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Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi
Il tramonto d’un ideale

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I

 

Non c'era anima viva in tutto il territorio di Fontanetto e nei dintorni, che non conoscesse il Dottorino. Erano vent'anni che lo chiamavano così, dacché era giunto in paese col titolo di medicocondotto.

Allora era un giovanotto sulla trentina, galante, allegro, compagnevole. Per distinguerlo dal suo predecessore, avevano affibbiato al nuovo venuto il nomignolo di Dottorino; anche un po' per vezzeggiativo; era tanto simpatico! Ed il nomignolo gli era rimasto sempre, malgrado gli anni ed i mutamenti avvenuti nella sua persona, che protestava tutta quanta contro quel diminutivo.

Quando lo conobbi, poteva avere cinquant'anni; era alto, grosso, panciuto. Le spalle ampie, il collo forte, la muscolatura poderosa, la capigliatura folta e ruvida, dimostravano una costituzione robusta; ma un non so che di languido nello sguardo, la flaccidezza delle guancie, la parola lenta, esitante come se durasse fatica ad afferrare il pensiero, e la voce in falsetto, gli davano un aspetto più vecchio della sua età.

Tuttavia codesto non lo rendeva meno piacevole, ed i signori del paese avevano sempre gran gusto d'avere il Dottorino alle loro serate ed ai loro pranzi; non al loro letto quand'erano malati però.

 

Il Dottorino non ammetteva che un rimedio unico; il purgante; e lo ordinava per qualsiasi malattia. Quand'era chiamato per visitare un infermo, prima di uscire di casa, prima di sapere di che cosa si trattasse, cominciava a dire con sicurezza: «Ci vuole un purgante».

Il più delle volte nominava l'effetto per la causa, e su quell'effetto diceva ogni sorta di burle, che tutto il paese conosceva e ripeteva. Erano famose le facezie del Dottorino.

Lungo la strada si fermava ad ogni osteria, domandava da bere, e poi diceva all'oste: «Mettetelo in conto; vi pagherò con una visita quando avrete bisogno di aiuto per far funzionare gli intestini». E rideva, e l'oste rideva.

Non sempre si sentiva poi in gambe da salire le scale per vedere l'infermo; ma che importava vederlo? Poteva benissimo fare la sua ordinazione dal cortile. Domandava a quelli di casa: «Che cos'ha questo malato? La febbre? Dategli un purgante. Il mal di capo? Il delirio? Vuotategli le budella; le fantasie dei deliranti vengono di ...».

 

Più volte, nelle sedute comunali, qualche pedante aveva proposto di fare delle rimostranze al Dottorino. Ma per fortuna i signori lo proteggevano, e non lo permisero mai. E lui stesso, quand'era venuto a sapere la cosa, aveva risposto col solito brio: «Ma che! Il comune dovrebbe ringraziarmi; sono io che fertilizzo il paese colla produzione di tanto guano. Quando avrete in tavola de' carciofi saporiti, de' cavoli maiuscoli, degli asparagi grossi come canne sono i miei purganti che mangiate in tutte le salse...».

Non si poteva pigliarsela sul serio con quel bel matto. Si rideva da averne il mal di ventre, si aggiungeva facezia a facezia, e si finiva a stappare una bottiglia alla salute del Dottorino, che faceva fare tanto buon sangue agli amici col suo buon umore. Del resto, in caso di malattia, quei possidenti che avevano dei buoni cavalli, in un'ora potevano mandare a Borgomanero per un medico. Ed il Dottorino, da uomo superiore, non era permaloso. Lasciava che si facessero curare da chi credevano quand'erano malati, e non rifiutava per questo di mangiare e bere con loro quand'erano sani.

 

In qualunque ora ed in ogni circostanza il Dottorino si vedeva sempre vestito di nero con vecchi abiti da parata troppo stretti e troppo corti. Portava un'immensa pezzuola bianca, ripiegata a cravatta, che girava due o tre volte intorno al collo e, coll'estremità delle cocche, faceva un nodino stretto sulla gola che pareva un piccolo gozzo. Quando il Dottorino rideva, quel nodino ballonzolava allegramente, come se fosse una parte di lui, vivamente interessata alla sua ilarità. Se il Dottorino beveva, ad ogni sorso che ingoiava, il nodino faceva certe inclinazioni lente e beate da fine conoscitore. E nei momenti d'ubbriachezza, quando tutta la persona del Dottorino si faceva floscia e tremante, anche il nodino oscillava con un'aria languida che faceva pietà. A quell'abbigliatura da cerimonia s'aggiungeva immancabilmente un cappello a tuba troppo largo di tesa, troppo basso di testa, e sempre un po' inclinato sull'orecchio sinistro.

Dacché il Dottorino era a Fontanetto, nessuno si ricordava di averlo mai veduto con un'altra vestitura. Aveva preso moglie, era diventato padre, poi era rimasto vedovo, e cogli stessi abiti era comparso alle nozze, al battesimo ed ai funerali. Erano vent'anni che andava per monti e per valli di giorno e di notte, nelle case dei contadini malati, e sempre vestito di nero e sempre in cappello a tuba. Pareva che fosse nato vestito a quel modo, ed era certo che morrebbe così. Se il Dottorino avesse cambiata abbigliatura, sarebbe stata come una rivoluzione a Fontanetto.

Era rimasto vedovo, ma con un bambino.

«La vedovanza sarebbe un valore» diceva. «Ma, con un bambino sulle braccia, diventa una passività. Un uomo solo vale una buona dote; un uomo e mezzo non vale più nulla».

Alla prima aveva affidato il fanciullo alla nutrice che lo aveva allattato; e per alcuni anni poté lasciarglielo. Ma finalmente, quando il bambino ebbe sei anni dovette riprenderlo. E figurarsi le noie che gli cagionò! Era un piccolo selvaggio, rustico, intrattabile. Appena rientrato nella casa materna, pianse un giorno intero chiamando ad alte grida la balia: «Voglio la mamma... aaa!».

Il Dottorino, poveretto, non era una donnicciuola da star a vezzeggiare un bimbo. Gli uomini hanno altro da fare. Lo rinchiuse in casa, e se ne andò pe' fatti suoi.

Quando tornò verso sera trovò tutto il vicinato nella contrada col naso all'aria verso le sue finestre. Gli strilli del bimbo continuavano da parecchie ore, e la scala era invasa dalle comari che s'impietosivano, e discutevano sul da farsi.

Il Dottorino aveva scherzato e bevuto coi casigliani de' malati; tornava d'un umore allegro che era un piacere. Figurarsi come rimase all'udire quell'urlio, ed a vedere quella gente indiscreta che metteva il becco ne' fatti suoi! Ma non era uomo da fare scenate. Accennò il portone di strada alle comari, e disse: «A casa mia sono io il padrone, sapete? A mio figlio ci penso io, e nessuno se ne deve immischiare. Voi altre non sapete cosa sia la patria potestà. Andate a farvela insegnare. Via! Scccc! Via!».

Quando fu rientrato ed ebbe rinchiuso l'uscio, gli strilli del bambino raddoppiarono, si fecero più angosciosi, e così disperatamente acuti, che si udivano da un capo all'altro del villaggio. Poi a poco a poco andarono affievolendosi, finché cessarono affatto.

Allora il Dottorino uscì tutto rosso in volto, e gli tremavano le mani e la voce quando disse a due vicine ostinate che erano rimaste sulla scala: «Andate a farlo rinvenire, e cercatemi una serva che gli badi lei, altrimenti...».

 

Il domani fin dal mattino, le comari cominciarono una processione alla casa del Dottorino per offrirgli delle serve: egli aveva già ripreso il suo bell'umore, e disse: «Datemi la più giovine e bellina».

Era di buon gusto, ed alla bellezza, anche rusticana, faceva sempre buon viso. Ma la prima serva che gli toccò non seppe apprezzare le galanterie del Dottorino, e dopo alcuni giorni se ne andò via. Poi ne ebbe di più ragionevoli che rimasero, ed anzi avrebbero voluto rimaner dell'altro; ma dovette mandarle via lui, perché era già così frastornato da quella paternità legittima ereditata dal matrimonio, che non voleva correre il rischio di duplicare il guaio. Sapeva per prova che non metteva conto beneficare i figlioli. Il suo non era altro che un ingrato. Appena udiva il passo del padre, si metteva a tremare, o badava nascondersi. Se il Dottorino gli rivolgeva la parola, sussultava come se gli avessero sparata una pistola rasente l'orecchio, e rispondeva a monosillabi, mentre colle serve era chiacchierino e giocava volentieri.

 

Ma le serve continuavano a mutarsi; il povero Dottorino non trovava più modo di farsi servire. Una volta passò due mesi e più senza donna in casa e dovette mandare il figliolo alla scuola per levarselo d'attorno.

Ma «l'uomo allegro il ciel l'aiuta». Dopo qualche tempo fu chiamato a visitare una fanciulla malata. La trovò seduta al sole fuori dall'uscio della cucina, coi brividi della febbre. Ordinò il solito purgante, poi domandò ad una vecchia che le stava accanto: «È vostra figlia?».

«Nossignore» rispose la Lucia, «è dell'ospedale di Novara. Mia nuora non aveva potuto salvare nessun figliolo de' suoi, e pensò d'andare a prenderne una da allattare: e poi aspetta oggi, aspetta domani a riportarla all'ospedale, ha finito per tenersela. Quando hanno cessato di pagarci il baliatico abbiamo mandata la ragazza alla filanda, tanto da farle guadagnare qualche cosa. Sono sei anni che va ad annaspare la seta: ha cominciato presto».

«Ti piace andare alla filandadomandò il Dottorino alla malata. Questa si contorse tutta; non si capiva se era un movimento di soggezione o un brivido di febbre; ma non rispose.

«Lei parla poco» disse la vecchia che, all'opposto, parlava molto. «Quando si ha nella testa tutto il giorno quel rumore di tanti rocchetti e di tanti naspi, si rimane come sbalordite. Io l'ho provato per due anni da ragazza. Mi ronzavano continuamente gli orecchi come se piovesse a rovesci, e vedevo giorno e notte i raggi delle ruote passarmi furiosamente dinanzi agli occhi come anime dannate».

«Quanto le danno al giornointerruppe il Dottorino.

«Venti centesimi. Non ha che tredici anni».

«Venti centesimi al giorno, fuori la domenica e tutte le feste comandate... fanno... sessanta lire all'anno» calcolò forte il Dottorino. «Se volete darla a me per questo prezzo, la piglio per le mie poche faccende di casa, e per badare al mio figliolo. La fatica non le romperà le ossa».

«Non sa far da mangiare...» osservò la Lucia.

«Le insegnerete voi alla meglio intanto che è malata, ed appena starà bene me la condurrete».

«Siii» disse ancora la vecchia esitando; «ma alla filanda le aumenterebbero la giornata quando fosse cresciuta».

«Alla filanda non potrà durare ad andarci, e l'avrete sempre in casa malata, e non guadagnerà nulla» disse il Dottorino avviandosi per andarsene. Ma quest'ultima ragione aveva persuasa la vecchia Lucia, che domandò alla ragazza: «Vuoi andare a servire dal signor Dottorino? Di' su, la Matta, vuoi?» La fanciulla si strinse nelle spalle come per dire che le era indifferente.

Un mese dopo, la Lucia la condusse in paese vestita de' suoi abitini da festa, cogli zoccoletti in mano, i piedini nudi, ed il suo piccolo corredo in una pezzuola annodata per le cocche, e la installò in casa del nuovo padrone.

 

Nella sua remota gioventù la Lucia era stata parecchi anni a Novara al servizio di una famiglia agiata, ed aveva imparato abbastanza a cucinare ed a tener in ordine la casa, per poter avviare la ragazza a disimpegnare le sue faccende. Questa, intontita dai sette lunghi anni che aveva passati in mezzo ai rumori forti, incessanti della filanda, rimaneva spesso a bocca aperta dopo aver ricevuta un'istruzione, come se non capisse. Ma quando poi era riuscita ad imparare una cosa, poteva ripeterla all'infinito con una precisione minuziosa, come una macchina. La stessa attenzione scrupolosa che aveva dovuto prestare nell'annaspare la seta, guardando sempre alternativamente il naspo ed il rocchetto, riunendo con diligenza il filo se si spezzava, lavorando colla mano lesta, l'occhio fisso, la mente tesa, tutta assorta in quel compito superiore alla sua età, la applicava alle menome cose che le riusciva di fare. Se le avevan insegnato a spolverare i quattro piedi d'una tavola cominciando da destra ed andando a sinistra, per nessun rivolgimento di cose avrebbe potuto accader mai che cominciasse dal lato opposto, o che lasciasse uno dei quattro piedi non spolverato.

Se il Dottorino la picchiava, perché anche lui aveva le sue ore nere e doveva pure sfogarsi con qualcuno, la Matta si curvava, si rattrappiva sotto le busse, urlava quando sentiva male; ma non faceva lagnanze, non domandava ragione di quel trattamento. Se invece il padrone lodava le sue cucinature e le diceva: «Hai fatto bene» si stringeva nelle spalle come per dire che non c'entrava oppure rispondeva: «Io non so».

 

Quando, appena nata, aveva fatto il suo malinconico ingresso nell'ospizio dei trovatelli, doveva essere stata accolta da una monaca sentimentale che le aveva imposto il nome tenero di Amata.

La contadina che l'aveva presa a balia e tutta la sua famiglia, l'avevano chiamata la Matta alla prima, e, malgrado tutte le correzioni della monaca, e più tardi dell'assistente della filanda, avevano continuato a dir sempre quella loro storpiatura, alla maniera ostinata dei contadini. Ed in paese credevano che fosse quello il suo nome.

Una volta Giovanni, il bimbo del Dottorino, le domandò: «Perché ti chiamano la Matta

«Non so» rispose la serva.

«È il tuo nome» disse ancora Giovanni.

«No. Il mio nome è la Mata».

«La Mata non è un nome».

«Io non so».

Giovanni riuscì ad avere una spiegazione da qualche compagno di scuola o dalla maestra, ed al ritorno andò in cucina tutto trionfante per ripeterla alla serva. Ma questa disse: «La Matta o la Mata fa lo stesso».

«Ma non è la Mata, è Amata che ti chiami; si dice l'Amata».

«Io non so» concluse la Matta. Ma guardò lungamente il fanciullo con occhio intenerito, e sorrise in silenzio.

 

 

 




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