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I
Non c'era anima viva in tutto il
territorio di Fontanetto e nei dintorni, che non conoscesse il Dottorino. Erano
vent'anni che lo chiamavano così, dacché era giunto in paese col titolo di
medico‑condotto.
Allora era un giovanotto sulla
trentina, galante, allegro, compagnevole. Per distinguerlo dal suo
predecessore, avevano affibbiato al nuovo venuto il nomignolo di Dottorino;
anche un po' per vezzeggiativo; era tanto simpatico! Ed il nomignolo gli era
rimasto sempre, malgrado gli anni ed
i mutamenti avvenuti nella sua persona, che protestava tutta quanta contro quel
diminutivo.
Quando lo conobbi, poteva avere
cinquant'anni; era alto, grosso, panciuto. Le spalle ampie, il collo forte, la
muscolatura poderosa, la capigliatura folta e ruvida, dimostravano una
costituzione robusta; ma un non so che di languido nello sguardo, la
flaccidezza delle guancie, la parola lenta, esitante come se durasse fatica ad
afferrare il pensiero, e la voce in falsetto, gli davano un aspetto più vecchio
della sua età.
Tuttavia
codesto non lo rendeva meno piacevole, ed i signori del paese avevano sempre gran gusto d'avere il Dottorino alle loro
serate ed ai loro pranzi; non al loro letto quand'erano malati però.
Il Dottorino non ammetteva che un
rimedio unico; il purgante; e lo ordinava per qualsiasi malattia. Quand'era
chiamato per visitare un infermo, prima di uscire di casa, prima di sapere di
che cosa si trattasse, cominciava a dire con sicurezza: «Ci vuole un purgante».
Il più delle volte nominava
l'effetto per la causa, e su quell'effetto diceva ogni sorta di burle, che
tutto il paese conosceva e ripeteva. Erano famose le facezie del Dottorino.
Lungo la strada si fermava ad ogni
osteria, domandava da bere, e poi diceva all'oste: «Mettetelo in conto; vi
pagherò con una visita quando avrete bisogno di aiuto per far funzionare gli
intestini». E rideva, e l'oste rideva.
Non sempre
si sentiva poi in gambe da salire le scale per vedere l'infermo; ma che
importava vederlo? Poteva benissimo fare la sua ordinazione dal cortile.
Domandava a quelli di casa: «Che cos'ha questo malato? La febbre? Dategli un
purgante. Il mal di capo? Il delirio? Vuotategli le budella; le fantasie dei
deliranti vengono di là...».
Più volte, nelle sedute comunali,
qualche pedante aveva proposto di fare delle rimostranze al Dottorino. Ma per
fortuna i signori lo proteggevano, e non lo permisero mai. E lui stesso,
quand'era venuto a sapere la cosa, aveva risposto col solito brio: «Ma che! Il
comune dovrebbe ringraziarmi; sono io che fertilizzo il paese colla produzione
di tanto guano. Quando avrete in tavola de' carciofi saporiti, de' cavoli
maiuscoli, degli asparagi grossi come canne sono i miei purganti che mangiate
in tutte le salse...».
Non si poteva pigliarsela sul serio
con quel bel matto. Si rideva da averne il mal di ventre, si aggiungeva facezia
a facezia, e si finiva a stappare una bottiglia alla salute del Dottorino, che
faceva fare tanto buon sangue agli amici col suo buon umore. Del resto, in caso
di malattia, quei possidenti che avevano dei buoni cavalli, in un'ora potevano
mandare a Borgomanero per un medico. Ed il Dottorino, da uomo superiore, non
era permaloso. Lasciava che si facessero curare da chi credevano quand'erano
malati, e non rifiutava per questo di mangiare e bere con loro quand'erano
sani.
In qualunque ora ed in ogni
circostanza il Dottorino si vedeva sempre
vestito di nero con vecchi abiti da parata troppo stretti e troppo corti.
Portava un'immensa pezzuola bianca, ripiegata a cravatta, che girava due o tre
volte intorno al collo e, coll'estremità delle cocche, faceva un nodino stretto
sulla gola che pareva un piccolo gozzo. Quando il Dottorino rideva, quel nodino
ballonzolava allegramente, come se fosse una parte di lui, vivamente interessata
alla sua ilarità. Se il Dottorino beveva, ad ogni sorso che ingoiava, il nodino
faceva certe inclinazioni lente e beate da fine conoscitore. E nei momenti
d'ubbriachezza, quando tutta la persona del Dottorino si faceva floscia e
tremante, anche il nodino oscillava con un'aria languida che faceva pietà. A
quell'abbigliatura da cerimonia s'aggiungeva immancabilmente un cappello a tuba
troppo largo di tesa, troppo basso di testa, e sempre
un po' inclinato sull'orecchio sinistro.
Dacché il Dottorino era a Fontanetto,
nessuno si ricordava di averlo mai veduto con un'altra vestitura. Aveva preso
moglie, era diventato padre, poi era rimasto vedovo, e cogli stessi abiti era
comparso alle nozze, al battesimo ed ai funerali. Erano vent'anni che andava
per monti e per valli di giorno e di notte, nelle case dei contadini malati, e sempre vestito di nero e sempre
in cappello a tuba. Pareva che fosse nato vestito a quel modo, ed era certo che
morrebbe così. Se il Dottorino avesse cambiata abbigliatura, sarebbe stata come
una rivoluzione a Fontanetto.
Era rimasto vedovo, ma con un
bambino.
«La vedovanza sarebbe un valore»
diceva. «Ma, con un bambino sulle braccia, diventa una passività. Un uomo solo
vale una buona dote; un uomo e mezzo non vale più nulla».
Alla prima aveva affidato il
fanciullo alla nutrice che lo aveva allattato; e per alcuni anni poté
lasciarglielo. Ma finalmente, quando il bambino ebbe sei anni dovette
riprenderlo. E figurarsi le noie che gli cagionò! Era un piccolo selvaggio,
rustico, intrattabile. Appena rientrato nella casa materna, pianse un giorno
intero chiamando ad alte grida la balia: «Voglio la mamma... aaa!».
Il Dottorino, poveretto, non era
una donnicciuola da star a vezzeggiare un bimbo. Gli uomini hanno altro da
fare. Lo rinchiuse in casa, e se ne andò pe' fatti suoi.
Quando tornò verso sera trovò
tutto il vicinato nella contrada col naso all'aria verso le sue finestre. Gli
strilli del bimbo continuavano da parecchie ore, e la scala era invasa dalle
comari che s'impietosivano, e discutevano sul da farsi.
Il Dottorino aveva scherzato e
bevuto coi casigliani de' malati; tornava d'un umore allegro che era un
piacere. Figurarsi come rimase all'udire quell'urlio, ed a vedere quella gente
indiscreta che metteva il becco ne' fatti suoi! Ma non era uomo da fare
scenate. Accennò il portone di strada alle comari, e disse: «A casa mia sono io
il padrone, sapete? A mio figlio ci penso io, e nessuno se ne deve immischiare.
Voi altre non sapete cosa sia la patria potestà. Andate a farvela insegnare.
Via! Scccc! Via!».
Quando fu rientrato ed ebbe
rinchiuso l'uscio, gli strilli del bambino raddoppiarono, si fecero più
angosciosi, e così disperatamente acuti, che si udivano da un capo all'altro
del villaggio. Poi a poco a poco andarono affievolendosi, finché cessarono
affatto.
Allora il Dottorino uscì tutto
rosso in volto, e gli tremavano le mani e la voce quando disse a due vicine
ostinate che erano rimaste sulla scala: «Andate a farlo rinvenire, e cercatemi
una serva che gli badi lei, altrimenti...».
Il domani fin dal mattino, le
comari cominciarono una processione alla casa del Dottorino per offrirgli delle
serve: egli aveva già ripreso il suo bell'umore, e disse: «Datemi la più
giovine e bellina».
Era
di buon gusto, ed alla bellezza, anche rusticana, faceva sempre
buon viso. Ma la prima serva che gli toccò non seppe apprezzare le galanterie
del Dottorino, e dopo alcuni giorni se ne andò via. Poi ne ebbe di più
ragionevoli che rimasero, ed anzi avrebbero voluto rimaner dell'altro; ma
dovette mandarle via lui, perché era già così frastornato da quella paternità
legittima ereditata dal matrimonio, che non voleva correre il rischio di
duplicare il guaio. Sapeva per prova che non metteva conto beneficare i
figlioli. Il suo non era altro che un ingrato. Appena udiva il passo del padre,
si metteva a tremare, o badava nascondersi. Se il Dottorino gli rivolgeva la
parola, sussultava come se gli avessero sparata una pistola rasente l'orecchio,
e rispondeva a monosillabi, mentre colle serve era chiacchierino e giocava
volentieri.
Ma le serve continuavano a
mutarsi; il povero Dottorino non trovava più modo di farsi servire. Una volta
passò due mesi e più senza donna in casa e dovette mandare il figliolo alla
scuola per levarselo d'attorno.
Ma «l'uomo allegro il ciel
l'aiuta». Dopo qualche tempo fu chiamato a visitare una fanciulla malata. La
trovò seduta al sole fuori dall'uscio della cucina, coi brividi della febbre.
Ordinò il solito purgante, poi domandò ad una vecchia che le stava accanto: «È
vostra figlia?».
«Nossignore» rispose la Lucia, «è
dell'ospedale di Novara. Mia nuora non aveva potuto salvare nessun figliolo de'
suoi, e pensò d'andare a prenderne una da allattare: e poi aspetta oggi,
aspetta domani a riportarla all'ospedale, ha finito per tenersela. Quando hanno
cessato di pagarci il baliatico abbiamo mandata la ragazza alla filanda, tanto
da farle guadagnare qualche cosa. Sono sei anni che va ad annaspare la seta: ha
cominciato presto».
«Ti piace andare alla filanda?»
domandò il Dottorino alla malata. Questa si contorse tutta; non si capiva se
era un movimento di soggezione o un brivido di febbre; ma non rispose.
«Lei
parla poco» disse la vecchia che, all'opposto, parlava molto. «Quando si ha
nella testa tutto il giorno quel rumore di tanti rocchetti e di tanti naspi, si
rimane come sbalordite. Io l'ho provato per due anni da ragazza. Mi ronzavano
continuamente gli orecchi come se piovesse a rovesci, e vedevo giorno e notte i
raggi delle ruote passarmi furiosamente dinanzi agli occhi come anime dannate».
«Quanto
le danno al giorno?» interruppe il Dottorino.
«Venti
centesimi. Non ha che tredici anni».
«Venti centesimi al giorno, fuori
la domenica e tutte le feste comandate... fanno... sessanta lire all'anno»
calcolò forte il Dottorino. «Se volete darla a me per questo prezzo, la piglio
per le mie poche faccende di casa, e per badare al mio figliolo. La fatica non
le romperà le ossa».
«Non sa far da mangiare...» osservò la Lucia.
«Le insegnerete voi alla meglio
intanto che è malata, ed appena starà bene me la condurrete».
«Siii» disse ancora la vecchia
esitando; «ma alla filanda le aumenterebbero la giornata quando fosse
cresciuta».
«Alla filanda non potrà durare ad
andarci, e l'avrete sempre in casa
malata, e non guadagnerà nulla» disse il Dottorino avviandosi per andarsene. Ma
quest'ultima ragione aveva persuasa la vecchia Lucia, che domandò alla ragazza:
«Vuoi andare a servire dal signor Dottorino? Di' su, la Matta, vuoi?» La
fanciulla si strinse nelle spalle come per dire che le era indifferente.
Un mese dopo, la Lucia la condusse
in paese vestita de' suoi abitini da festa, cogli zoccoletti in mano, i piedini
nudi, ed il suo piccolo corredo in una pezzuola annodata per le cocche, e la
installò in casa del nuovo padrone.
Nella sua remota gioventù la Lucia
era stata parecchi anni a Novara al servizio di una famiglia agiata, ed aveva
imparato abbastanza a cucinare ed a tener in ordine la casa, per poter avviare
la ragazza a disimpegnare le sue faccende. Questa, intontita dai sette lunghi
anni che aveva passati in mezzo ai rumori forti, incessanti della filanda,
rimaneva spesso a bocca aperta dopo aver ricevuta un'istruzione, come se non
capisse. Ma quando poi era riuscita ad imparare una cosa, poteva ripeterla
all'infinito con una precisione minuziosa, come una macchina. La stessa
attenzione scrupolosa che aveva dovuto prestare nell'annaspare la seta,
guardando sempre alternativamente il
naspo ed il rocchetto, riunendo con diligenza il filo se si spezzava, lavorando
colla mano lesta, l'occhio fisso, la mente tesa, tutta assorta in quel compito
superiore alla sua età, la applicava alle menome cose che le riusciva di fare.
Se le avevan insegnato a spolverare i quattro piedi d'una tavola cominciando da
destra ed andando a sinistra, per nessun rivolgimento di cose avrebbe potuto accader
mai che cominciasse dal lato opposto, o che lasciasse uno dei quattro piedi non
spolverato.
Se il Dottorino la picchiava,
perché anche lui aveva le sue ore nere e doveva pure sfogarsi con qualcuno, la
Matta si curvava, si rattrappiva sotto le busse, urlava quando sentiva male; ma
non faceva lagnanze, non domandava ragione di quel trattamento. Se invece il
padrone lodava le sue cucinature e le diceva: «Hai fatto bene» si stringeva
nelle spalle come per dire che non c'entrava oppure rispondeva: «Io non so».
Quando, appena nata, aveva fatto
il suo malinconico ingresso nell'ospizio dei trovatelli, doveva essere stata
accolta da una monaca sentimentale che le aveva imposto il nome tenero di
Amata.
La contadina che l'aveva presa a
balia e tutta la sua famiglia, l'avevano chiamata la Matta alla prima, e,
malgrado tutte le correzioni della monaca, e più tardi dell'assistente della
filanda, avevano continuato a dir sempre
quella loro storpiatura, alla maniera ostinata dei contadini. Ed in paese
credevano che fosse quello il suo nome.
Una volta Giovanni, il bimbo del
Dottorino, le domandò: «Perché ti chiamano la Matta?»
«Non so» rispose la serva.
«È il tuo nome» disse ancora Giovanni.
«No. Il mio nome è la Mata».
«La Mata non è un nome».
«Io non so».
Giovanni riuscì ad avere una
spiegazione da qualche compagno di scuola o dalla maestra, ed al ritorno andò
in cucina tutto trionfante per ripeterla alla serva. Ma questa disse: «La Matta
o la Mata fa lo stesso».
«Ma non è la Mata, è Amata che ti
chiami; si dice l'Amata».
«Io non so» concluse la Matta. Ma
guardò lungamente il fanciullo con occhio intenerito, e sorrise in silenzio.
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