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L'aria dava una sensazione di violenza. Nel cielo c'era una nuvola che
pareva una fiamma; e vapori bianchicci e torbidi, quasi pigiati da tutto
l'azzurro grande, un azzurro un poco violaceo e umido. Ma che m'importava, se
io avevo perfino paura di guardare intorno a me?
La notte innanzi, destato tra un sonno e l'altro, avevo sentito portar via le
stelle e l'obbligo di non arrivare fino alla sera dell'indomani. Ed ecco,
invece, ch'io m'ero messo ad aspettare questa sera! Ecco che io volevo vivere
per forza ed inutilmente, quantunque tutte le cose rifuggissero da me. Ecco che
per un tempo indefinibile, un anno forse, io mi esponevo a ritrovare i segni
della mia sofferenza tutte le volte ch'io avessi voluto aprire gli occhi e il
respiro. Ma io vi andavo incontro come ad un cadavere che avessi dovuto
seppellire dopo aver desiderato di assomigliargli. Ecco che la mia tristezza
veniva ad oscurare definitivamente la mia anima.
Ma ora avrei voglia di scrivere una novella, i cui personaggi fossero burattini
di legno. Io credo che essi possono meglio di noi godere della luce e delle altre
cose belle. Chi non ha visto quanto piacere hanno quando sono mossi dai loro
fili? Essi recitano volentieri; e sento tutto il baccano che fanno entro la
trama della novella. Inoltre, Rosaura non m'ha ingannato mai; e il vestituccio
se lo cambia pure che voglia io. Tutta la mia tristezza sentimentale non costa
l'occhiata di vernice della mia dolce Rosaura. Vedo che nessuna donna vera è
gelosa di lei; ma ha torto.
Oggi (già passato un anno?) il cielo è in un modo che pare rosolio; e i
calabroni se lo bevono tutto.
* * *
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