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V
Molte
volte, da Torino, Giovanni ebbe un desiderio ardentissimo di scrivere a
Rachele.
Ma sapeva che non avrebbe potuto ricevere
una lettera dalla posta senza correre il rischio, anzi, senza la certezza
d'essere scoperta. L'impiegato postale era il fornaio, che vendeva anche droghe
ed oggetti di chincaglieria; sua moglie e sua figlia si davano una cura
grandissima delle lettere in arrivo ed in partenza, conoscevano dalle
soprascritte i corrispondenti dei signori del paese, e non era sperabile che
una lettera da Torino diretta alla signorina Pedrotti potesse passare senza
suscitare un pettegolezzo, prima ancora di giungere al castello.
Tuttavia non poté resistere alla
smania di sfogare sulla carta la passione febbrile che gli bruciava il cuore.
«Ti amo, Rachele, con tutto l'ardore della mia giovine anima, ti amo e
disperato è l'amor mio... dimmi che m'ami dimmi che m'ami...». Provava un
conforto a farsi risuonare all'orecchio, rileggendole, quelle frasi
appassionate. Sovente invece di scriverle, leggeva le proprie lettere nella Nouvelle
Heloïse, nelle Confessions d'un enfant du siècle, nel Jacopo
Ortis, e gli pareva d'averle scritte lui, e di trovarsi appunto
in quelle situazioni lagrimevoli, tanto lo struggimento della sua passione
rinchiusa gli empiva l'anima di malinconia. Poi leggeva le risposte di quelle
donne adorate ed infelici, e compiangeva dolorosamente Rachele, come se quella
corrispondenza fosse sua, ed ostacoli insuperabili la togliessero per sempre al suo amore.
L'autunno
ricondusse il giovine innamorato ad idee meno romanzesche. Quella fu un'annata
eccezionale per Fontanetto. Ci fu il trasporto del Corpo di sant'Alessandro.
Una festa straordinaria. I proprietari fecero degli inviti estesissimi. Ai
pranzi i coperti si contavano a dozzine, e se ne tenevano apparecchiati diversi
in più, per gli ospiti imprevidibili.
Accorsero forastieri da tutti i
paesi vicini; persino da Novara. Al castello c'erano due signore di Milano,
madre e figlia, ed una Svizzera. La Svizzera era la governante; ma il signor
Pedrotti non amava farlo sapere, e la presentava con aria d'importanza, come se
fosse stata un gran personaggio, e fosse partita per l'appunto da Zurigo, per
correre a Fontanetto, dietro la fama delle ossa di sant'Alessandro, e delle
carni cucinate dal cuoco del castello.
Le feste durarono tre giorni, ma
tennero in orgasmo tutto il paese per l'intero mese di agosto, ed anche più.
Ad un pranzo di cinquanta persone
si ha più libertà, senza dubbio, che ad uno di dieci. Giovanni e Rachele si
trovarono spesso come isolati e soli in mezzo a quella folla rumorosa.
Soltanto, l'ambiente non era abbastanza poetico per certe frasi che il giovane
innamorato aveva pensate la notte, e doveva dirne delle altre assai meno
liriche: «Volevo scriverle, sa, da Torino. Anzi, le ho scritto più volte».
«Oh, mio Dio! Io non ho ricevuto
nulla!» esclamava Rachele, spaurita all'idea di quelle lettere nelle mani di
chissà chi.
«Non si spaventi» s'affrettava a
dire Giovanni. «Ho scritto, ma non le ho mandate le mie lettere».
«Allora, perché le ha scritte?».
«Perché sentivo il bisogno di
dirle qualche cosa». E dopo una pausa soggiungeva abbassando ancora la voce, e
guardandola con passione: «E lei, non lo hai mai sentito quel bisogno?».
«È troppo curioso» rispondeva
Rachele arrossendo. E quel rossore voleva dire di sì, che aveva scritto, che se
ne vergognava un pochino, ma che ardeva dal desiderio di comunicargli quegli
sfoghi epistolari, e di leggere quelli di lui.
Giovanni aveva già molto domata la
sua timidezza da scolaretto. Osava fissare lungamente la bella fanciulla negli
occhi, e non arrossiva più. Essa pure lo guardava tratto tratto, tanto più se
erano un po' lontani, ed allora si dicevano cose appassionate con quei lunghi
sguardi mesti. Le parole non avrebbero potuto dirne di più. Omai s'intendevano,
e con quel muto linguaggio si comunicavano questo desiderio comune: «Se fossimo
soli!».
La sera Rachele stava spesso sul
terrazzo in fondo al giardino, e Giovanni passeggiava sulla strada di là dal
fossato cogli occhi sempre rivolti a
lei. E lei lo seguiva collo sguardo tenace. E quando s'allontanava, egli si
voltava indietro ad ogni passo, si fermava, tornava a guardare, tornava a
fermarsi, e soltanto allo svoltare della contrada, quando aveva passeggiato
tanto che s'era fatto buio e si vedevano appena, si toglieva il cappello
lentamente per prolungare quel saluto, che lei rendeva con un lieve chinare del
capo.
Quell'ora
dell'imbrunire era il loro pensiero di tutto il giorno. Dopo la prima volta,
senza dirselo, erano tornati tutti e due ogni sera, lei sul terrazzo e lui
sulla strada. Era sempre la stessa
cosa, lo stesso passeggiare, lo stesso guardarsi, lo stesso saluto. Ma era un
godimento infinito e provavano un vero dolore quando, per una causa qualunque,
dovevano mancare al muto convegno. Ed il giorno dopo chi aveva mancato assumeva
l'aria compunta d'un colpevole, e chi era stato deluso all'appuntamento si
mostrava sdegnato. Poi, a forza d'occhiate, che, a quella distanza del resto,
non avevano altra espressione che la fissità, riescivano a turbarsi a vicenda,
a commoversi, a suscitarsi nell'animo quella tempesta di affetti, che fa
battere il cuore fuor di misura, e rende incapaci di tutt'altro sentimento che
contemplare, amare, desiderare.
La festa di sant'Alessandro era
passata; si cominciava già a parlarne un po' meno; e chiunque possedeva un
tralcio di vite al sole, pensava alla vendemmia.
Il Dottorino non aveva il menomo
stelo di sua proprietà in tutto il regno vegetale; il garofano che fioriva
sulla sua finestra, in una vecchia zuppiera senza manico, era della Matta, e
persino la zuppiera era stata sua soltanto abusivamente perché non l'aveva
pagata mai. Ma il Dottorino era l'anima delle vendemmie come dei pranzi.
«Potete fidarvi, che dell'uva non
ve ne mangio» diceva. «La volpe, che trovava acerba soltanto quella a cui non
poteva arrivare, non era furba quanto me. Non sapeva che è sempre acerba anche quella che si ha nel paniere,
perché l'uva, per maturare, ha bisogno dell'aria del tino».
Figurarsi se quei signori
vignaiuoli non pensavano a portargli una buona bottiglia d'uva matura,
ed a gustarla con lui! Ne conoscevano troppo gli effetti sullo spirito giocondo
del Dottorino, per non provocarli.
Un giorno Giovanni si scontrò con
suo padre sulla strada di Ghemme, ed il Dottorino lo invitò a seguirlo nel
vigneto dei signor Pedrotti, dove raccoglievano l'uva bianca, e rimanevano
tutto il giorno. Per quella sera Rachele non andrebbe sul terrazzo. Giovanni
provò una deferenza per l'autore de' suoi giorni!... Non fece che voltar strada
e camminargli a fianco, finché, giunti al vigneto, si dispersero in due filari
diversi, perché il vecchio prendeva la più breve per arrivare al villino.
C'era tutta la società elegante di
Fontanetto a quella vendemmia. Giovanni udiva le chiacchierine delle signore
traverso il filare di viti.
«È dolce come il miele» diceva la
moglie del segretario col viso arcigno come se dicesse: «È veleno».
«Io ho sempre
desiderio dei grappoli a cui non arrivo colla mano» rispondeva la voce acerba
d'una giovinetta.
«Allora eccone uno che ti farebbe
voglia» osservò Rachele; e si accoccolò protendendo un braccio traverso il
fogliame fitto che radeva il suolo, ed appoggiandosi coll'altra al terreno arso
e cretoso. Ma il grappolo era indietro indietro, dall'altro lato del filare, e
non le riesciva di coglierlo. Invece sentì qualche cosa di caldo solleticarle
il palmo, e, quando ritirò la mano che qualcuno aveva trattenuta, s'avvide che
stringeva un garofano.
«Cos'è? Perché hai gridato?»
domandò la segretaria.
«Perché mi sono graffiata tra i
rami» rispose la Rachele che aveva riconosciuto le labbra amorose, ed il
garofano della finestra di Giovanni.
Poi, come se cercasse altri
grappoli attraenti, si fece innanzi affrettando gradatamente il passo finché si
curvò, scomparve sotto i tralci di vite, e si perdette nel vigneto.
Nessuno le tenne dietro. Ciascuno
era libero d'andare dove amava meglio.
S'era fatta innanzi senza una
risoluzione precisa. Sapeva che Giovanni era là, ed il cuore la spingeva ad
isolarsi.
Dopo un tratto, aveva veduto la
bella testa bruna traverso la vite, incorniciata di pampini come la testa di
Bacco. Egli la guardava fissamente cogli occhi ardenti e mesti. E quegli occhi
la attiravano irresistibilmente.
A capo chino, rossa in volto,
camminando a rilento, si fece innanzi fino a lui, come una magnetizzata. Allora
egli si chinò, sollevò i rami facendole un piccolo arco verdeggiante, ed ella
passò in silenzio.
I rami ricaddero, ed i due giovani
si trovarono l'uno in faccia all'altro, pallidi, commossi, palpitanti, in un
filare vendemmiato.
Giovanni le prese le mani e le disse:
«Parto doman l'altro. Per un anno non ci vedremo più».
Rachele chinò il capo e non
rispose.
La persona alta di Giovanni si
stringeva a quella di lei, ed il suo viso, curvo sulla testa bionda della
giovinetta, s'infiammava tutto del desiderio di stringerla fra le sue braccia.
Il suo alito caldo le faceva tremolare i riccioli sulle tempia, le solleticava
la nuca e l'orecchio. Rachele mise un sospirone come se avesse un gran peso sul
cuore. Egli pure sospirò; poi, come per consolarsi di quell'affanno che li
opprimeva tutti e due in mezzo a tanta ebbrezza d'amore, si pose il braccio
della Rachele sotto il suo, e la tirò innanzi appoggiata così come una sposa,
senza cessare di stringerle la mano. Egli susurrò: «Sarai sempre mia?»
«Sì» disse Rachele sospirando
ancora. Poi soggiunse: «Saremo uniti come fratello e sorella».
Era una fisima che aveva letta in
un romanzo. A Giovanni parve l'ultima espressione dell'ingenuità verginale; un
sogno di poesia celeste. Sentì di doverla adorare in ginocchio per quella parola,
e le promise di sì, che l'amerebbe a quel modo. In quel momento aveva la
convinzione di potersi innalzare a quella idealità.
E, dopo questo, non trovarono più
nulla da dire. Continuarono a camminare in silenzio, con una grande mestizia
sul volto ed un gran peso sul cuore, stringendosi le mani per confortarsi a
vicenda, muti e gravi, come chi ha compiuto un atto solenne.
In capo al filare si separarono.
S'erano tenuti stretti fin allora;
ma, al momento di darle un bacio, Giovanni ebbe soggezione dell'aria aperta,
dell'orizzonte vasto, e la attirò sotto un ciliegio, da cui pendevano
abbandonati i rami foltissimi di una vite vendemmiata.
Sotto quell'arco verde,
nascondendosi dall'aria, dal cielo, stese le braccia con uno sguardo
supplichevole. Voleva che Rachele vi si abbandonasse da sé. E vi si abbandonò;
e si strinsero un momento con una passione, che smentiva l'idealità dei loro
propositi.
Ma, per quel momento, non c'era a
temere. Tutti i Cherubini e Serafini, i Troni e le Dominazioni, e perfino le
undicimila vergini che fanno corona al Padre Eterno, avrebbero potuto
contemplare quell'abbraccio amoroso e desolato senza aver bisogno di velarsi la
faccia.
Quando il Dottorino e suo figlio
scesero dal vigneto, la Matta stava alla finestra, mondando amorosamente la
pianta del garofano. Ne aveva contati i fiori più volte; era sicura che ne
mancava uno. La mattina Giovanni era uscito con un garofano all'occhiello. La
Matta rideva e cantava forte, e tornava a mondare, ad inaffiare, a contare i
fiori della sua pianta.
Quando Giovanni rientrò, la serva
gli si fece incontro ridendo e guardandogli l'occhiello dell'abito. Ma ad un
tratto cessò di ridere e se ne andò in cucina. Il garofano non c'era più.
Più tardi il Dottorino era fermo
sulla porta di strada. Tutta la brigata, che aveva pranzato al vigneto dei
Pedrotti, scendeva la contrada, e, giunta alla porta del Dottorino, si fermò a
salutarlo. La Matta s'affacciò alla finestra, ma non rideva più come il
mattino. Guardava la signorina Pedrotti. La vedeva grande e bella, e ben
vestita, e pensava con soddisfazione: «Ora non giocherà più con Giovanni».
In quella Giovanni uscì sul
balcone della sua camera, e gridò: «Buona sera!»
«Buona sera! Buona sera!» risposero
tutti. Poi la voce limpida ed un po' tremante di Rachele disse ancora: «Buona
sera!». Ed intanto guardava Giovanni, ed odorava il garofano.
Il mattino seguente, quando
Giovanni aperse la finestra per cogliere un altro di quei fiori, non trovò più
neppure la zuppiera rotta.
La Matta non riescì mai a capire
le sue domande, né a rispondergli cosa fosse avvenuto della pianta di garofano.
Si stringeva nelle spalle, e diceva come al solito: «Io non so»
Del resto Giovanni non osava
neppure insistere colle interrogazioni, perché la Matta era tanto crucciata
quei giorni; non mangiava ed aveva sempre
gli occhi rossi e gonfi di nuove lacrime. Forse c'era qualcuno malato in casa
della sua balia.
Gli anni si succedevano. Giovanni
aveva davvero un ingegno eccezionale, studiava con ardore, parlava bene,
scriveva con arte, ed era anche poeta.
Colla sua istruzione e coll'età,
cresceva anche il suo amore e si faceva serio. A misura che il giovinetto
diventava uomo ed imparava a conoscere il mondo, rettificava i giudizi erronei
dell'inesperienza, e la sua passione diveniva meno romanzesca e più vera.
L'unione fraterna, che aveva
accettata un momento colla fantasia, lo faceva sorridere. Era tornato sempre nell'autunno a Fontanetto, ma, appunto perché
s'era fatto uomo, non aveva più ottenuto d'esser solo con Rachele. Ma ormai si
sentivano uniti come se si fossero fidanzati. I loro occhi, che si attiravano
come se li unisse una corrente elettrica, le loro mani che si stringevano
febbrilmente l'una all'altra, e si staccavano lente ed a stento, li legavano
come una promessa. Avevano una lunga storia d'amore calda, viva,
interessantissima da rammentare, e tutta così, senza parole.
Anche il signor Pedrotti era
espansivo con Giovanni, mostrava di volergli bene. L'ultimo anno poi, quando il
giovine tornò colla laurea, gli fece tali dimostrazioni d'affetto da
rassicurarlo completamente. Era evidente che nulla avrebbe amato meglio che di
chiamarlo suo figlio.
Intanto però era venuta
l'antivigilia della partenza di Giovanni per Milano, dove andava a cominciare
la sua carriera legale; era finito l'ultimo pranzo in casa Pedrotti; e le cose
stavano sempre allo stesso punto.
Quel giorno però il signor Pedrotti era stato affettuosissimo per Giovanni. Lo
aveva abbracciato chiamandolo ripetutamente: «Il nostro avvocato».
«Eccoti avviato ad una bella
carriera» gli aveva detto. «Non mancarmi, sai. Bada che ho promesso di fare di
te un grand'uomo. Ho avuto fede in te; ed ora che hai la laurea, tocca a te
darmi ragione».
Poi l'aveva abbracciato ancora ed
aveva detto: «Chissà che non ti vediamo deputato e non dobbiamo ricorrere a te
per il bene del nostro paese. Chissà! Se lo vuoi... Volere è potere».
Tutto questo era detto
bonariamente, ma in realtà, più per ricordare la parte ch'egli aveva avuto al
conseguimento di quella laurea, e per atteggiarsi a protettore, che per
ammirazione di Giovanni. Ma Giovanni raccoglieva quelle parole religiosamente.
«Ho avuto fede in te». «Volere è potere». Egli voleva ottenere Rachele; e
poiché il padre di lei aveva fede nel suo ingegno, perché non potrebbe? Anche
Rachele pensava forse così, perché osservava con occhio di compiacenza quelle
amorevolezze del babbo verso il suo innamorato.
Più tardi, quando Rachele gli
porse la chicchera del caffè, Giovanni le susurrò: «Bisogna ch'io le parli
prima di partire».
«Parli» disse lei, fermandosi come
per porgergli la zuccheriera.
Egli afferrò colla molletta un
pezzo di zucchero, e riprese: «No, dobbiamo esser soli».
Ella
non fece nessun atto di sdegno, e lo guardò soltanto esitante, come per dire
che non era possibile: «Il giardino è buio, non si può uscire».
«Ora no; ma domani, se verrà sul
terrazzo, io traverserò il Sissone al ponte dove l'acqua è bassa, e verrò
sotto...»
Egli non vedeva altro mezzo per
innalzarsi fino all'unica erede del signor Pedrotti, che allontanarsi dal suo
paese e da lei e lavorare lungamente e con coraggio in una grande città.
Ma temeva che, mentre egli
preparava laggiù il suo avvenire, un altro, un ricco possidente, venisse a
domandare Rachele a suo padre, e se la portasse via. Questo pensiero lo
tribolava, e diminuiva il suo coraggio. Aveva bisogno di levarselo dal cuore
come una spina. Per questo aveva risoluto di domandare prima a Rachele, poi al
signor Pedrotti una promessa solenne, da portarsi con sé come un talismano.
Il giorno dopo Rachele ebbe
l'emicrania, e preferì prendere l'aria tranquillamente sul terrazzo, mentre il
signor Pedrotti saliva co' suoi amici al vigneto, dove le viti erano sfrondate,
e non offrivano più riparo agli amanti, i vini avevano finito di bollire nei
tini, ed i possidenti sedevano a giocare una partita di bazzica nel salotto del
villino, colle vetrate chiuse.
Giovanni giunse sotto il terrazzo
per la via del fossato, e si fermò col capo in su, mezzo nascosto dai rovi che
crescevano sulla ripa. Rachele era appoggiata al parapetto del terrazzo, tutta
convulsa e pallida, come se avesse l'emicrania davvero. Era la stessa ora
silenziosa, la stessa aria umida e fredda d'autunno, la stessa penombra, lo
stesso isolamento di tre anni prima. Ma in quei tre anni le loro anime erano
maturate alla vita; erano scese dalle nuvole. Giovanni era avvocato ed aveva
ventidue anni. Non ebbe esitazioni; non rigirò le frasi. Era l'ambiente
dell'amore, l'ambiente della confidenza, l'ambiente del tu. Non poteva arrivare
neppure a prenderle le mani, ma alzò verso di lei il volto innamorato, e colla
sua bella voce le disse: «Senti, Rachele; ho bisogno che tu rinunci ad amarmi
come un fratello. Non siamo più due giovinetti ingenui: lo sai, lo comprendi
che quell'amore ideale non mi basta».
«Sì, lo so» sospirò la Rachele,
tutta rossa e vergognosa, ma sincera.
Egli la guardò lungamente in
silenzio, mettendo in quello sguardo tutto l'ardore delle carezze che avrebbe
voluto farle se avesse potuto giungere fino a lei; poi tornò a dire: «Mi
permetti di domandarti a tuo padre prima di partire?».
«Oh sì, sì!» susurrò la Rachele
amorosamente.
Egli continuò come se parlasse fra
sé, rapito in estasi da quel consenso, che era la più grande delle espressioni d'amore.
«Spero che non avrai a pentirti di
questa parola, cara. Vedrai; non sono delle illusioni giovanili che mi creo. Ho
la certezza di farmi un bel nome, di acquistarmi una situazione degna di te. Tu
non sai, nessuno sa, la forza e le inspirazioni buone che mi dà il tuo amore.
Se diverrò qualche cosa, lo dovrò a te, perché sei tu che mi sproni alle
ambizioni nobili, al lavoro, al bene. È per ottener te, che desidero prendere
un posto nel mondo, e guadagnare del denaro».
Queste
parole le diceva sommessamente, con tale accento di passione, che Rachele si
sentiva stemprare il cuore nell'udirle. Non rispondeva che collo sguardo fisso
ed appassionato. Egli riprese: «Credi che avrei studiato, che avrei un grado
accademico a quest'ora, se non fosse per te? Io ho nel cuore tutti i germi
delle passioni, e le tentazioni laggiù a Torino li riscaldavano potentemente
per svilupparli. Se non avessi avuto quel gran desiderio di te che mi riempie
l'anima, avrei presa la vita allegramente, avrei perduti i miei anni di studio,
avrei disgustato tuo padre e gli altri, e sarei tornato qui a custodire le
pecore, come diceva il mio babbo, o sarei rimasto uno degli spostati che vivono
di ripieghi in città fra la miseria ed il vizio. Sei tu che m'hai salvato e
m'hai spinto al bene. Ed ora devi sostenermi ancora, mettendoti là, al termine
delle mie fatiche, come il mio premio, la mia meta, la gioia ed il riposo della
mia vita».
Alzò tutte e due le mani, come per
implorare di stringere le sue malgrado la distanza. Ella si sporse, si curvò
sul parapetto; ma non si raggiunsero.
Allora Giovanni si sentì preso da
scoraggiamento al vedersi così diviso da lei, e le disse: «Oh Dio! E se il tuo
babbo mi dicesse di no?».
«Per carità; non pensarlo» rispose
Rachele. «Sarebbe terribile».
«Ma se mai, di', cosa faresti?».
«Morirei» susurrò la giovinetta.
«No, no. Questi sono romanzi»
disse Giovanni con impazienza. «E poi, io non voglio che tu muoia. Voglio che
tu viva e che tu sia mia ad ogni costo. Di', lo sarai?»
«Sì».
«Anche se tuo padre non vuole?»
«Questo è impossibile».
«Perché?».
«Perché... non so; non potrei
resistere a mio padre: l'ho sempre
obbedito, e lui m'ha sempre voluto
bene...». Poi, come scacciando un'immagine triste, soggiunse: «Ma via non
pensiamo al male. Ti dimostra tanta affezione: ha detto oggi che ha fede in te.
Perché vuoi che ti rifiuti?».
«È vero» ripetè Giovanni, «non
pensiamo al male». Poi, cercando di aggrapparsi alla riva, domandò: «Mi vuoi
bene?».
Ella portò alle labbra la punta
delle dita, e gli mandò un bacio senza sorridergli, seria e commossa come chi
assume un impegno grave.
Giovanni s'aggrappò con una mano
sola alla ripa, per sollevarsi fino ad un piedino di lei che sporgeva tra le
colonnette del terrazzo, lo strinse amorosamente coll'altra mano e lo baciò.
La vasta pianura era coperta di
nebbia e pareva il mare. Si distingueva appena, al di là del fossato nero, la
linea cretosa della strada comunale. Sull'orlo della strada passava e ripassava
un'ombra nella nebbia, e tratto tratto si fermava a guardar Rachele, ed a
guardare giù nel fossato.
«Addio» susurrò la Rachele.
«Bisogna andar via, ci guardano».
Ma Giovanni la rassicurò mentre
s'allontanava: «Non badarci; è la Matta».
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