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Matteo Bandello
Le tre Parche

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  • II. LACHESI
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II.

LACHESI

 

Poi ch'ebbe il suo cantar fornito quella

de l'Erebo figliuola e de la Notte,

ch'or pia ritorce il fuso ed ora fella,

le mastre man fatali, preste e dotte,

a le candide fila ratto pose,

che sovvra il naspo aveva giá ridotte.

Ma chi le fila, allora si compose

al canto, e disse con benigni accenti

le non vedute ancor rare cose:

- O fortunate e aventurose genti,

cui posseder è dato tanto figlio,

che vincerá d'onor e' suoi parenti:

quando il suo stame ne le mani i' piglio,

e quel filando in lungo 'i meno uguale,

e men d'ogn'altro filo i' l'assottiglio,

ben veggio che non fu d'alcun mortale

caro al ciel o ricco stame mai,

che sovvra tutti di finezza sale.

Però cresci, fanciul, ch'avanzerai

in questa prima etá tutti i tuoi pari,

anzi qui senza par chiaro vivrai.

Indi crescendo, acciò che dotto appari

lustrar Parnaso e con la cetra in collo

paragonarti co' i piú dotti e rari,

sará tua fida scorta il biondo Apollo,

e le nove sorelle t'avran seco,

che d'Aganippe ti faran satollo;

onde del chiar latino stile e greco

i fior raccoglierai, e de la nostra

e d'ogni etate il pregio sará teco.

E come perla il mastro indora o inostra,

cosí de l'eloquenzia il sacro fiore

d'ogni bel dir fregiato in te si mostra.

E quanto ne gli studi fia maggiore

il bell'ingegno tuo, chiaro e polito,

sará ne l'armi tant'acceso il core.

Ti veggio a Marte ed a Minerva unito,

or con la penna ed or col dardo in mano,

dotto, eloquente, saggio, forte e ardito.

Ti veggio col compagno in ampio piano,

gettate l'armi, a la lutta venire,

e quel sotto di te giacer umano.

Ti veggio dal nemico schermire,

e quel da te scacciar fieramente,

che sbigottito non sa dove gire.

Né questo t'alzerá però la mente,

che soperbo ti mostri a chi ti cede,

ma pietoso sarai, gientil, clemente.

Or sovvra un gran cavall' ogni uom ti vede

con gli speroni a' fianchi e man maestra

far cose che son fòr d'umana fede:

ch'or lo rivolgi in un momento a destra,

or a salti lo spingi e lo ritiri:

in l'aria ancor lo volti da sinestra,

in poco spazio il ruoti in mille giri,

e ne' prati col corso adegui il vento:

poi nel maggior furor il fermi e giri.

Lo sferzi a' fossi, e quegli in un momento

com'un augel trapassi, e spesso in alto

la mazza vibri al ripigliar non lento.

Chi potrá teco contrastar al salto,

s'a piede vinci i lievi capriuoli,

e stracchi i cervi per l'erboso smalto?

Non credo che 'l falcon ratto voli

quando dinanzi l'anitra si caccia,

e qual folgore par ch'a piombo voli.

Trascorri poi per quest'e quella traccia,

e cacci armato li nemici in campo,

quand'il sol arde e quand'il verno agghiaccia.

Andrai cosí feroce e con tal vampo,

ma saggio , quand'il nemico affronti,

come di rotta nube un chiaro lampo.

Qual, ne l'orrido verno, d'alti fonti

e rupi eccelse un gran torrente cade,

che seco tira sassi, selve e monti,

ed empie di roine le contrade,

traendo armenti co i pastori insieme,

co i paschi, con li campi, con le strade,

che par che d'ognintorno il mondo treme,

con tanta furia vien balzando al basso,

ch'urta ogni scontro e quel rompendo freme,

tal tu sarai nel marzïal fracasso,

fortunato fanciul, che la vittoria

avrai fautrice sempre ad ogni passo.

Del magnanimo padre a l'alta gloria

ardito poggi a lunghi passi, e forse

sormonti quella con maggior memoria;

ché quanto di Filippo piú trascorse

Alessandro, che vinse il mondo tutto,

e dove volle il suo stendardo corse,

tanto del padre il glorïoso frutto,

'l pregio ch'acquistato s'ha col sangue

avanzrai lieto, e no' col viso asciutto.

Ogni or in le fatiche com'un angue

ringiovenisci e sempre vai crescendo,

senza che 'l cor si mostre afflitto e esangue.

Il marzïal furor, e quell'orrendo

de l'alte trombe suon, con la roina

che fa del solfo il fier orror tremendo,

la barbarica gente cruda e alpina,

che nobiltá discaccia e nulla stima,

a' nostri danni presta e ogni or vicina,

il tuo ben saldo cor mi par ch'opprima:

di quelli ride, e questa fere e segue,

di lor portando spoglie in ogni clima.

E tanto il tuo valor d'onor assegue

con la costante sincera e pura,

che chiara e eterna gloria ne consegue.

Piú de l'onor avrai che d'altro cura,

per quel disprezzerai le gemme e l'oro,

cosí disposto al ben ti fe' natura.

Per te descenderá dal sommo coro

la giá fuggita Astrea, ché tu con l'armi

l'assicuri seder in ogni foro.

Cosí materia a gli onorati carmi

darai con fatti, e gloria pur ti fia

esser cantato e sculto in fini marmi;

ch'oltra gli eccelsi fatti, cortesia

tanta e larga avrai e cortese,

quanta mai non sará, né stata è pria,

largo a favorirti il ciel attese. -

 




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