Jacopo da Lentini
Poesie

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VI

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VI

Ben m'è venuto prima cordoglienza,

poi benvoglienza orgoglio m'è rendente

di voi, madonna, contr'a mia soffrenza:

non è valenza far male a sofrente.

Tant'è potente vostra signoria,                      5

c'avendo male più v'amo ogni dia:

però tuttor la tropp'asicuranza

ubrïa caunoscenza e onoranza.

 

Adunque, amor, ben fora convenenza,

d'aver temenza como l'altra gente,              10

che tornano la lor discaunoscenza

a la credenza de lo benvogliente:

chi è temente fugge villania,

e per coverta tal fa cortesia,

ch'eo non vorria da voi, donna, sembianza 15

se da lo cor non vi venisse amanza.

 

E chi a torto batte o fa increscenza,

di far plagenza penza, poi si pente:

però mi pasco di bona credenza,

c'Amor comenza prim'a dar tormente;        20

dunque più gente seria la gioi mia,

se per soffrir l'orgoglio s'umilìa

e la ferezza torna in pïetanza;

be·llo fare Amor, ch'ell'è su' usanza.

 

Eo non vi faccio, donna, contendenza,        25

ma ubidenza, e amo coralmente;

però non deggio planger penitenza,

ca nullo senza colpa è penitente.

Naturalmente avene tuttavia

c'omo s'orgoglia a chi lo contrarìa;              30

ma vostr'orgoglio passa sorcoitanza,

che dismisura contr'a umilïanza.

 

E voi che sete senza percepenza,

como Florenza che d'orgoglio sente,

guardate a Pisa di gran canoscenza,            35

che teme 'ntenza d'orgogliosa gente:

lungiamente orgoglio m'à in bailia,

Melan'a lo carroccio par che sia;

e si si tarda l'umile speranza,

chi sofra vince e scompra ogni tardanza. 40

 


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