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Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi
Il tramonto d’un ideale

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  • VI
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VI

 

Giovanni passò la notte a disporre ogni cosa per la sua partenza. Non andava più all'Università; non riceveva più la pensione dei suoi mecenati. Andava a Milano nello studio d'un avvocato famoso, dove doveva fare il suo tirocinio, per poi esordire nel foro.

Egli non dubitava di nulla. I suoi anni di studio erano stati una serie di trionfi. La stima dell'avvocato Berti, che lo prendeva con sé, gli appianava la via. E l'amore gli giubilava nel cuore.

Il Dottorino quella notte rientrò in casa assai tardi. Aveva bevuto qua e ed era allegro. Nel passare dinanzi all'uscio aperto della cucina, gli parve di vedere, sullo scalino del focolare spento, un corpo raggomitolato che si dondolava gemendo. «È il gatto» pensò il Dottorino a cui il vino aveva tolto il senso esatto delle proporzioni; e tirò via.

Ma non era il gatto; e fino al mattino quel corpo raggomitolato continuò a dondolarsi ed a gemere nell'oscurità.

 

Giovanni si vestì cantando un'aria d'amore. Le sue note di tenore non erano mai risonate così alte e belle. Scese le scale cantando, e, giù nella via, nel silenzio del mattino, s'udì perdersi in lontananza quella voce solitaria. Errò per le straduzze dei colli cantando ancora, declamando versi, cominciando dei castelli in aria, interrompendoli, riprendendoli daccapo, agitato, impaziente.

Finalmente alle dieci entrò al castello, e domandò di parlare al signor Pedrotti. Ma la sola vista del servitore che l'introdusse, diminuì d'un grado la sua sicurezza. Traversò la stanza da pranzo deserta: e le grandi credenze spolverate, le piramidi di piatti di porcellana, le buste d'argenteria chiuse, colla cifra sulla placca, lo rattristarono. Che distanza, mio Dio, dalla sua nudità a quella ricchezza! Poi passò pel salone buio, colle cortine abbassate, le imposte chiuse; e gli enormi seggioloni coperti dalle fodere grigie, coi sedili sovrabbondanti e protesi, gli parvero un'adunanza di proprietari panciuti, che stessero ad aspettare con sussiego la sua domanda per discuterne fra loro. Finalmente entrò nello studio, freddo, rigido nella sua nudità. C'erano poche sedie ed una scrivania; ma ai due lati della scrivania si rizzavano due alti casellari con una infinità di cassette, e sopra ogni cassetta era scritto, in grossi caratteri di stampa, il nome di una possessione.

Il signor Pedrotti stava scrivendo in un libro mastro; alzò un momento il capo e disse: «Ah! Dunque te ne vai? Aspetta un momento che finisca questa nota».

Tutto il coraggio di Giovanni era svanito. Si sentiva tremare il cuore al momento d'affrontare la grande questione. Leggeva macchinalmente i nomi delle terre: Il Gentilino, La Peveraccia, Sant'Antonio al Fosso... Erano piccole proprietà, ma erano proprietà; egli le conosceva tutte, e ne ignorava il valore. Le contò; erano quattordici. E gli parvero quattordici nemici chiamati per attestare della sua miseria.

Il signor Pedrotti chiuse il libro, e si alzò tornando a dire: «Dunque te ne vai, figliolo?». «Sì. Vado a cominciare la mia carriera...» rispose Giovanni.

«E fai le tue visite di congedodomandò il proprietario, tanto per parlare.

«Sì...»

«Sei stato dal conte Valli, e dal parroco?...»

«No, sono venuto prima da lei...»

«Bravo, ti ringrazio. Vuoi restare a colazione qui? Saluterai anche Rachele».

Giovanni si sentiva venir freddo, aveva le mani diacce e bagnate di sudore, ed il cuore gli balzava così forte che ne aveva il respiro corto e la voce tremante. Ma tuttavia quell'accoglienza buona lo incoraggiava, e, fermo nel suo proposito, disse: «No, grazie. Sono venuto per parlare a lei... d'una cosa importante... pel mio avvenire...».

«Di' pure; in quel che posso» rispose il signor Pedrotti con aria di protezione. Poi soggiunge, vedendolo intimorito: «Ma non aver paura, il tuo avvenire è sicuro; hai ingegno, sei appoggiato ad un avvocato valente... Lavora, abbi coraggio, e vedrai; sai che ho sempre avuto fede in te. Il mondo è dei giovani, mio caro».

«Sì; ma bisogna che i vecchi, cioè, quelli che non sono più giovani, ci aiutino un poco».

«E ti hanno aiutato mi pare» disse il Pedrotti un poco adombrato dalla parola vecchi, e dalla paura che Giovanni non apprezzasse abbastanza le sue larghezze passate e ne domandasse di nuove.

«Sì: e se sono qualche cosa, lo devo a loro» assentì Giovanni sempre più tremante. «Ma sa, tutti abbiamo delle aspirazioni; io vorrei diventare qualche cosa di più».

«È giusto. L'ambizione fa i grandi uomini e le grandi cose» sentenziò il Pedrotti, usando una frase che aveva letta nel suo giornale.

«Ebbene, mi fa piacere che dica così, perché ho una grande, grande ambizione» balbettò Giovanni, che ormai non poteva più frenare gli sbalzi della sua voce soffocata e commossa.

«Bravo! E, si può conoscerla quest'ambizionedomandò bonariamente il proprietario. «Vuoi diventare deputato?».

«No. Voglio... voglio... sposare sua figlia» susurrò Giovanni con un mormorio appena percettibile.

Il signor Pedrotti si rizzò sulla poltrona; lo guardò fisso cogli occhi sgranati, e stette un tratto senza trovare una parola da rispondere. Poi ripeté, come se non fosse certo d'aver capito: «Sposare mia figlia!».

Giovanni chinò il capo come un colpevole, e lanciò il suo miglior argomento cavato dal fondo del cuore: «Le voglio tanto bene!».

«Ti ringrazio dell'onore» disse con ironia il signor Pedrotti.

«E lei pure vuol bene a me» soggiunse Giovanni, in cui l'indignazione era pronta, e ravvivava il coraggio.

«Me ne congratulo tanto, ma sai cos'ha di dote mia figlia

«Io non gliel'ho domandato, e la sposerei soltanto quando avessi altrettanto anch'io».

«Ah bene: allora ne riparleremo». Ed il proprietario si rizzò indispettito come per chiudere la seduta. Ma Giovanni aveva ripreso ardire a quel rifiuto scortese, ed insistette: «Mi basta che lei prometta di non darla ad altri, e di concederla a me quando mi sarò fatto un nome ed una rendita».

«Oh! io non firmo cambiali a così lunga scadenza» disse il signor Pedrotti facendo una spallucciata ed avviandosi all'uscio.

«Non m'ha detto che ha fede in me?» domandò Giovanni con accento di rimprovero.

«Oh, mi pare che bastigridò il possidente con un impeto di rabbia e picchiando un piede in terra. «T'ho dato retta anche troppo. Cosa ti credi d'esser diventato, per quello straccio di laurea che abbiamo pagato noi? Mia figlia non è per te, né ora, né mai. Mettitelo bene in testa. Voglio che faccia un matrimonio degno di lei e di me».

«Ma posso diventarlo anch'io degno di lei» ribattè Giovanni fremente di sdegno.

«Nossignoreproruppe l'altro gettandogli quella parola in faccia come una ceffata. «Nossignore! Il figlio del Dottorino non sarà mai degno di mia figlia. Vattene, e che io non ti veda mai più vicino alla mia casa. Per Dio

E sbatacchiò l'uscio dietro il povero innamorato, con un rumore più eloquente delle sue stesse parole.

 

Giovanni traversò il paese quasi di corsa, col viso infiammato, e tutti i nervi vibranti di sdegno. Salì nella sua stanza; vi si rinchiuse con impeto, come se, alla sua volta, sbatacchiasse l'uscio in faccia a quel ricco che lo aveva disprezzato. Poi si mise a scrivere a Rachele: «Tuo padre è un villano, tuo padre non ha cuore» e tirò via a narrare febbrilmente tutto il dialogo avuto col castellano, intercalato da continui io dissi, egli rispose. Ma dopo i primi periodi, fermandosi per riordinare il discorso nella sua memoria, si trovò nel falso in quella parte di denigrare il padre presso la figlia. Gli parve di rimetterci della sua dignità, e preferì scrivere quanto gli stava più a cuore.

 

Ieri fummo troppo ottimisti. Non abbiamo voluto prevedere il male, ed il male è venuto, e ci trova impreparati. Tuo padre mi ha negata la promessa che imploravo, e mi ha chiusa la porta della tua casa.

Sono profondamente offeso: ma se tuttavia potessi sperare in te, non sarei scoraggiato. Mi sentirei capace di provargli che l'ingegno è assai più della ricchezza.

Ieri m'hai detto una parola terribile. M'hai detto che non potresti resistere a tuo padre. Dunque gli obbedirai? Mi respingerai da te, per sposare qualche ricco, proprietario di fondi più o meno irrigatorii?

Non ho il coraggio di pensarlo. Desidero, spero e domando che tu mi serbi la promessa d'esser mia, d'aspettarmi. È una domanda ardita, e sarebbe da parte tua una grave promessa. Pensaci. Amante e disperato come sono, non voglio tuttavia strappartela con un'illusione. Non verrà presto il giorno della felicità. Saranno degli anni che dovrai aspettarmi; io mi sento l'energia e la capacità di fare una bella carriera. Ma per presentarmi a tuo padre, dopo quanto m'ha detto, non basta che io abbia una bella rinomanza, e buoni guadagni. Debbo avere un capitale da mettere sull'altro piatto della bilancia, per far riscontro a quell’odiosa dote che ti darà; ed un capitale non si accumula facilmente.

Forse passerà lungo tempo, prima ch'io possa reclamare l'adempimento della tua dolce promessa. Ed intanto saremo divisi, nessuno ti parlerà di me. Tuo padre ti presenterà altri pretendenti cari al suo cuore, e tu dovrai respingerli, lottare; e s'egli indovinerà la causa de' tuoi rifiuti, saranno scene di discordia che ti avveleneranno la vita.

È molto, è troppo domandare tanto ad un povero cuore di donna; ed io stesso, che ti rivolgo quest'ultima preghiera in nome del mio amore, del nostro amore, non oso sperare che tu l'esaudisca.

Ma se mai, se nel tuo cuore c'è forza bastante per questo sacrificio, metti una parola, un sì, nel volume dei Promessi Sposi che ti prestai e che la Matta ridomanderà per avere un pretesto di presentarsi in casa tua, dove io sarei discacciato.

O Rachele! Se troverò quella parola scritta da te, ti benedirò dal fondo dell'anima; e mi darà tanta forza, tanto ardore, che mi sentirò padrone del mondo. Consacrerò tutte le ore, tutti i minuti della mia vita a lavorare per compensarti del tuo nobile sacrifizio, e quando sarò spossato, consacrerò ancora i miei riposi ad adorarti.

Ma è troppo sperare. Non voglio illudermi. Tu sei donna e sei giovine. Tuo padre ti ama, e ti sei avvezza ad obbedirlo in tutto. È il tuo dovere, povera cara. Il libro verrà senza la gioia che aspetto. Ed io penserò che mi ami, che soffri, che piangi, ma che ti rassegni, e mi abbandoni al mio destino.

Mi farai un gran male, cara; un gran male. Ma ti amo tanto, che ti perdonerò.

 

Quand'ebbe scritto, chiuse la lettera, e scese a cercare la Matta. La trovò in cucina accoccolata sullo scalino del focolare che si dondolava gemendo. La chiamò, e le disse, spiccando le parole perché potesse capirle: «Vai al castello. Di' che ti mando io a riprendere quel libro che ho prestato alla signorina».

La Matta stava tutta imbronciata ed a capo chino, come se non volesse obbedire.

«Hai capitodomandò Giovanni. Ella si contorse tutta e borbottò: «Io non so».

Ma Giovanni s'impazientì, ed insistette colla voce alterata: «Ho assolutamente bisogno che tu faccia quest'imbasciata. Ripeti come dico io». E tornò a dire: «Mi manda il signor Giovanni...».

La Matta lo guardava fisso; lo vide pallido, agitato, tremante; allora, con tutta l'attenzione di cui era capace, imparò la lezione. Quand'ebbe detto, Giovanni riprese dandole una lettera:

«Quando sarai entrata dalla signorina, e nessuno ti potrà vedere, le darai questa lettera; ma bada, che non veda nessuno».

La Matta prese la lettera esitando, ed uscì lentamente e di mala voglia.

«Sbrigati!» le gridò dietro Giovanni. «Per amor del cielo, sbrigati!».

Ella accelerò un momento il passo; ma, appena ebbe svoltato la cantonata, si fermò, cavò di tasca la lettera, la osservò da tutte le parti, guardò la soprascritta; ma non seppe leggere che gli o. La ripose sospirando, e tirò via lentamente verso il castello.

 

Giovanni intanto fremeva; contava i minuti. Finalmente, non reggendo più alla sua impazienza, uscì incontro alla serva. La vide che tornava rasentando il fossato del castello, a passo lento, a capo chino. Appena s'accorse di lui, voltò indietro come se volesse sfuggirlo. Ma egli la raggiunse, e le tolse di mano il libro.

«No, lo porto io» disse la Matta.

Giovanni non diede retta. Ella stese la mano per pigliare il volume. Tremava, era turbata e diceva: «Vuol portarlo lei? Tocca a me di portarlo».

Ma Giovanni la respinse e corse a casa, tenendo stretto il libro fra le mani.

Appena fu in camera aperse la copertina tremando, e non ci trovò nulla; scosse nervosamente il volume, e non ne uscì nulla. Allora, pallido, ansimante, colle mani convulse, passò tutti i fogli ad uno ad uno. Ma non trovò nulla.

«Ah, lo prevedevosospirò. «L'ha detto che non avrebbe mai potuto resistere a suo padre». Poi soggiunse: «Anche lei! Ebbene vedrà...».

Uscì, camminò frettoloso pel paese, entrò a congedarsi dai suoi protettori, coll'aria spavalda, parlando con agitazione febbrile del suo avvenire, della sua prossima fortuna. Aveva un'aria di sfida che quei signori trovavano strana. Gli rispondevano meravigliati: «Ma bene, bene, ragazzo. Se farai fortuna, meglio per te. Io te l'auguro».

E poi quand'era uscito pensavano crollando il capo: «Con chi l'ha? Sembra che abbia bevuto».

Giovanni tornò a casa col carrozzino che doveva condurlo a Borgomanero alla stazione della strada ferrata. Entrando nella sua camera per pigliare la valigia, sorprese la Matta che guardava ancora curiosamente il volume riportato dal castello.

«Lascia stare!» le disse con dispetto. E strappandoglielo dalle mani, gettò la preziosa seconda edizione dei Promessi Sposi sull'ultimo palchetto in alto della libreria. Poi salutò in fretta suo padre, salì nel biroccino e partì.

«Anche lei! Ebbene, vedrà!» aveva borbottato ancora Giovanni ripassando, nel calessino sgangherato, accanto al fossato del castello.

O la Rachele s'era lasciata convincere dalle ragioni grossolane di suo padre, o aveva ceduto, anche non convinta, alla sua autorità. Ad ogni modo non aveva saputo amarlo coll'energia ch'egli sperava; aveva diffidato di lui.

Questo gli metteva una grande amarezza nell'anima; ma non lo scoraggiava; lo spronava più che mai a lavorare, a conquistare un posto in società per poterle dire: «Vedi che hai avuto torto a dubitare di me!». Aveva creduto un momento d'aver bisogno d'una promessa di lei per sostenere il suo coraggio; ed ora invece la mancanza di quella promessa rinfocava il suo ardore, perché gli dava la paura di non giungere in tempo. Bisognava che s'affrettasse, che diventasse rinomato e ricco presto, subito, finché la Rachele era fanciulla, prima che un altro la sposasse.

Quest'idea gli accendeva la febbre nel sangue. Egli confondeva il lungo avvenire col fuggevole presente, gli pareva di dover correre sempre, affrettarsi sempre, non perdere un minuto, come se incominciasse una gara alla corsa con un competitore immaginario.

Il passo del ronzino malandato che lo trascinava trotterellando verso la stazione di Borgomanero lo faceva fremere d'impazienza. Quando fu nella carrozza di ferrovia trovò lenta la locomotiva come il ronzino, si dimenò sul sedile, alzò ed abbassò i vetri, cavò fuori l'orologio, poi l'orario, contò le stazioni, fece il controllo dei minuti, ed a Novara si lagnò con un impiegato, perché c'erano stati novantacinque secondi di ritardo. Quasi due minuti perduti pel suo avvenire.

 

 

 




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