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Era stato un temporale orribile, dopo mezzogiorno, d'agosto. I lampi erano
così fitti che non si faceva a tempo a respirare e a segnarsi. La mamma s'era
seduta nella sua poltrona, io m'ero messo in ginocchio con la testa sopra a
lei. Le sue mani mi tappavano gli orecchi. Ma non avevo il coraggio di chiudere
gli occhi, e, piangendo, senza muovermi da quella posizione, mi segnavo,
cominciavo l'avemaria, senza mai finirla.
Il bosco, vicinissimo alla casa, quasi sopra il tetto, crosciava con il vento e
la grandine. Si era fatto così oscuro, che la donna aveva acceso la lucernina
d'ottone, mettendola nel mezzo della tavola.
Diceva la mamma:
- Se avessi un poco d'olivo benedetto, per bruciarlo! Fa tanto bene!
Due fulmini caddero nel bosco e io li vidi. La pioggia luccicava; la grandine,
sempre più grossa, empiva il davanzale della finestra, e la campagna pareva
tutta bianca.
Finalmente i tuoni si fecero sempre più lontani; l'aria tornò serena.
Lampeggiava ancora sopra la città; ma, dalla parte opposta, era apparso
l'arcobaleno così dolce!
Riaprimmo le finestre e poi le porte, per escire. Allora, un contadino, venendo
dalla strada, ci fece vedere una rondine, ancor viva, che il temporale aveva
abbattuta. Le sue penne eran bagnate e lucide: pareva stordita, e stava da sé
nel cavo della mano, palpitando, ma quasi rassegnata.
Provai tanta gioia che battei le mani.
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