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Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi
Matrimonio in provincia

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V

Finalmente lo conobbi e gli parlai. Ecco la storia di quel giorno memorabile. Era la prima domenica d'ottobre, la festa del Rosario. Nel sobborgo di San Martino, dopo i vespri, si faceva la processione, portando in giro la Madonna del Rosario, tutta vestita d'oro colla corona di perle.

Le cugine Bonelli avevano un villino appunto nel sobborgo di San Martino; ma dal villino non si poteva vedere la processione. Però in fondo al sobborgo possedevano una casa colonica, con un ballatoio sulla strada e c'invitarono quel pomeriggio d'autunno, perché la processione passava appunto sotto la casa.

Per noi si trattava di discorrere liberamente del mio amore, perché in un sobborgo non c'era probabilità di incontrare Mazzucchetti né altri. I giovinotti signori non uscivano mai dalle porte della città. Quel giorno il babbo dovette accompagnare la matrigna da un suo vecchio parente, dal quale sperava, pare, una eredità, e ci permise di andare colle cugine e col signor Bonelli.

Eravamo noi quattro ragazze sul ballatoio, guardando la folla dei contadini vestiti da festa, e la croce che precedeva la processione in fondo alla contrada, quando dal lato opposto, quasi dalla campagna, vedemmo spuntare il gruppo del Mazzucchetti coi tre amici ed il maestro di piano. Noi eravamo in fondo al sobborgo, e furono subito sotto al balcone, e stavano per passare senza averci vedute. Ma la Maria gridò: — Maestro! Maestro! — E quando il maestro alzò il capo, tornò a gridare: «Venga su!»

Che momento fu quello! non ero ancora rinvenuta della scossa d'averlo veduto in quel luogo inaspettato, d'aver temuto che passasse senza guardarmi, e lo vedevo , fermo sotto il ballatoio, cogli occhioni rivolti a me, in compagnia di uno che parlava colla mia cugina. Era quasi come se ci parlassimo. Tanto, che lui e tutti i suoi amici si tolsero il cappello, e noi chinammo il capo.

Ma non basta. Le cugine, tanto composte in città, erano tutte eccitate di trovare della gente civile in campagna: la Maria poi non cessava di dire al maestro:

— Ma venga su, venga su. Vede? La processione è quasi qui.

Il maestro accennò la brigata, e disse stringendosi nelle spalle:

— Sono in compagnia...

Allora, quella ragazza stupefacente gridò:

— Vengano su tutti —. Poi rivolgendosi a quei signori, che conosceva appena per averli veduti a qualche festa da ballo, disse:

Favoriscano. «À la guerre comme à la guerre

Parlava anche francese. I quattro cappelli s'alzarono un'altra volta enormemente sulle quattro teste, poi tutti scomparvero nella porticina sotto noi, ed un minuto dopo il ballatoio di legno tremava sotto il passo del Mazzucchettone, che, da giovane ben educato, mi passò accanto senza fermarsi, ed andò a salutare le padroncine di casa.

La Giuseppina, che era la piú a modo, anche in campagna non perdette la testa e disse dopo aver dispensato delle forti strette di mano:

— Ma dov'è il babbo? Maestro, entri un po' a cercare il babbo.

La Maria, intanto, s'era voltata verso di noi, e disse accennando quei signori:

— Il signor De Rossi, il signor Rigamonti, il signor Crosio, il signor Mazzucchetti.

Poi accennò la Titina e me con un bel gestino garbato, e riprese:

— Le signorine Dellara.

Io non avevo mai visto fare delle presentazioni, non sapevo neppure che si facessero. La Maria era destinata a darmi tutti gli stupori. Tanto piú, che la credetti un'idea sua tutta nuova, di farci conoscere a quella maniera perché potessimo rompere la suggezione e parlarci. E mi parve una gran bella invenzione, ed ammirai nella mia piccola cugina, la trovata di quell'inventore sconosciuto e remoto.

Quei signori s'inchinarono tutti; intanto venne il signor Bonelli, si strinsero tutte le mani, parlarono forte, poi la Maria gridò che stessero zitti, che giungeva la processione. Infatti era già sotto; allora tutti ci affacciammo, e Mazzucchetti si trovò proprio vicino a me, che avevo il cuore che mi rompeva il petto a forza di battere, e mi sentivo formalmente fidanzata, orgogliosa e felice. Dopo un tratto, nel forte d'un «tantum ergo», stonato dai contadini in processione che copriva le nostre voci, mi disse misteriosamente: — Si diverte? — e mi guardò negli occhi come per dire: «Risponda la verità. È questione di vita».

Io dissi un ! squillante, alto, giulivo, come se m'avessero domandato: «Siete contenta di prendere per vostro legittimo consorte?...»

Ci fu una pausa lunga e laboriosa, durante la quale sentivo che lui preparava un discorso.

Poi, piú misteriosamente ancora di prima, mi susurrò:

— La vidi una mattina alla messa in Sant'Eufemia, mi pare; questa primavera...

Io corressi:

Era appena marzo.

— Come si ricorda!

. Ho buona memoria.

Questo lo dissi con un'occhiata rapida, che voleva aggiungere: «In circostanze come quelle». E lui capí, perché mi guardò intensamente, proprio con un'occhiata d'amore, e riprese il discorso:

— Non c'è piú venuta però a Sant'Eufemia.

— No. Stiamo troppo lontano... La mia matrigna non vuole.

— Ma lei vorrebbe, però?

Voleva dire, e gli occhi e la voce lo dissero: «Vorrebbe rivedermi e ripetere quelle occhiate

Ed io risposi a quella domanda sottintesa, sinceramente, seria e commossa come se avessi realmente confessato il mio amore:

— Io, , vorrei.

Lui susurrò:

Grazie! — ed allora tutto fu detto. Ci eravamo compresi, ed eravamo commossi tutti e due. Passava il baldacchino col Sacramento. I contadini in istrada s'inginocchiarono tutti. La Titina piombò in ginocchio. Io stavo per fare lo stesso; ma diedi un'occhiata alle cugine, e vidi che avevano curvato prodigiosamente il capo, ma stavano in piedi, e tutti i signori sul ballatoio stavano in piedi, e feci come loro. Fra un'ondata d'odore e di fumo d'incenso, che saliva dai turiboli agitati intorno al baldacchino, udii la voce del Mazzucchetti, che mi susurrava quasi all'orecchio, e con accento amorevolissimo:

Denza, mi permette di scriverle?

Denza! M'aveva chiamata col mio nome! Fu uno struggimento di piacere e d'amore cosí estremo, che pareva un dolore, e mi faceva piangere. La lettera tanto sognata! Ma come facevo a riceverla? Era impossibile, finché non eravamo formalmente promessi, col consenso del babbo. Risposi con un gran rincrescimento:

— Io non posso ricever lettere... Le vedrebbero prima il babbo, e la matrigna...

Questo lo dissi per avvertirlo che quando avesse parlato con loro avrebbe potuto scrivermi. Lui non insistette; mi domandò invece quando potrebbe vedermi, dove andavo a messa. Io non esitai a dirgli che andavo in Duomo, e che il nostro banco era a destra della navata principale, dinanzi alla cappella di Sant'Agapito... E lui disse:

Domenica verrò in Duomo.

Poi tacque un lungo tratto; però sentivo che aveva ancora qualche cosa da dire, perché anche a me mancava qualche cosa, sebbene l'avessimo detto in altri termini. Ma la processione era finita; il signor Bonelli aveva fatto portare dal suo villino delle bottiglie di vino bianco; tutta la compagnia era agglomerata all'uscita del ballatoio, e noi due eravamo rimasti fuori soli. Un contadino, che ci venne dietro portando il vassoio coi bicchieri, toccò Mazzucchetti sulla spalla, e ci richiamò sulla terra, da quel bel cielo d'amore dove eravamo.

Prendemmo i bicchieri, e rimanemmo molto goffi con un bicchiere in mano, non osando far l'atto, troppo materiale in quel momento di bere e, tuttavia, desiderando di liberarci da quell'impiccio. Lui fu il piú coraggioso; stette ingrullito un minuto, poi bevve tutto d'un fiato, ed entrò nella stanza a deporre il bicchiere.

Io, rimasta sola, mi sentii un po' mortificata d'essermi isolata in quel colloquio di amore in faccia a tutti, e m'accostai alle cugine che chiacchieravano coi giovinotti, mentre la Titina, un passo piú indietro, stava a sentire a bocca aperta.

Facevano un discorso strambo, che non si capiva, fra De Rossi e la Maria. Lei diceva:

— Anche il ghiaccio si fonde ai grandi calori del sole.

E lui rispondeva:

— Ma non i ghiacciai...

La Maria disse con una gran furberia:

Badi che i ghiacciai ingannano. L'Etna ha il fuoco di dentro...

E la Giuseppina con quel suo fare un po' sprezzantuccio, da bellezza elegante, soggiunse:

— E questa sera mi pare che l'Etna sia in eruzione.

E tutti scoppiarono in una risata, e si dispersero.

Io non capivo cosa ci fosse da ridere, e come potessero occuparsi tanto di quella montagna che nessuno aveva veduta.

La Maria nel voltarsi s'accorse ch'ero , e prendendomi il braccio, mi disse:

— Hai sentito? Dicono che è un ghiacciaio.

— Oh Dio! ma cosa v'importa? — Credevo che dicesse dell'Etna. Lei rispose:

— A me nulla. Ma parlavo per te. Mi pareva tutt'altro che un ghiacciaio questa sera. S'è dichiarato?

Al solito, cascavo dalle nuvole con quella ragazza. Le dissi:

— Ma come? Parlavate di lui? È lui che chiamate un ghiacciaio col fuoco dentro? Avete un modo di parlare!

— No; è De Rossi che lo diceva freddo come il ghiaccio, incapace d'innamorarsi... Ma non importa. Cosa t'ha detto?

Nel ripetere m'accorsi che aveva detto poco in realtà. Ma aveva fatto capir molto. E la Maria fu del mio parere. Quel «Grazie» e quel «Domenica verrò in Duomo» erano una dichiarazione ed una promessa. Cosa pensava quel signore col suo ghiacciaio?

Uscimmo tutti insieme, avviandoci verso la città.

Crosio, il bell'ufficiale in permesso, camminava accanto alla Giuseppina, e parlavano poco e piano, e parevano un re ed una regina.

La Maria dava il braccio alla Titina, e gli altri due giovinotti le sfarfallavano intorno, e fra tutti facevano un chiacchierío e delle risatine allegrissime.

Il babbo delle cugine, che accompagnava sempre devotamente le sue figlie, le compiaceva in tutto, le adorava, e parlava pochissimo, e soltanto d'affari o di politica, veniva dietro col maestro di piano, e nel passargli accanto, udii che discorreva del Canale Cavour.

Io mi trovai davanti a tutti, e Mazzucchetti si trovò accanto a me. La strada maestra era assai larga. Tutta la compagnia teneva la destra; noi prendemmo la sinistra.

Appena fummo immersi in quell'oscurità, lui si sentí il coraggio di dire quella parola che ci mancava ancora:

Sa che le voglio tanto bene?

...

Allora sentii moversi qualche cosa lungo le pieghe del mio vestito, poi la mano di lui prese la mia, che appunto mi pendeva al fianco, e la strinse. Ed io provai in quel momento un tale fremito di tenerezza in tutta la persona, una tale puntura di gioia acuta al cuore, che dev'essere la piú grande delle dolcezze umane. Non ne conobbi mai di maggiori e neppure d'uguali. Ed avrei venduta l’anima mia, come Fausto, perché avesse osato abbracciarmi. E si stette zitti un lungo tratto, commossi tutti e due. Lui fu il primo a rinfrancarsi, e deplorò che non si potesse scriverci, perché mi avrebbe confidato tutti i suoi segreti. Tanto per rispondere, domandai:

— Ha dei segreti lei?

Mi disse di , e raccomandandomi la massima prudenza, mi confidò che lui e quei tre amici, facevano «I moschettieri». Avevano affittata una camera, appunto vicino a casa nostra, già da vari anni. E la sera andavano , si mettevano un fez, e fumavano nella pipa, e si chiamavano Athos, Portos, Aramis e d'Artagnan. Lui era Portos.

Anzi, una sera, si ricordava d'avermi veduta uscir di casa, con mia sorella, ed il babbo, mentre lui stava appunto aspettando i suoi compagni pel solito ritrovo...

Quella sera che noi s'era almanaccato tanto perché era fermo accanto alla nostra porta! Questo fu un momento d'amarezza, in quella grande gioia. Non era per me.

Mi parlava sottovoce, con una serietà un po' triste come un uomo impegnato in una cospirazione, e che accetta quella fatalità di cui conosce i pericoli.

Io avevo udita quella storia, e sapevo che era nota a tutti. Ma, confidata da lui, acquistava tutt'altra importanza.

I particolari della stanza presa in affitto, delle pipe, dei fez, gli altri non me li avevano detti. Non li conoscevano. Nessuno li sapeva. Li narrava a me sola. Mi faceva depositaria d'un segreto. Ed io mi proponevo di custodirlo gelosamente nel mio cuore, ed ero superba di quella prova di fiducia che mi dava.

Soltanto, avrei voluto che le cugine Bonelli sapessero che m'aveva fatto delle confidenze; ed anche quell'altro grullo che lo chiamava un ghiacciaio...

Poi mi confidò che lui era un uomo fatale. E lo provò con un fatto.

Un giorno, che era a caccia coi soliti amici, avevano incontrato una vecchia; — e la descrisse, come le vecchie dei romanzi, curva, sdentata, e colla voce chioccia. — L'avevano pregata di dire l'avvenire a tutti, che le avrebbero dato ciascuno una lira.

Lui, naturalmente era uno spirito forte, ribelle a qualsiasi superstizione, e persino un po' ateo... un'ombra. Lo nascondeva per non affliggere la sua mamma, ma nel suo cuore rideva della gente credula,

Eppure, nelle parole di quella vecchia aveva riconosciuto un'impronta di verità solenne, e ne era stato turbato, lui Portos, il forte. Tanto piú che c'era temporale e lampeggiava.

La vecchia gli aveva predetto, che lui farebbe la disgrazia della donna di cui s'innamorerebbe e che s'innamorasse di lui.

Per questo, mi giurò che, spontaneamente, non avrebbe mai fatto un passo per avvicinarsi a me, per quanto lo desiderasse; se non fosse stato il caso a farci incontrare quella sera, forse non ci saremmo parlato mai!

Io sentii un brivido corrermi per tutta la persona a quella supposizione.

Lui continuò a dire, che era fatalista! Dacché il caso ci aveva riuniti, in quel modo «quasi miracoloso» era una prova che doveva dichiararmi i suoi sentimenti; e l'aveva fatto a rischio di tutto.

Ma era contristato ed impaurito per me, per me sola, in mezzo alla sua gioia; ed il caso solo aveva tutta la responsabilità della cosa; responsabilità che lui non accettava, perché sentiva che realmente quella vecchia aveva detto il vero. Lui portava sventura, specialmente alle persone che gli erano care. Aveva una sorella, ed a sedici anni era morta!

E soggiunse:

— Tutto questo avrei voluto scriverglielo!

E dopo un tratto, durante il quale ripensò forse le belle espressioni che avrebbe scritte, e che erano rimaste inutili nel suo cervello, mi domandò:

— Mi perdona d'averle parlato, a rischio di tutto? Mi perdona, Denza?

Io strinsi la mano che teneva sempre la mia, e le comunicava una specie di ardore febbrile, poi domandai:

— E lei, come ha nome?

Onorato. Mi chiami Onorato quando mi nomina, o pensa a me...

Intanto eravamo giunti alle porte della città. Lui si fermò e disse:

Addio, Denza... — E la sua mano pareva un essere pensante, e che avesse una mente ed un cuore, tante cose mi disse e tanti affetti mi rivelò in quell'ultima stretta fremente e nervosa. Mi disse anche, quella mano, che dovessi salutarlo col suo nome. Ed io, un po' confusa, susurrai:

Addio, Onorato.

Tutti gli altri ci avevano raggiunti, e si fermarono in gruppo. Bisognava separarsi. Se si fosse entrati in Novara tutti insieme, la cronaca ne avrebbe ciarlato chissà come, e chissà per quanto.

Senza dirlo, tutti lo sentivamo, e ci lasciammo con molte strette di mano, ma senza invitipromesse di visite. E fra noi due non potemmo dirci altro.

Serbai nell'animo una certa apprensione per la predizione di quella vecchia. Non ci credevo affatto; nessuno m'avrebbe persuasa mai che una cosa tanto bella come essere amata, e sentirselo dire, potesse portarmi disgrazia. Ma mi sgomentava il pensiero che ci credesse lui, e che forse, per quella paura infondata, si asterrebbe dall'avvicinarmi, dal fare qualsiasi passo verso di me, e mi priverebbe di tante gioie... Avrei voluto persuaderlo che da lui, fin allora, mi erano venute soltanto delle estasi di dolcezza; che ogni sguardo, ogni sorriso mi inondava di contento, che era impossibile che quella beatitudine mi portasse sventura, e che la sola sventura per me era la sua lontananza...

La Titina, da quella ragazza positiva che era, mi domandò:

— Quando farà la domanda formale al babbo?

Non so perché quell'interrogazione mi sembrasse un'offesa ad Onorato, un pensiero diffidente; e le risposi con gran dignità:

— Quando vorrà. Credi ch'io diffidi di lui, e che abbia bisogno di farlo parlare coi parenti, e di vincolarlo con una promessa, per credere al suo amore? So che mi vuol bene, «che è mio, ed io sono sua» e mi basta, e sono felice.

Mia sorella, che era tenace nelle sue idee, tornò a dire:

— Io, se fossi te, preferirei che mi sposasse.

— Io no. Non sai come è bello avere una persona che ci ama, essere d'accordo con lei, e conoscerne tutti i segreti... Anch'io ero impaziente di maritarmi prima. Ma ora che ho provato tutte queste gioie, desidero di gustarle, di prolungarle un poco, prima di sposarlo.

Infatti pel momento calmata l'inquietudine dei dubbi e l'ansietà di conoscerlo, beata nella sicurezza fiduciosa di quell'amore, ero troppo assorta nella mia nuova gioia, per avvertire le noie della casa, che m'avevano fatto desiderare di maritarmi altre volte. Ero felice in mezzo a quelle seccature, precisamente come se non fossero esistite.

Quello che allora desideravo ardentemente era di leggere I tre moschettieri per comprendere meglio il segreto che avevo nel cuore.

Ma questa gioia non l'ottenni. La Maria voleva prestarmi il romanzo; ma la Giuseppina si oppose formalmente. Sapeva che il babbo era molto rigido in fatto di letture, e non voleva assolutamente, né per sé né per sua sorella, la responsabilità di farmi leggere un romanzo di nascosto, e mi disse:

Domanda al tuo babbo, e, se lui lo permette...

Figurarsi se osavo domandarglielo! E se lui l'avrebbe permesso!




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