Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi
Matrimonio in provincia

IntraText CT - Lettura del testo

  • IV
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

IV

Il domani cominciò a piovere, e piovve per una serie di giorni. Sedute accanto alla finestra della cucina, lavorando, io e mia sorella parlavamo continuamente di lui, del suo amore, del matrimonio; si discuteva se andrei a vivere con suo padre e sua madre, o se si metterebbe una casetta per noi soli.

Io propendevo per la casetta.

Ma il pensiero che m'avesse guardata poco, mi perseguitava. Dopo quanto m'aveva detto la Maria la sera del teatro, me l'ero figurato innamorato come Fausto; ed a forza di pensarci, ero riescita ad immaginarmi che avesse pieno il cuore e la mente di me, che si struggesse di rivedermi appunto come mi struggevo io di veder lui, e che al vedermi, tutto il suo volto dovesse esprimere un'estasi di gioia, la soddisfazione di veder compiersi un desiderio lungamente vagheggiato.

Invece era rimasto impassibile. Per quanto mi dicessero, della prudenza, del non volermi compromettere, io avevo sentito che era impassibile. Al secondo incontro, , il suo sguardo s'era fermato su me con compiacenza, come una carezza. E quello era il mio conforto. Perché l'idea che tutto quell'amore fosse stato un sogno mi affliggeva profondamente. Mi affliggeva al punto che dimenticavo la sua grossezza, e la prima impressione spiacevole che ne avevo ricevuta.

Piú ci pensavo, nella nostra solitudine uggiosa, nella monotonia dei giorni piovosi, e piú mi sentivo intenerire.

Una volta, mentre sballottavo il bimbo, che frignava perché metteva i denti, tutta assorta in quel mio pensiero, figurandomi d'essere non so dove, sola con lui, e già sua moglie, mi sorpresi a susurrare:

Povera gioia, come sei grasso!

La matrigna, che cucinava, si voltò e disse.

— Non è piú grasso affatto, poverino. Non vedi che la dentizione lo strugge?

Credeva che parlassi al suo bambino. Ed infatti avevo parlato a lui per potermi sfogare. Ma parlavo dell'altro. E provavo una gran dolcezza a compiangerlo di quella sua pinguedine, ad aver questa cosa da perdonargli, per dargli una prova d'amore.

Diedi un bacio sonoro, rabbioso sulla guancia del marmocchio, che si mise a strillare, e m'illusi di baciar lui. Lo strinsi e lo carezzai, con una passione pazza, tanto che la matrigna mi sgridò che glielo soffocavo, e me lo portò via.

Io corsi in camera, mi buttai col capo sul guanciale del mio letto, e piansi dirottamente. Quel giorno avevo finito d'innamorarmi. D'allora la sua pinguedine, il collo corto, i capelli lustri e lisci, tutto mi parve bello, e sentivo uno struggimento di tenerezza nel rivederlo col pensiero, e lo rivedevo sempre.

Una sera, il bimbo era già a letto, il babbo e la matrigna prendevano una tazza di camomilla accanto al fuoco nella loro camera, come facevano ogni sera, prima di coricarsi, e noi eravamo entrate dietro il paravento a dar la buona notte alla zia, quando s'udí il campanello, poi il passo del babbo che s'allontanava ad aprire, poi delle vocine gaie e graziose:

— Oh! ma anche lei, dottore, un uomo, andare a dormire a quest'ora? Che vergogna!

Era la voce della Maria. Erano le cugine. L'uggia della pioggia incessante le aveva spinte a venire una sera da noi. Io mi agitai molto, mi feci tutta rossa. Certo il maestro di piano aveva portato una risposta, ed erano venute per dirmela.

Corsi in camera del babbo cogli occhi lucenti, ed ammiccai alle cugine nel salutarle, con aria d'intelligenza come per dire:

«Ho capito; so perché siete venute; ora parleremo».

E loro ammiccarono graziosamente a me sorridendo, e mi diedero delle strette di mano energiche, scuotendomi il braccio fino alla spalla.

Aspettai che il discorso fosse un po' avviato fra i vecchi, poi dissi, per suggerire un pretesto di tirarci un po' da parte:

— Avete veduto quel fondo di gonnella che stiamo ricamando?

— Ma ! L'abbiamo veduto molte volte, non ti ricordi?

La Giuseppina disse questo, stupita, come se non avesse capito il perché di quella proposta.

Aspettai ancora un tratto, poi, vedendo che non c'era mezzo di parlar piano, dissi ancora:

— Volete vedere il bimbo addormentato?

Le tre ragazze ripeterono come una triplice eco:

— Il bimbo addormentato!!!

E tutte e tre mi guardarono sbalordite. Era cosí fuori delle nostre abitudini il dimostrare la menoma ammirazione per quel marmocchio, che fra noi chiamavamo sempre il vecchino, che non sapevano cosa pensare. Ma io insistetti:

— Tu, Maria che ami tanto i bambini...

Mi alzai, ed andai risolutamente alla culla: le cugine e la Titina mi seguirono. Quando fummo , io esclamai un momento che era bellino, e che aveva i braccini colle fossette, tanto per far sentire alla matrigna, poi domandai piano alla Maria;

— E cosí? Cos'ha detto?

— Chi?

Questa volta m'impazientai e borbottai stizzita:

— Oh Dio! non ti ricordi mai! Ma cosa pensi? Lui, Fausto, cos'ha detto poi al maestro?

— Ah! ! Non gli ho ancora domandato.

Mi venne una stizza che l'avrei picchiata. Credo d'averla picchiata davvero, perché urtai da una parte e dall'altra per aprirmi il passo, e tornai accanto al fuoco, senza dire piú nulla. Loro mi vennero dietro e si misero a sedere un po' confuse. Poi nel salutarmi la Maria mi susurrò tenendomi la mano:

Via. Alla prima lezione glielo dico di certo. Non sapevo se ti facesse piacere davvero.

Ma avevo perduto la fede in quella promessa; ero disingannata; mi sentivo senza appoggio per raggiungere lo scopo vagheggiato, me lo vedevo sfuggire, e lo desideravo con tutto l'ardore con cui si desidera un bene che sfugge.

Intanto però quelle sofferenze non mi erano uggiose, come quelle che avevo tanto deplorate, della matrigna, della casa, del bimbo. Mi erano care, amavo soffrire cosí. Quando la Titina, vedendomi impensierita e triste, e sovente col pianto alla gola, mi diceva: — Prega la Madonna che te lo faccia dimenticare, — io mi stizzivo, mi sgomentavo all'idea di dimenticare quell'amore, di non trovarlo piú nella mia mente, nel mio cuore, di perdere quella cosa dolce, che mi riempiva tutta, di rimanere con quel gran vuoto e quel gran silenzio. E gridavo: — No, no, per carità! Cosa vuoi ch'io faccia, quando l'avrò dimenticato?

 

Una notte, la notte d'un sabato, il bimbo stette assai male per la solita storia dei denti. Si dovette alzarci tutti, cocere decotti e pappine, e stare in piedi tutta la notte.

La mattina era ancora malato, aveva la febbre, e voleva stare in braccio alla sua mamma.

La zia non usciva da tutto l'inverno, perché aveva un reuma in una gamba, e non poteva reggersi in piedi.

Il babbo doveva correre dal medico, dal farmacista, ed in chiesa di fretta a far accendere la lampada alla madonna perché il bimbo guarisse. Non c'era chi potesse accompagnar noi alla messa. E, per quanto ne dispiacesse alla matrigna ed al babbo, che disapprovavano molto — «l'abitudine di affidare le ragazze ad una serva, press'a poco della loro età, e meno educata di loro» —, per quella volta dovettero rassegnarsi, e mandarci a messa colla serva.

Non avevano finito di dirlo, che io avevo già il mio piano bell'e fatto. Confesso anzi, che, già durante la notte, fra gli stridi del bimbo e l'inquietudine di tutti, perseguitata da quell'idea unica che mi dominava, dicevo fra me:

«Domani, non potranno accompagnarci alla messa di certo. Se ci mandassero colla serva...»

E, se non mi rallegravo che quel povero vecchino stesse male, mi consolavo però che dacché la cosa doveva accadere, fosse accaduta appunto nella notte d'un sabato.

In casa non dissi nulla per evitare le discussioni, ma appena fummo in istrada, dissi alla Titina:

Andiamo a messa a Sant'Eufemia!

Lei non fece opposizioni. Ci mettemmo d'accordo per dire alla serva che non ne parlasse con nessuno e via di corsa, perché era assai lontana quella chiesa.

Entrammo che la messa era cominciata. Il prete leggeva l'epistola. Nell'aprir la porta, urtai la figura colossale del mio Fausto, che stava in piedi, proprio accanto alla porta, come fanno i giovinotti, forse per dimostrare che sono contro la loro volontà ed impazienti d'andarsene.

Ci guardò entrare, ci tenne dietro mentre cercammo un posto, e quando l'ebbi trovato poco discosto da lui per poterlo vedere, si voltò verso di noi, trascurando l'altare. Io feci altrettanto. Lo guardai intensamente, pazzamente tutto il tempo della messa.

Gli narrai, coll'ardore degli occhi fissi ne' suoi, il mio lungo amore, le mie sofferenze, la gioia di quell'ora, le speranze dolci dell'avvenire, ed i miei dolori, e la mia fede in lui. Sentivo di dirgli tutto questo, ed avevo la certezza d'esser compresa.

Ah, fu un bel giorno, e ne riportai un fondo di conforto e di gioia per tutto il resto della malattia del bimbo, della stagione piovosa. Parlavo delle piú volgari inezie di casa, colla voce commossa e giubilante; volgevo un sorriso beato al bimbo che frignava, alle fascie da sciorinare, alle pentole della cucina, e portavo la testa alta gloriosamente.

Finalmente ero certa d'essere amata, e lui sapeva d'esser corrisposto. C'eravamo messi d'accordo fra noi. Non era piú che una questione di tempo.

 

Dopo quella messa, ogni volta che incontravo Mazzucchetti per la strada, oltre ad arrossire e sentirmi battere il cuore fin nelle spalle, sorridevo un pochino di soppiatto, e lo guardavo fisso negli occhi con aria d'intelligenza. Dacché ci amavamo, avevo diritto di farlo. E lui mi guardava con insistenza, e se era davanti, si voltava indietro tratto tratto. Ed io contavo quante volte s'era voltato. Se era di sera, e se c'era soltanto il babbo con noi, mi voltavo io a guardar lui, quando dopo esserci scontrati, s'andava dai lati opposti. E qualche volta lo sorprendevo fermo e voltato a guardar dietro a me. Un giorno che ci scontrammo cosí, ed io avevo il bimbo in collo, e la matrigna era dietro, mi fermai a dirle che il bimbo aveva le manine calde e che forse stava male, per poter stare voltata un tratto a guardare il mio innamorato.

Il bimbo era fresco e stava benissimo, e mi toccò una lunga serie di riflessioni sulla mia sbadataggine, di cui non capii una parola.

Questi erano gli episodi del mio amore, sui quali trovavamo argomento di parlar molto con mia sorella e colle cugine, e che io ripensavo giorno e notte senza stancarmene mai, e che bastavano ad alimentare la mia speranza, anzi a rafforzar la mia fede.

Tratto tratto poi accadeva qualche fatto piú importante che ci occupava lungamente.

Il primo fu che la Maria trovò modo, in un discorso gaio, di domandare al maestro di piano se mi avesse veduta quel giorno sull'«allea» con lei. Il maestro mi aveva veduta, e soggiunse che ero «una bella ragazzona». Allora la Maria aveva continuato il discorso:

— Mi pare che ci fosse il Mazzucchettone con lei, nevvero maestro?

, e De Rossi, e Rigamonti, e Crosio; la solita compagnia dei moschettieri.

— E cos'hanno detto della mia cugina?

— Gli altri non so, io ero dietro col Mazzucchettone, Portos...

— E lui non ha detto nulla? Mi pareva che la guardasse...

. Ha detto che è bella. È il genere di ragazze che piace a lui.

— Ah ? Perché?

— Perché lui è un po' selvatico, non ama i complimenti, ed ha suggezione delle signorine eleganti.

Da questo concludemmo che, fin dal primo giorno, gli ero andata a genio anche dal punto di vista del matrimonio; perché, se fosse stato soltanto per guardarmi, non gli avrebbe potuto importar nulla che fossi elegante o no.

Poi vi furono questi altri avvenimenti:

Un giorno, che ero in casa Bonelli sul balcone, Mazzucchetti si voltò tre volte a guardare in su nel traversare la contrada, e si fermò parecchi minuti prima di voltare la cantonata. La Titina pretendeva, anzi, che avesse fatto col capo un cenno di saluto; ma le cugine non lo ammisero perché «le signore si salutano togliendosi il cappello, e non con un cenno».

Una sera, uscendo di casa sul tardi, col babbo, sul finir dell'estate, lo trovammo fermo dinanzi alla nostra porta e solo: questo fu uno dei fatti piú importanti, e mi tenne occupata e felice tutto un mese che passai a Borgomanero dalla sorella del babbo, perché la matrigna trovava che da qualche tempo, non avevo piú la mia aria beata e minchiona, e, per conseguenza, avevo bisogno di aria ossigenata.

Laggiú, non avendo né la Titina né le solite cugine, con cui parlare del mio amore, finii per confidarlo alla figlia della zia; tanto piú che lei era fidanzata col figlio del farmacista del paese, il quale stava a fare la pratica in una farmacia di Novara, e le scriveva una volta la settimana.

Lei, che non faceva misteri all'intero paese del suo amore, narrò subito alla sua mamma il mio, e la sera a cena, la zia disse a suo marito:

Sai, Remigio, che la nostra Denza ci ha data una buona nuova? Che è fidanzata con un giovane molto ricco, e di buona famiglia a Novara?

Mi sentii tutta calda e sudata. La cosa era andata assai piú avanti che non credessi. Tremavo che si congratulassero col babbo quando verrebbe a prendermi, e sebbene, sul momento, accettassi i rallegramenti de' miei zii, e provassi una gioia tutta nuova a fare la sposa, passai poi una notte molto agitata per la paura di veder nascere un guaio, se ne parlavano colla mia famiglia.

La mattina pregai mia cugina di avvertire la sua mamma, che non dicesse ancora nulla col babbo, perché né lui né la matrigna non lo sapevano. Lei esclamò:

— Ma come? Sei fidanzata, ed i tuoi parenti non lo sanno?

Bisognava pure che mi scusassi in qualche modo, e nella notte avevo preparata la risposta:

— Non sono proprio fidanzata, sai. Non l'ho detto questo. Che lo sposerò, è quasi sicuro, perché ci vogliamo bene; ma la cosa l'hanno combinata le mie cugine Bonelli.

— Loro lo conoscono molto?

Prendono lezione dallo stesso maestro.

— E lui ha detto alle tue cugine che ti vuol sposare?

— L'ha fatto dire dal maestro...

C'era un fascio di bugie in quel discorso, ma erano sottintese, e la mia coscienza se ne accomodava. E poi si trattava di salvare non tutto il mondo, ma me ed il mio amore, che mi premeva ben piú di tutto il mondo. E mi proponevo di confessarmi.

Però quella promessa formale e dichiarata tra mia cugina ed il suo fidanzato, le loro lettere periodiche, che finivano tutte «credi all'inalterabile amore del tuo Antonio» mi avevano date delle nuove aspirazioni.

Tornai a Novara col desiderio intenso di una lettera o di una promessa.

La Titina diceva che, se Mazzucchetti m'avesse domandata e sposata addirittura, sarebbe stato meglio; ma io avrei voluto prima le lettere. Ne componevo una nella mia mente, la leggevo. Non era tranquillamente affettuosa come quelle d'Antonio a mia cugina. Era ardente come dev'essere una prima dichiarazione. Alle volte, nel mio pensiero, ci mettevo delle espressioni cosí appassionate, che mi si empivano gli occhi di lagrime.




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License