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SCENA DECIMA
Lelio, Florindo e detti.
LEL. Con permissione della signora
Beatrice. Amico, vi abbiamo ricercato da per tutto, e non vi abbiamo trovato;
abbiamo saputo che eravate qui, e ci siamo presi la libertà di qui venire per
abbracciarvi, e consolarci con voi della eroica azione che avete fatta. (ad
Alberto)
ALB. Cossa disela, sior Florindo? Ala più
zelosia de vederme vicin alla so avversaria?
FLOR. No, caro signor Alberto; anzi vi
chiedo scusa de’ miei troppo ingiusti sospetti. Voi siete il più illibato, il
più prudente, il più saggio uomo del mondo: da voi riconosco la mia vittoria;
molto dovrei fare per ricompensare le vostre virtuose fatiche; ma vi prego per
ora degnarvi di accettare per una caparra delle mie obbligazioni questi
cinquanta zecchini, che vi offerisco. (gli presenta una borsa)
ALB. Sior Florindo amatissimo, no è per
superbia né per avarizia, che ricuso la generosa offerta che la me fa; perché
l’omo, de qualunque profession el sia, nol s’ha da vergognar de ricever el
premio delle so fadighe, e riguardo al mio merito, cinquanta zecchini i xe anca
troppi; la prego però de despensarme dall’accettarli, e permetterme che li
ricusa, senza offenderla e senza disgustarla. La rason, perché no li accetto,
xe ragionevole e giusta. La mia disputa, per un ponto d’onor, ha ridotto in
miseria la povera signora Rosaura, e no vôi che se creda che abbia sacrificà
alla mercede l’amor che aveva per ella.
FLOR. Sentimenti eroici e sublimi, degni
d’un uomo del vostro merito e della vostra virtù.
ALB. La diga d’un avvocato onorato.
FLOR. Ma vi prego a non lasciarmi col rossore
di vedermi ingrato e sconoscente con voi.
ALB. La fede che l’ha avudo in mi, non
ostante tutte quelle false apparenze che me voleva far creder reo, xe una
mercede che ricompensa ogni mia fatica.
FLOR. Giacché ricusate questo denaro,
fatemi un piacere; ve lo domando per grazia, per finezza; degnatevi di
accettare questo piccolo anello, per una memoria della mia gratitudine. Val
meno dei cinquanta zecchini, ma poiché volete così, non ricusate il dono, se
ricusaste la ricompensa.
ALB. Orsù, no voggio con un affettada
ostinazion confonder la virtù coll’inciviltà. Acetto l’anello che la me dona, e
la varda che bell’uso che ghe ne fazzo; qua, alla so presenza, lo metto in deo
alla mia novizza.
LEL. Come! È vostra sposa?
FLOR. Rosaura vostra consorte?
ALB. Sior sì, patron sì. Mia sposa, mia
consorte. Ella aveva bisogno d’uno che rimediasse alle so disgrazie, mi aveva
bisogno d’una che assicurasse la quiete e el decoro della mia fameggia, e se
fazzo el bilanzo del so merito e del mio stato, trovo aver mi vadagnà
moltissimo più de ella.
LEL. Me
ne rallegro infinitamente. Faremo le nozze in casa mia, se vi compiacete.
ALB. Acetto le vostre grazie; e za che el
sior Florindo m’ha dà l’anello, se el se degna, lo prego d’esser compare
dell’anello25 de mia muggier26.
FLOR. Molto volentieri accetto l’onore che
voi mi fate. Signora Rosaura, signora comare, vi chiedo scusa se vi sono stato
nemico; in avvenire vi sarò buon servitore e compare.
ROS. Gradisco infinitamente le vostre
generose espressioni. Compatisco la cagione che vi rendeva di me avversario, e
mi sarà d’onore la vostra cortese amicizia.
BEAT. Cara la mia sposina, venite qua;
lasciate che vi dia un bacio. Mi fate piangere dall’allegrezza. (le dà un
bacio)
LEL. Ma il Conte che dirà?
BEAT. Si è protestato che, se Rosaura
perde la lite, non la vuol più.
ALB. No se pol però concluder sto
matrimonio, se no se strazza el contratto del Conte. Voggio che femo le cosse
come che va.
FLOR. Il contratto del Conte lo romperò
io, perché gli romperò ben bene la testa. Indegno! impostore! calunniatore!
bugiardo!
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