VI
Venne l'autunno. L'autunno piovoso e triste, che passammo tappati
in casa, colla matrigna severa, il babbo tutto assorto in lei, il bimbo
piagnoloso e la zia reumatizzata.
Ma quando la casa era piena del rumore delle faccende, e dello
stridio del bimbo, e quando era silenziosa e triste come una tomba nelle ore
del pomeriggio, io udivo risonarmi all'orecchio la voce ansimante ed amorosa di
Onorato, che mi ripeteva dolcemente e sempre,
le sue care parole:
«Sa che le voglio tanto bene? E lei mi vuole un po' di bene,
dica? Addio Denza!»
Qualche volta piangevo di commozione, qualche volta ridevo,
cantavo, giocavo pazzamente col bimbo, per sfogare la piena della mia gioia; ma
ero sempre felice.
Una sera mi occorse d'entrare imprevedutamente nella camera della
matrigna; e mentre stavo per aprir l'uscio, la udii che diceva al babbo:
— È strano! Credevo che la Denza dovesse fare piú incontro. Ora
che non ha piú affatto quell'aria beata e minchiona, anzi è fino un po'
sentimentale, è proprio una bella giovane. Eppure nessuno le sta intorno,
nessuno la domanda...
Il babbo rispose:
— Cosa vuoi? Le ragazze senza dote non sono mai molto ricercate.
E dopo un tratto soggiunse:
— Tempo fa, Bonelli mi accennò qualche cosa del
figlio dell'ingegnere Mazzucchetti. Pare che la guardi di buon occhio...
— Ma che! di buon occhio la guarderanno tutti; è una bella
ragazza, fa piacere a guardarla. Ma non vi mettete in testa che Mazzucchetti la
voglia sposare. Un giovane che avrà forse un milione! La guarderà finché non
avrà altro da fare, poi sposerà un'altra...
Invece d'entrare, tornai indietro pian piano ridendo fra me di
quel grosso granchio che pigliava la matrigna, malgrado il suo buon senso.
Pensavo.
«Se sapessero! Se sapessero che fra noi siamo già d'accordo, ed è
soltanto questione di tempo! Che so i suoi segreti, e che lo chiamo Onorato!»
E nel mio cuore c'era quella fede sicura, colla quale dice il
vangelo che si potrebbero trasportar le montagne.
Passò anche l'autunno e venne l'inverno, rigido, con certe nevicate
che rendevano le strade impraticabili; e la nostra casa, dove soltanto in
cucina e nella camera della matrigna s'accendeva il fuoco nel camino, era
fredda come la Siberia. Mi vennero i geloni alle mani, che si fecero grosse e
rosse vergognosamente.
Ma io pensavo che erano le mani strette con tanto amore da
Onorato, e stavo estatica a contemplarle, e, deformate com'erano, mi evocavano
alla mente le incantevoli visioni di quella sera memorabile.
Venne anche il carnovale, quel carnovalino di
provincia, pettegolo e pretenzioso, dove della menoma festicciola si discorre,
prima e dopo, fino alla nausea; dove si
fanno i più minuti inventari degli abbigliamenti, e si veste sempre troppo in gala.
Le Bonelli, che brillavano molto, ci
parlavano sempre di feste e di
spassi, di cui noi altre non avevamo la menoma idea.
Eppure, io non desideravo quei divertimenti. Cosa avrei fatto ad
un ballo! Oltrechè non sapevo ballare, l'idea di ballare con tutt'altri che con
lui, mi faceva orrore come un'infedeltà. E lui non ballava. Dicevano,
perché era troppo grasso; ma io ero certa che non ballava perché non c'ero io.
E leggevo anche nel suo pensiero, dietro il rincrescimento momentaneo di non
potermi abbracciare in un giro di valzer, una grande ammirazione per la vita
ritirata che facevo, per la mia modestia.
Mi ricordavo cosa aveva detto, quella volta il maestro di piano
alla Maria: «Lui è selvatico; ha
soggezione delle signorine eleganti».
«Ha soggezione» era un modo di dire cortese del maestro, per
riguardo alle sue allieve, che erano elegantissime. Ma un giovane ricco e bello
come Onorato, non poteva aver soggezione di nessuno. Voleva dire che non gli
piacevano. Che amava le fanciulle semplici
e modeste. E nessuno lo era piú di me.
Dacché sapevo che questo piaceva a lui, dimenticavo tutte le mie
lagnanze passate per le abitudini patriarcali della nostra casa, e mi pareva
d'aver scelto io stessa quel genere di vita, e d'amarlo.
Quella che a noi teneva luogo di carnovale, era l'ottava di San
Gaudenzio. Dal ventidue di gennaio, che era appunto la gran festa di San
Gaudenzio, primo vescovo di Novara, per otto giorni di seguito c'era la
benedizione colla musica, per la quale venivano persino dei professori
dell'orchestra della Scala, di Milano.
Noi avevamo un banco di prima fila, a sinistra dell'altar maggiore.
Davanti a noi c'era un largo spazio vuoto, dove si fermavano gli uomini in
piedi, per veder i musicanti sull'organo che era a destra dell'altare.
Tutti gli anni andavamo assiduamente all'ottava, qualunque tempo
facesse.
Della solennità non c'importava nulla, della musica poco, del
Santo men che meno. Ma si vedeva un po' di gente, qualche giovinotto ci
guardava; e nella monotonia della nostra esistenza era qualche cosa.
Di solito era la zia che ci accompagnava perché la matrigna non
amava la musica, ed il babbo, di sera, stava sempre
con lei. E poi, la chiesa era il dominio della zia.
Quell'anno, incominciai un mese prima ad inquietarmi, per
paura che i reumi le impedissero d'uscire. Ma, anche per lei, quegli otto
giorni rappresentavano il periodo brillante dell'annata; e si curò tanto, che
per San Gaudenzio stava relativamente bene.
Fin dalla prima sera, dopo pochi minuti che ero in chiesa, udii
uno strisciar di passi, alzai gli occhi con un gran batticuore, e vidi sfilare
pian piano i «Moschettieri», Portos davanti, e gli altri di dietro. Lui andò ad
appoggiarsi al muro sotto il pulpito, in faccia a me, a due passi, e gli altri
si schierarono in fila.
Mi fissò gli occhi negli occhi, e finché durò la funzione, stette
a guardarmi, insistente, instancabile. Gli altri mi guardavano tutti, come se
fossero tutti innamorati di me. Anche quando m'accadeva d'incontrarli separati
in istrada, mi guardavano e si voltavano per riguardarmi, come faceva lui. Ed
io mi sentivo d'essere entrata quinta nella loro amicizia, e li amavo un po'
tutti come fratelli, per amore di lui.
La sera seguente, e tutte le altre, tornò alla stess'ora, cogli
stessi amici; si mise allo stesso posto, mi dette le stesse occhiate intense e
lunghe.
Però
la seconda sera ci fu un avvenimento. Al momento della benedizione, quando il
prete alza la pisside col sacramento, e i turiboli esalano nuvole di fumo e
d'incenso, e tutti chinano il capo divotamente, io lo rialzai pian piano, e
guardai Onorato.
Lui
aveva avuto lo stesso pensiero e guardava me.
In quel silenzio profondo e
solenne, come isolati e soli al disopra di quelle teste chine, in quel profumo
eccitante dell'incenso, in quella luce misteriosa, in quell'ambiente di
preghiera, i nostri occhi si unirono in un solo sguardo arditamente amoroso, si
confusero, si strinsero, si baciarono lungamente..
Quando la voce stonata del prete, e subito dopo quelle alte e
festose dei musici, intuonarono l'O salutaris hostia, io mi scossi
sbalordita, confusa, inebriata, come da un lungo amplesso. Mi pareva d'essermi
legata anche piú strettamente a lui; sentivo d'appartenergli.
Finché durò l'ottava, rialzammo il capo al momento della
benedizione, e ripetemmo quella specie di muto ed ardente colloquio d'amore,
che mi lasciava turbata come una colpa, ma pazzamente felice.
Per tutta la mia vita,
quell'alto silenzio della benedizione mi ricordò la gioia di quell'ora, e mi
commosse, e mi fece piangere. I miei parenti ed amici hanno una grande idea
della mia divozione.
Finita l'ottava, sentii una gran mancanza, mi parve che fosse
avvenuta una grave catastrofe, come un incendio, un'inondazione e che m'avesse
tolto dei tesori inestimabili, e mi lasciasse nello squallore.
Però vedevo Onorato immancabilmente alla messa della domenica.
Sovente lo incontravo in istrada. Se s'andava in casa Bonelli, le cugine mi
facevano uscire sul balcone, e qualche volta lo vedevo passare, e sempre mi guardava allo stesso modo.
Poi, nella quaresima, un giorno io, un giorno mia sorella,
s'andava alla predica colla zia. E lui c'era sempre,
in capo alla fila dei banchi dove era il nostro, nella cappella di
Sant'Agapito. E, quand'era il mio giorno, mi guardava tutto il tempo della
predica. E quand'era il giorno della Titina guardava lei, e lei me lo diceva al
ritorno portandomi quegli sguardi come un'ambasciata; ed era anche quella una
gioia.
Del resto, non ero un'eccezione. C'erano a Novara parecchie
ragazze che avevano degli amori a quella maniera, ed erano contente e fiduciose
quanto me, e tiravano innanzi cosí da anni, senza domandar altro, e senza che i
loro innamorati facessero di piú.
La figlia di un farmacista di contro a noi, aveva aspettato il
figlio d'un notaio per tredici anni, poi l'aveva sposato. È vero che era morta
di una malattia di nervi, dopo poco piú di un anno di matrimonio; ma questo a
me non poteva accadere.
Quegli amori d'occhiate sono talmente entrati nell'uso a Novara,
che parlando di due innamorati nel ceto civile, si dice «Il Tale guarda
la Tale».
Soltanto parlando di operai e bottegai, si dice: «Il Tale parla
alla Tale».
C'è l'uso in tutto il Novarese, di mandare in giro il giorno
della mezza quaresima una sega. Nel popolo la fanno portare scarabocchiata col
gesso sul dorso, o rinvoltata e nascosta ingegnosamente, in modo che chi la
porta non se ne accorga. Ed è una burla che trovano molto divertente. I signori
mandano a regalare delle seghe eleganti, e ne fanno il pretesto per offrire un
gingillo, un dipinto, un dono.
I galanti del carnovale si ricordano, col mezzo della sega, alle
signorine che hanno incontrato ai balli. Mandano la sega in una lettera per la
posta, accompagnata da proteste d'amore in versi o in prosa, sempre anonime soltanto pei parenti. Le ragazze
indovinano subito il nome dell'autore.
Le Bonelli ricevevano in quella giornata dei fasci di lettere,
con seghe di carta frastagliata o dipinta, di seta ricamata, d'argento...
Avevano persino ricevuta una bella seghettina d'oro, che portavano sempre appesa al cordoncino dell'orologio.
Quell'anno la mattina della mezza quaresima, la serva tornando
dal mercato, portò su una lettera che aveva trovata dal portinaio, diretta a me
«Denza Dellara!»
Io
sentii il sangue salirmi alle guancie, caldo come una vampa. La Titina si fece
pallida. Mi disse poi, che l'aveva creduta la domanda formale di matrimonio.
Figurarsi, diretta a me! Ma era la sua idea fissa.
Eravamo tutte e tre in piedi, noi due e la matrigna, intorno alla
tavola della cucina. La lettera era là, tra il pacco della carne aperto, ed un
cavolo tutto bagnato che le sgocciolava sopra. Io la divoravo cogli occhi, ma
non osavo toccarla.
La matrigna, quand'ebbe ricevuto il conto dalla serva, prese
tranquillamente la busta, ed andando in camera a pigliare gli occhiali, disse:
— Sarà qualche stupidaggine. Oggi è il giorno delle seghe!
Io lo sapevo che era il giorno delle seghe. Senza osare esprimere
neppure con mia sorella quella grande speranza, che avrebbe potuto esser vana,
ci pensavo da mesi e mesi, ed invocavo quella lettera.
La matrigna tornò cogli occhiali sul naso, ed il foglio aperto
in mano, lo lesse accanto alla finestra, poi disse crollando le spalle:
— L'ho detto, che doveva essere una stupidaggine!
E la buttò di nuovo sulla tavola, con una sega di carta turchina
leggera leggera, che andò ad appiccicarsi al pezzo di manzo umido. Quella
lettera le era sembrata tanto
inoffensiva, che me l'abbandonava.
Io domandai con un sorriso forzato, tutta nervosa e tremante:
— Posso leggerla?
— Oh leggi pure! Puoi vantarti che la tua corrispondenza porta le
ultime novità.
Presi il foglio tutto sgocciolante dell'acqua del cavolo, e
lessi:
Un dí felice eterea
Mi balenasti innante,
E, da quel primo istante,
Arsi d'immenso amor.
Di quell'amor che è palpito
Dell'universo intero
Misterioso altero Croce e delizia al cor.
La matrigna mi guardava, aspettando che facessi una risata
anch'io, e dicessi che era una stupidaggine. Ma la commozione mi toglieva il
fiato; cercai di ridere, ed invece scoppiai in un pianto dirotto.
La matrigna ebbe un sospetto, e, con maggior dolcezza del solito,
mi disse:
— Cosa c'è da piangere? Sai chi l'ha scritta forse?
Io, soffocata dai singhiozzi, crollai il capo e le spalle
energicamente. Lei riprese:
— No? Peccato! Avrei preferito che lo sapessi. Se fosse un giovane
buono, bene intenzionato ed adatto a te, si potrebbe fargli parlare, e vedere
di combinare un matrimonio. Sarebbe tempo di rompere il ghiaccio...
Io tornai a crollarmi tutta, negativamente. L'idea che Onorato
fosse aggredito da qualcuno che gli intimasse di sposarmi, come se si trattasse
di pagare un'imposta, mi faceva arrossire e m'impauriva. Mi pareva che lui
dovesse credermi complice d'una cospirazione per forzare la sua volontà, ed
offendersi e sfuggirmi.
Volevo che venisse a me spontaneamente, quando le sue circostanze
glielo permetterebbero, e desideravo di dargli una grande ed assoluta prova di
fiducia, non domandandogli mai neppure quali fossero le sue intenzioni. Potevo
dubitarne?
La matrigna riprese:
— Se non sai chi ti scrive questa sciocchezza, non capisco perché
piangi...
La Titina, con un'astuzia ed una prontezza che mi sbalordirono,
rispose:
— Si mortifica, perché capisce che è una burla.
Io accennai di sí, e profittai di quella giustificazione per
rileggere il foglio, e piangere tutte le lagrime de' miei occhi in un accesso
di tenerezza nervosa.
La matrigna mi diede uno scappellottino carezzevole, e disse:
— E tu piangi per una burla? Grande e grossa e minchiona a quel
modo? Lascia che dicano! Io quand'ero alla tua età, una festa, che rinnovavo un
bel vestito color di rosa, con un canezou di tulle bianco, ed una
cappottina di seta, incontrai una brigata di giovinotti che mi guardarono, poi
il caporione gridò: «Tutto è bello fuorché il viso». Ma non mi son messa a
piangere per questo. Ho riso anch'io, e m'ha fatto buon sangue. E poi, chissà
che sia davvero qualcuno che s'è innamorato di te! E che un giorno o l'altro si
presenti a domandarti in moglie? Sarebbe un po' grullo, ma cosa importa? Se
s'avessero a sposare soltanto le aquile... Via via, smetti di piangere, e va' a
rinfrescarti il volto.
Non mi parve vero di correre in camera, e di rileggere
attentamente quelle vecchie parole, che conoscevo e cantavo da un pezzo,
e di baciarle, e di rileggerle ancora.
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