|
60
Dieci anni che abito nella mia casa, comincio soltanto da oggi a sentirne la
realtà. Tutto quel che vi avviene è la compilazione d'una storia che riguarda
me. Ma quando io stesso non saprò dirla, nessuno ci penserà più.
Così come quella fonte che ho ritrovato morta, ed io non lo sapevo.
Morta da due mesi, e nessuno me lo aveva detto.
Ma l'aria, oggi, è gaia; e mi sento bene. Forse, vivrò parecchio tempo ancora;
ché di me non sento nessun segno di morte; e tutto quel che vedo fa parte della
mia esistenza.
Il limone già tagliato, i bicchieri puliti, la tovaglia di bucato; e la voglia
di mangiare.
Sono impaziente; mi guardo le mani, mi specchio ai vetri della finestra.
Nessuna stanza è bella come questa; e la mia anima è anche più gaia dell'aria:
il limone, i bicchieri, i piatti sono belli perché miei. Il senso di averli e
loro stessi sono una cosa sola. Ed è una sola realtà.
Ma, a pena mi sono seduto a tavola per il pranzo, sento cantare, da un ragazzo,
una canzone che io conosco senza averla ancora imparata.
Mi vengono i brividi.
Portava gli agnelli a vendere.
Vorrei leggere come un ragazzo, vorrei capire come un ragazzo. Là giù nel bosco
fresco di verde e di ombre, ho lasciato il giocattolo del mio passato, perché
si sono rotti i fili. Ma io mi metto a guardare fisso il turchino perché me ne
venga un altro; magari fatto come una nuvola. Anche la pioggia è il giocattolo
con il quale ruzzano le fontane del giardino; anche il mio sorriso è un
giocattolo, come il mio cuore che batte.
E la mia ombra è il giocattolo del sole; la mia voce è quello della mia anima.
Quando siamo morti non si parla, e allora quel che s'è detto lo ripetono gli
altri.
Anche la bara è il giocattolo, che si mette sotto terra.
E, s'io fossi un ragazzo, vorrei chiedere a Dio che questa fresca erba bella la
lasciassero in pace; e mi scriverei da me il mio libro di lettura.
Farei doventar buone anche le vipere.
* * *
|