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SCENA DECIMA
Florindo e detti.
FLOR. Servitor umilissimo a lor signori. (tutti
lo salutano) (Il signor Alberto vicino a Rosaura? Cresce il mio sospetto). (da
sé)
BEAT. Molto tardi, signor Florindo!
FLOR. Mah, chi ha degli interessi, non può
prendersi molto divertimento.
BEAT. Il signor Alberto ci ha favorito.
FLOR. Il signor Alberto può farlo, perché
non ci pensa come ci penso io.
ALB. Signor Florindo, ella in pubblico
pretende mortificarme, e mi in pubblico bisogna che me defenda. La dise che mi
no penso ai so interessi, come la pensa ella; e mi ghe digo che ghe penso assae
più de ella, perché un’ora che mi ghe pensa, val più del so pensar d’una
settimana. Ghe ne xe molti de sti clienti, che pretende che l’avvocato non
abbia da pensar altro che alla so causa. I crede che l’intelletto dell’omo sia
limità a segno che nol possa pensar che a una cossa sola. E siccome la so
passion no fa che tegnirli oppressi e vincoladi tra la speranza e el timor, i
vorria che l’avvocato no fasse mai altro che consolarli. Nualtri che avemo una
moltitudine de affari sul tavolin, bisogna che a tutti distribuimo el nostro
tempo e el nostro intelletto; e se qualche volta no respiressimo con un poco de
sollievo e de devertimento, la nostra profession deventerave un supplizio, e la
nostra applicazion sarave una malattia. Basta che quando s’applica a quella tal
cossa, se ghe applica de cuor, con tutto el spirito, con tutto l’omo; e che
nella gran zornada, quando se tratta della decision della causa, se fazza
cognosser al cliente, al giudice e al mondo tutto, che messe su una balanza le
fadighe da una banda, e la mercede dall’altra, pesa più de tutto l’oro e de
tutto l’arzento i onorati sudori de un avvocato.
BEAT. Evviva il signor Alberto.
LEL. Amico, state cogli occhi chiusi.
Avete un uomo, che per la virtù, per la eloquenza e per l’onoratezza si è reso
venerabile, ed è la delizia del veneto foro.
CON. (Sentite come parla il vostro
avvocato avversario? Ma io lo farò mutar frase). (piano a Rosaura)
ROS. (M’innamora e mi fa tremare).
FLOR. Io non pretendo volervi a tutte
l’ore e per me solo applicato; ma, signor Alberto, intendiamoci senza parlare.
ALB. Non ho sta abilità de capir chi no
parla.
FLOR. Con grazia di questi signori, vi
dirò una parola.
ALB. Con permission. (La diga). (si
alza dal suo posto, e va vicino a Florindo)
FLOR. (Prima vi trovo col ritratto, ed ora
coll’originale; che volete che io possa pensare di voi?)
ALB. (L’ha da pensar che son un omo
onorato).
FLOR. (Tutto va bene. Ma io non posso
soffrire di vedervi vicino alla mia avversaria).
ALB. (Co l’è cussì, voggio contentarla.
Andemo via).
FLOR. (Qui non ci dovevate venire).
ALB. (Da omo d’onor, che no saveva che la
ghe dovesse esser).
FLOR. (Quando l’avete veduta, dovevate
partire).
ALB. (Oh! questo po no. Non son capace né de increanze, né de
affettazion. Se mostrasse
aver suggizion del cliente avversario, me dechiarirave per un omo de poco
spirito. E po nualtri avvocati no semo nemici dei nostri avversari. Se disputa
la rason della causa, e no el merito della persona; e tanti e tanti i magna, i
beve e i sta in bonissima conversazion con quelle istesse persone, contra le
quali con tutto el spirito i se dispone a parlar. La verità xe una sola. Con
questa d’avanti i occhi, no se pol fallar. El vostro sospetto deriva da
debolezza de fantasia; la mia franchezza dipende dalla robustezza dell’animo
indifferente alle tentazion, e saldo e forte nei onorati impegni della mia
profession). Zentildonne riverite, do ore le xe poco lontane. Ho adempio al mio
debito, le prego de despensarme. (scostandosi da Florindo)
BEAT. Prenda pure il suo comodo. Non
voglio esser causa che si rammarichi il signor Florindo.
ALB. La supplico scusar l’incomodo. Ghe
rendo infinite grazie d’averme degnà della so esquisita conversazion. E se mai
la me credesse capace de poderla obbedir, la prego onorarme dei so comandi. (a
Beatrice)
BEAT. Ella è pieno di gentilezza e di
cortesia.
ALB. Signora, ghe son umilissimo servitor.
(a Rosaura)
ROS. (Non voglio né rispondergli, né
mirarlo). (da sé)
ALB. Signora, l’ho reverida. (a
Rosaura)
ROS. (Crudele!) (da sé)
ALB. Gnanca? Pazienza! (Che pena che me
tocca a provar! Ma gnente; penar, tormentarse, morir, ma che no s’intacca
l’onor). (da sé, parte)
FLOR. Signora Beatrice, padroni tutti, gli
son servitore. (Eppure non mi posso levar dal capo che il signor Alberto ama
Rosaura. Le donne hanno avviliti i primi eroi della terra; non sarebbe maraviglia
che una donna vincesse il cuore d’Alberto). (da sè, parte)
LEL. Signore mie, se mi permettono, non
voglio lasciare l’amico.
BEAT. Servitevi con libertà. Riverite la
signora Flaminia.
LEL. Son servo a tutti. (Florindo ha delle
gelosie rispetto al signor Alberto; ed io ne fui la cagione. Eppure è vero, in
tutte le cose, prima di farle, bisogna consigliarsi colla prudenza, per
prevedere le conseguenze. (da sé, parte)
CON. La conversazione è finita. Servitor
suo.
BEAT. Va via, signor Conte?
CON. Che cosa ho da fare qui?
BEAT. Vi è la sposa.
CON. La mia signora sposa, quanto meno mi
vede, più mi vuol bene; non è egli vero? (a Rosaura)
ROS. Io non contraddico mai.
CON. (Già ha da finire i suoi giorni sopra
d’una montagna!) Schiavo suo. (parte)
BEAT. Andiamo nella mia camera, che
aspetteremo vostro zio.
ROS. Cara amica, sono in un mare di
confusioni.
BEAT. Il signor Alberto pare di voi
innamorato.
ROS. Ma se domani mi parla contro, ho
perduta la causa.
BEAT. Voglio che domattina andiamo a
ritrovare la signora Flaminia, e se ci riesce di parlare al signore Alberto,
può essere che si volti a vostro favore.
ROS. Io l’ho per impossibile.
BEAT. Eh! amore fa fare delle belle cose.
ROS. Sì, ma io non son quella che lo possa
innamorare a tal segno.
BEAT. Via, via, non dite così; avete due
occhi che incantano; s’io fossi un uomo, v’assicuro che mi fareste precipitare.
(parte)
ROS. L’amica scherza, ed io ho il cuore
afflitto. Domani si decide dell’esser mio; ma pure questa non è la maggiore
delle mie passioni. Due oggetti, uno d’amore, l’altro di sdegno, combattono a
vicenda il mio cuore. Amo Alberto, odio il Conte. Ma, oh dio! Dovrò perdere
quello che adoro, dovrò sposare quello che aborrisco? Miserabile condizion
della donna! Nacqui per penare, vivo per piangere, e morirò per non poter più
resistere. Alberto, oh! caro Alberto. Sei pur vago, sei pur grazioso! Mi piaci
ancorché nemico, ti amo, benché tu mi voglia miserabile, e ti amerei, se tu mi
volessi ancor morta. (parte)
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