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Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi
Matrimonio in provincia

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  • VI
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VI

Venne l'autunno. L'autunno piovoso e triste, che passammo tappati in casa, colla matrigna severa, il babbo tutto assorto in lei, il bimbo piagnoloso e la zia reumatizzata.

Ma quando la casa era piena del rumore delle faccende, e dello stridio del bimbo, e quando era silenziosa e triste come una tomba nelle ore del pomeriggio, io udivo risonarmi all'orecchio la voce ansimante ed amorosa di Onorato, che mi ripeteva dolcemente e sempre, le sue care parole:

«Sa che le voglio tanto bene? E lei mi vuole un po' di bene, dica? Addio Denza

Qualche volta piangevo di commozione, qualche volta ridevo, cantavo, giocavo pazzamente col bimbo, per sfogare la piena della mia gioia; ma ero sempre felice.

Una sera mi occorse d'entrare imprevedutamente nella camera della matrigna; e mentre stavo per aprir l'uscio, la udii che diceva al babbo:

— È strano! Credevo che la Denza dovesse fare piú incontro. Ora che non ha piú affatto quell'aria beata e minchiona, anzi è fino un po' sentimentale, è proprio una bella giovane. Eppure nessuno le sta intorno, nessuno la domanda...

Il babbo rispose:

— Cosa vuoi? Le ragazze senza dote non sono mai molto ricercate.

E dopo un tratto soggiunse:

Tempo fa, Bonelli mi accennò qualche cosa del figlio dell'ingegnere Mazzucchetti. Pare che la guardi di buon occhio...

— Ma che! di buon occhio la guarderanno tutti; è una bella ragazza, fa piacere a guardarla. Ma non vi mettete in testa che Mazzucchetti la voglia sposare. Un giovane che avrà forse un milione! La guarderà finché non avrà altro da fare, poi sposerà un'altra...

Invece d'entrare, tornai indietro pian piano ridendo fra me di quel grosso granchio che pigliava la matrigna, malgrado il suo buon senso. Pensavo.

«Se sapessero! Se sapessero che fra noi siamo già d'accordo, ed è soltanto questione di tempo! Che so i suoi segreti, e che lo chiamo Onorato

E nel mio cuore c'era quella fede sicura, colla quale dice il vangelo che si potrebbero trasportar le montagne.

Passò anche l'autunno e venne l'inverno, rigido, con certe nevicate che rendevano le strade impraticabili; e la nostra casa, dove soltanto in cucina e nella camera della matrigna s'accendeva il fuoco nel camino, era fredda come la Siberia. Mi vennero i geloni alle mani, che si fecero grosse e rosse vergognosamente.

Ma io pensavo che erano le mani strette con tanto amore da Onorato, e stavo estatica a contemplarle, e, deformate com'erano, mi evocavano alla mente le incantevoli visioni di quella sera memorabile.

Venne anche il carnovale, quel carnovalino di provincia, pettegolo e pretenzioso, dove della menoma festicciola si discorre, prima e dopo, fino alla nausea;  dove si fanno i più minuti inventari degli abbigliamenti, e si veste sempre troppo in gala.

Le Bonelli, che brillavano molto, ci parlavano sempre di feste e di spassi, di cui noi altre non avevamo la menoma idea.

Eppure, io non desideravo quei divertimenti. Cosa avrei fatto ad un ballo! Oltrechè non sapevo ballare, l'idea di ballare con tutt'altri che con lui, mi faceva orrore come un'infedeltà. E lui non ballava. Dicevano, perché era troppo grasso; ma io ero certa che non ballava perché non c'ero io. E leggevo anche nel suo pensiero, dietro il rincrescimento momentaneo di non potermi abbracciare in un giro di valzer, una grande ammirazione per la vita ritirata che facevo, per la mia modestia.

Mi ricordavo cosa aveva detto, quella volta il maestro di piano alla Maria: «Lui è selvatico; ha soggezione delle signorine eleganti».

«Ha soggezione» era un modo di dire cortese del maestro, per riguardo alle sue allieve, che erano elegantissime. Ma un giovane ricco e bello come Onorato, non poteva aver soggezione di nessuno. Voleva dire che non gli piacevano. Che amava le fanciulle semplici e modeste. E nessuno lo era piú di me.

Dacché sapevo che questo piaceva a lui, dimenticavo tutte le mie lagnanze passate per le abitudini patriarcali della nostra casa, e mi pareva d'aver scelto io stessa quel genere di vita, e d'amarlo.

 

Quella che a noi teneva luogo di carnovale, era l'ottava di San Gaudenzio. Dal ventidue di gennaio, che era appunto la gran festa di San Gaudenzio, primo vescovo di Novara, per otto giorni di seguito c'era la benedizione colla musica, per la quale venivano persino dei professori dell'orchestra della Scala, di Milano.

Noi avevamo un banco di prima fila, a sinistra dell'altar maggiore. Davanti a noi c'era un largo spazio vuoto, dove si fermavano gli uomini in piedi, per veder i musicanti sull'organo che era a destra dell'altare.

Tutti gli anni andavamo assiduamente all'ottava, qualunque tempo facesse.

Della solennità non c'importava nulla, della musica poco, del Santo men che meno. Ma si vedeva un po' di gente, qualche giovinotto ci guardava; e nella monotonia della nostra esistenza era qualche cosa.

Di solito era la zia che ci accompagnava perché la matrigna non amava la musica, ed il babbo, di sera, stava sempre con lei. E poi, la chiesa era il dominio della zia.

Quell'anno, incominciai un mese prima ad inquietarmi, per paura che i reumi le impedissero d'uscire. Ma, anche per lei, quegli otto giorni rappresentavano il periodo brillante dell'annata; e si curò tanto, che per San Gaudenzio stava relativamente bene.

Fin dalla prima sera, dopo pochi minuti che ero in chiesa, udii uno strisciar di passi, alzai gli occhi con un gran batticuore, e vidi sfilare pian piano i «Moschettieri», Portos davanti, e gli altri di dietro. Lui andò ad appoggiarsi al muro sotto il pulpito, in faccia a me, a due passi, e gli altri si schierarono in fila.

Mi fissò gli occhi negli occhi, e finché durò la funzione, stette a guardarmi, insistente, instancabile. Gli altri mi guardavano tutti, come se fossero tutti innamorati di me. Anche quando m'accadeva d'incontrarli separati in istrada, mi guardavano e si voltavano per riguardarmi, come faceva lui. Ed io mi sentivo d'essere entrata quinta nella loro amicizia, e li amavo un po' tutti come fratelli, per amore di lui.

La sera seguente, e tutte le altre, tornò alla stess'ora, cogli stessi amici; si mise allo stesso posto, mi dette le stesse occhiate intense e lunghe.

Però la seconda sera ci fu un avvenimento. Al momento della benedizione, quando il prete alza la pisside col sacramento, e i turiboli esalano nuvole di fumo e d'incenso, e tutti chinano il capo divotamente, io lo rialzai pian piano, e guardai Onorato.

Lui aveva avuto lo stesso pensiero e guardava me.

In quel silenzio profondo e solenne, come isolati e soli al disopra di quelle teste chine, in quel profumo eccitante dell'incenso, in quella luce misteriosa, in quell'ambiente di preghiera, i nostri occhi si unirono in un solo sguardo arditamente amoroso, si confusero, si strinsero, si baciarono lungamente..

Quando la voce stonata del prete, e subito dopo quelle alte e festose dei musici, intuonarono l'O salutaris hostia, io mi scossi sbalordita, confusa, inebriata, come da un lungo amplesso. Mi pareva d'essermi legata anche piú strettamente a lui; sentivo d'appartenergli.

Finché durò l'ottava, rialzammo il capo al momento della benedizione, e ripetemmo quella specie di muto ed ardente colloquio d'amore, che mi lasciava turbata come una colpa, ma pazzamente felice.

Per tutta la mia vita, quell'alto silenzio della benedizione mi ricordò la gioia di quell'ora, e mi commosse, e mi fece piangere. I miei parenti ed amici hanno una grande idea della mia divozione.

Finita l'ottava, sentii una gran mancanza, mi parve che fosse avvenuta una grave catastrofe, come un incendio, un'inondazione e che m'avesse tolto dei tesori inestimabili, e mi lasciasse nello squallore.

Però vedevo Onorato immancabilmente alla messa della domenica. Sovente lo incontravo in istrada. Se s'andava in casa Bonelli, le cugine mi facevano uscire sul balcone, e qualche volta lo vedevo passare, e sempre mi guardava allo stesso modo.

Poi, nella quaresima, un giorno io, un giorno mia sorella, s'andava alla predica colla zia. E lui c'era sempre, in capo alla fila dei banchi dove era il nostro, nella cappella di Sant'Agapito. E, quand'era il mio giorno, mi guardava tutto il tempo della predica. E quand'era il giorno della Titina guardava lei, e lei me lo diceva al ritorno portandomi quegli sguardi come un'ambasciata; ed era anche quella una gioia.

Del resto, non ero un'eccezione. C'erano a Novara parecchie ragazze che avevano degli amori a quella maniera, ed erano contente e fiduciose quanto me, e tiravano innanzi cosí da anni, senza domandar altro, e senza che i loro innamorati facessero di piú.

La figlia di un farmacista di contro a noi, aveva aspettato il figlio d'un notaio per tredici anni, poi l'aveva sposato. È vero che era morta di una malattia di nervi, dopo poco piú di un anno di matrimonio; ma questo a me non poteva accadere.

Quegli amori d'occhiate sono talmente entrati nell'uso a Novara, che parlando di due innamorati nel ceto civile, si dice «Il Tale guarda la Tale».

Soltanto parlando di operai e bottegai, si dice: «Il Tale parla alla Tale».

C'è l'uso in tutto il Novarese, di mandare in giro il giorno della mezza quaresima una sega. Nel popolo la fanno portare scarabocchiata col gesso sul dorso, o rinvoltata e nascosta ingegnosamente, in modo che chi la porta non se ne accorga. Ed è una burla che trovano molto divertente. I signori mandano a regalare delle seghe eleganti, e ne fanno il pretesto per offrire un gingillo, un dipinto, un dono.

I galanti del carnovale si ricordano, col mezzo della sega, alle signorine che hanno incontrato ai balli. Mandano la sega in una lettera per la posta, accompagnata da proteste d'amore in versi o in prosa, sempre anonime soltanto pei parenti. Le ragazze indovinano subito il nome dell'autore.

Le Bonelli ricevevano in quella giornata dei fasci di lettere, con seghe di carta frastagliata o dipinta, di seta ricamata, d'argento... Avevano persino ricevuta una bella seghettina d'oro, che portavano sempre appesa al cordoncino dell'orologio.

Quell'anno la mattina della mezza quaresima, la serva tornando dal mercato, portò su una lettera che aveva trovata dal portinaio, diretta a me «Denza Dellara

Io sentii il sangue salirmi alle guancie, caldo come una vampa. La Titina si fece pallida. Mi disse poi, che l'aveva creduta la domanda formale di matrimonio. Figurarsi, diretta a me! Ma era la sua idea fissa.

Eravamo tutte e tre in piedi, noi due e la matrigna, intorno alla tavola della cucina. La lettera era , tra il pacco della carne aperto, ed un cavolo tutto bagnato che le sgocciolava sopra. Io la divoravo cogli occhi, ma non osavo toccarla.

La matrigna, quand'ebbe ricevuto il conto dalla serva, prese tranquillamente la busta, ed andando in camera a pigliare gli occhiali, disse:

— Sarà qualche stupidaggine. Oggi è il giorno delle seghe!

Io lo sapevo che era il giorno delle seghe. Senza osare esprimere neppure con mia sorella quella grande speranza, che avrebbe potuto esser vana, ci pensavo da mesi e mesi, ed invocavo quella lettera.

La matrigna tornò cogli occhiali sul naso, ed il foglio aperto in mano, lo lesse accanto alla finestra, poi disse crollando le spalle:

— L'ho detto, che doveva essere una stupidaggine!

E la buttò di nuovo sulla tavola, con una sega di carta turchina leggera leggera, che andò ad appiccicarsi al pezzo di manzo umido. Quella lettera le era sembrata tanto inoffensiva, che me l'abbandonava.

Io domandai con un sorriso forzato, tutta nervosa e tremante:

— Posso leggerla?

— Oh leggi pure! Puoi vantarti che la tua corrispondenza porta le ultime novità.

Presi il foglio tutto sgocciolante dell'acqua del cavolo, e lessi:

 

Un felice eterea

Mi balenasti innante,

E, da quel primo istante,

Arsi d'immenso amor.

Di quell'amor che è palpito

Dell'universo intero

Misterioso altero Croce e delizia al cor.

 

La matrigna mi guardava, aspettando che facessi una risata anch'io, e dicessi che era una stupidaggine. Ma la commozione mi toglieva il fiato; cercai di ridere, ed invece scoppiai in un pianto dirotto.

La matrigna ebbe un sospetto, e, con maggior dolcezza del solito, mi disse:

— Cosa c'è da piangere? Sai chi l'ha scritta forse?

Io, soffocata dai singhiozzi, crollai il capo e le spalle energicamente. Lei riprese:

— No? Peccato! Avrei preferito che lo sapessi. Se fosse un giovane buono, bene intenzionato ed adatto a te, si potrebbe fargli parlare, e vedere di combinare un matrimonio. Sarebbe tempo di rompere il ghiaccio...

Io tornai a crollarmi tutta, negativamente. L'idea che Onorato fosse aggredito da qualcuno che gli intimasse di sposarmi, come se si trattasse di pagare un'imposta, mi faceva arrossire e m'impauriva. Mi pareva che lui dovesse credermi complice d'una cospirazione per forzare la sua volontà, ed offendersi e sfuggirmi.

Volevo che venisse a me spontaneamente, quando le sue circostanze glielo permetterebbero, e desideravo di dargli una grande ed assoluta prova di fiducia, non domandandogli mai neppure quali fossero le sue intenzioni. Potevo dubitarne?

La matrigna riprese:

— Se non sai chi ti scrive questa sciocchezza, non capisco perché piangi...

La Titina, con un'astuzia ed una prontezza che mi sbalordirono, rispose:

— Si mortifica, perché capisce che è una burla.

Io accennai di , e profittai di quella giustificazione per rileggere il foglio, e piangere tutte le lagrime de' miei occhi in un accesso di tenerezza nervosa.

La matrigna mi diede uno scappellottino carezzevole, e disse:

— E tu piangi per una burla? Grande e grossa e minchiona a quel modo? Lascia che dicano! Io quand'ero alla tua età, una festa, che rinnovavo un bel vestito color di rosa, con un canezou di tulle bianco, ed una cappottina di seta, incontrai una brigata di giovinotti che mi guardarono, poi il caporione gridò: «Tutto è bello fuorché il viso». Ma non mi son messa a piangere per questo. Ho riso anch'io, e m'ha fatto buon sangue. E poi, chissà che sia davvero qualcuno che s'è innamorato di te! E che un giorno o l'altro si presenti a domandarti in moglie? Sarebbe un po' grullo, ma cosa importa? Se s'avessero a sposare soltanto le aquile... Via via, smetti di piangere, e va' a rinfrescarti il volto.

Non mi parve vero di correre in camera, e di rileggere attentamente quelle vecchie parole, che conoscevo e cantavo da un pezzo, e di baciarle, e di rileggerle ancora.




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