrastava la morte. Mi suggerì il rimedio, corsi alla spezieria e fui
costretto a cadere. Presi il rimedio da lui suggeritomi, e sono quasi rimesso.
Egli in Gaeta ha fatto il medico: l’ho creduto un impostore; ma ora dico esser
uomo di garbo, il quale, oltre le altre virtù, ha quella di esser un perfetto
fisonomista.
CO. PORT. Un accidente non lo può
autenticare per un uomo di vaglia.
CO. BRA. E non abbiamo prova in contrario
per crederlo un impostore.
GUGL. (Eppure è la verità. La paura l’ha
fatto quasi crepare). (da sé)
VIC. E voi, signor Marchese, che dite di
questo forestiere?
MAR. Sono disgustato con lui; l’ho pregato
di venire in casa mia, e non è venuto.
GUGL. Il luogo dove ella mi trova, mi
giustifica bastantemente.
MAR. Sappiate, signor Guglielmo, (con
permissione di Sua Eccellenza) che ho comunicato la vostra idea ad altri
avvocati, e tutti l’applaudiscono; e condannano, come voi faceste, la direzione
tenuta da’ miei difensori. Anzi penso di domandare la revisione, e voi sarete
il principal direttore.
GUGL. Grazie dell’onore ch’ella si degna
di farmi.
VIC. Signor Conte, che dite voi? (al
conte Portici)
CO. PORT. Dico ch’egli ha incantato tutti.
Ecco don Filiberto; chieda a lui l’Eccellenza Vostra perché l’ha discacciato di
casa sua.
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