Jacopo da Lentini
Poesie

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VIII

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VIII

 

Troppo son dimorato

llontano paese:

non so in che guisa possa soferire,

che son cotanto stato

senza in cui si mise                                       5

tutte bellezze d'amore e servire.

Molto tardi mi pento,

e dico che follia

me n'à fatto alungare;

lasso, ben veggio e sento,                           10

mort'e' fusse, dovria

a madonna tornare.

 

Ca s'io sono alungato,

a null'om non afesi

quant'a me solo, ed i' ne so' al perire;          15

io ne so' il danneggiato

poi madonna misfesi

mio è 'l dannaggio ed ogne languire;

ca lo suo avenimento

d'amar mi travaglìa,                                    20

e comandami a dare,

a quella a cui consento,

core e corpo in baglìa,

e nulla non mi pare.

 

Dunqua son io sturduto?                             25

Ciò saccio certamente,

con' quelli c'à cercato ciò che tene,

così m'è adivenuto,

che, lasso, l'avenente

eo vo cercando, ed ò noie e pene.              30

Cotanto n'ò dolore

e vengiamento e doglia,

vedere non potere

cotanto di dolzore

amore e bona voglia,                                  35

ch'io l'ò creduto avere.

 

Deo, com'aggio falluto,

che cusì lungiamente

non son tornato a la mia donn' a spene!

Lasso, chi m'à tenuto?                                40

Follia dilivramente,

che m'à levato da gioia e di bene.

Ochi e talento e core

ciascun per sé s'argoglia,

disïando vedere                                          45

madonna mia a tuttore,

quella che non s'argoglia

inver' lei lo mio volere.

 

Non vo' più soferenza,

dimorare oimai                                      50

senza madonna, di cui moro stando;

c'Amor mi move 'ntenza

e dicemi: «che·ffai?

la tua donna si muor di te aspettando».

Questo detto mi lanza,                                55

e fammi trangosciare

sì lo core, moraggio

se più faccio tardanza:

tosto farò reo stare

di lei e di me dannaggio.                             60

 


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