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VII
I primi tempi del suo soggiorno a
Milano furono come un secchio d'acqua su quell'ardore. Il signor Pedrotti, nel
raccomandare quel povero figliolo all'avvocato Berti un mese prima, gli aveva
scritto: «Badi che non ha altro, fuorché quello che potrà guadagnare nel suo
studio; cerchi di procurargli un alloggio economico, e se è possibile, anche
una pensione adatta a' suoi mezzi, da povero figliolo com'è».
L'avvocato Berti gli aveva
assegnate cinquanta lire al mese, e gli aveva trovata una camera presso un
fabbricante di zoccoli e forme da scarpe, a due passi dal suo studio.
Non era veramente una camera;
anzi, due anni prima, faceva parte dei metri cubi di spazio che costituivano la
bottega. Poi il fornaio aveva preso moglie, ed allora aveva fatto dividere per
metà la bottega tagliandola orizzontalmente, e nel mezzanino superiore aveva
posto il letto coniugale. Più tardi la moglie, che era sparagnina, aveva
immaginato di rizzare un tramezzo nel mezzanino, e farne due. Così, da una sola
bottega, avevano finito per cavar fuori una bottega e due stanze. La prima
stanza, però, era una specie di atrio aperto, perché vi metteva capo, mediante
un largo buco praticato nell'assito, la scala a chiocciola che poneva in
comunicazione la bottega coi mezzanini.
Ma questo non aveva impedito di
collocarvi un letto contro la parete, una tavola greggia dall'altra parte, due
seggiole, e di affittare quella stanza mobiliata per dodici lire al
mese.
La
scarsità dei mobili però non lasciava il vuoto nella stanza. Le pareti ed il
soffitto erano riccamente ornati da mazzi enormi di zoccoli e forme, che,
riuniti pei talloni, si allargavano come i raggi d'una ruota, come le punte
d'una bomba. Intorno all'arco della bottega, che serviva di finestra al
mezzanino, lungo la scala, e tutt'intorno all'apertura che sbucava nella
stanza, pendevano disuguali ed appuntati quegli innumerevoli piedi. Bisognava salire
guardinghi, badar bene dove si arrivava col capo, e non portar mai il lume
acceso.
Era l'alloggio toccato a Giovanni;
egli non era schifiltoso.
«Poiché costa poco» aveva detto,
«e per questo prezzo non si può aver di meglio...».
E la moglie del fornaio,
incoraggiata da quella facilità di contentatura, s'era arrischiata a dirgli:
«Se poi volesse adattarsi anche a mangiare la minestra con noi...».
«Ma ti pare!» l'aveva interrotta
il marito.
«Eh! Lascia, lo dico nel suo
interesse, perché gli costerebbe poco; del resto se non gli conviene...»
Ed a Giovanni era convenuto, a
trenta centesimi al giorno, compreso un sorso di vino. Ma alla bella prima
aveva dovuto convincersi, che, pel suo stomaco di vent'anni, quella non poteva
essere che la colazione; ed ancora, lasciandogli un florido appetito pel pasto
seguente. Pel desinare aveva quindi dovuto pensare a trovarsi una pensione,
dove pagava trenta lire al mese.
Così furono collocate le cinquanta
lire del suo stipendio, più una. Quell'una e le spese di lume, lavatura,
stiratura, vestiti, scarpe e tutto il resto, bisognò che il giovine avvocato
s'industriasse a guadagnarsele. Dallo stesso avvocato Berti poté avere
l'incarico di copiare atti legali, di riordinare e di mettere in netto dei
vecchi minutari, e tratto tratto di tradurre qualche brano d'un trattato
inglese o tedesco.
A questo modo Giovanni riuscì a
sbarcare alla peggio il suo magro lunario. Ma il Berti lo occupava nello studio
tutte le ore del giorno, e non gli rimanevano, per quei lavori e guadagni supplementari,
che le prime ore del mattino, e la sera. Per poco che dormisse, nelle
ventiquattro ore della giornata non ce n'era una di troppo per lui.
Quel mezzanino non aveva camino né
stufa. L'assito mal connesso lasciava entrare l'aria fredda della bottega,
dov'era un continuo aprire l'uscio, e dove le mura stillavano umidità.
Il fornaio diceva che era meglio
così, perché non c'era pericolo che la sua mercanzia di legno secco prendesse
fuoco. Ma questa considerazione non impediva a Giovanni di sentirsi le membra
irrigidite e le mani paralizzate dal gelo nelle lunghe sere d'inverno, che
passava solitario a scrivere al lume d'una lucernetta a petrolio. Ed anche
questa era causa di continui rabbuffi da parte del fornaio. Appena la sua
grossa testa, ricciuta in giro e calva nel mezzo come quella d'un san Giuseppe,
spuntava dal suolo, alzandosi a misura che saliva la scala, si cominciavano a
sentire delle ispirazioni rumorose, come di chi cerca di riconoscere un odore;
poi una serie di «Uhm! Uhm!» gli contraeva le grosse labbra, e finalmente,
mentre il passo pesante dell'omaccione faceva tremare la stanza, lo s'udiva
borbottare: «Questo maledetto petrolio! Con tanto legno intorno! Ma! Ma!».
Giovanni tirava via a scrivere. Ma
le recriminazioni proseguivano dall'altra parte del tavolato fra i due coniugi,
che in causa di quel tenue tramezzo, non aveva segreti pel loro inquilino. Del
resto non erano cattiva gente; ed il giovine avvocato, che badava alla sua
meta, li lasciava dire.
Sovente nel dicembre, quando il
freddo era più intenso, l'udire quei due, che si voltolavano tepidamente nel
loro letto di foglie di grano turco, evocando quelle immagini ardenti di fuoco
e d'incendio, gli dava una tale smania, che avrebbe voluto erigere una pira di
forme, di zoccoli e di trucioli, e sgranchirsi deliziosamente alla vampa.
Ma poi pensava a Rachele, e
diceva: «Un giorno saprà quanto ho sofferto per lei». E ci metteva
dell'orgoglio a sfidare quei patimenti, ed a sentirsi eroico.
Nel
segreto della sua stanza trovava modo di gloriarsi così della sua povertà. Ma
fuori ne era sovente umiliato.
Fin dai primi tempi della sua
entrata nello studio, gli altri praticanti gli avevano detto ch'era l'uso fra
loro di festeggiare con un pranzo la venuta di un nuovo compagno, il quale poi,
dal canto suo, ricambiava con un pranzo la cortesia ricevuta. Giovanni aveva
lasciato cadere il discorso. Ma l'anziano dello studio, che conosceva le
circostanze d'un esordiente povero, aveva soggiunto per incoraggiarlo: «Non
sono banchetti da Lucullo, sa? Si desina a cinque lire a testa».
Ma erano quattro; e venti lire
erano ancora una somma esorbitante per Giovanni.
Per qualche tempo non se n'era
riparlato, ed egli pensava, tra contento e mortificato: «L'avranno capita».
L'avevano capita infatti, e dopo
tre settimane l'anziano disse a Giovanni a nome di tutti, e presenti tutti:
«Sa? Abbiamo combinato di pregarla di venire a desinare con noi alla Magnetta,
per festeggiare il suo ingresso nello studio. È il solito pranzo... se vuol
favorirci...».
Giovanni rimase male, e si fece
tutto rosso. Sentiva che avrebbe dovuto rispondere che ringraziava, e sperava
che il tal giorno, prossimo, avrebbero favorito tutti loro a pranzo con lui...
Ma pensava a' suoi pochi quattrini, al nessun credito, e l'impossibilità gli
strozzava le parole in gola. Allora l'anziano, che era uomo di buon cuore,
soggiunse: «Non importa che lei ce lo renda, sa! Senza complimenti...».
Era una ceffata, e Giovanni se ne
sentì tutto indolorito. Quella sera la sua povertà gli fu grave di molto;
avrebbe dato dei pugni contro il cielo. Entrando nella bottega i trucioli che
scricchiolavano sotto i suoi passi lo impazientirono; li cacciò di qua e di là
coi piedi, borbottando, e s'avviò su per la scala, senza badare ai pendagli di
zoccoli e forme che sporgevano da tutte le parti. Al primo mazzo di forme che
gli urtò un fianco, lo respinse con mal garbo.
«Badi!» gridò il fornaio dalla
bottega. Ma Giovanni aveva esaurita la sua misura di pazienza; crollò
dispettosamente le spalle e riprese a salire in furia, spingendo gli ingombri a
destra ed a manca. Nell'arrivare in cima, urtò col capo in un mazzo enorme di
zoccoli, che uscì dall'uncino, e cadde rotolando, percotendo, rimbalzando con
un fracasso di cocci e di ghiaia.
Il fornaio e la moglie balzarono
in piedi urlando tutti e due, e per tutta la sera, dalla bottega, coi rumori
della pialla e della sega, salirono al mezzanino le recriminazioni dei due
coniugi scandolezzati. Più tardi Giovanni, che, incapace di lavorare, s'era
cacciato in letto a ruminare la sua vergogna, li vide traversare la sua stanza
portando con aria funebre il mazzo di zoccoli caduto, come un ferito che la
loro pietà fosse costretta a ricoverare altrove, per metterlo al sicuro contro
gli attentati di quel nemico violento, a cui lanciavano occhiate sdegnose.
Dopo d'allora la vita del giovine
avvocato si fece anche più penosa. In casa nessuno gli rivolgeva più la parola.
Mangiava la colazione in silenzio, mentre la zoccolaia si agitava per la
bottega sfaccendando e scopando, ed il marito le diceva tratto tratto con
ironia: «Bada a non spingere i trucioli fra i piedi al signore. Aspetta a
scopare che non lo impolveri».
E la sera, quando Giovanni saliva
in camera, il grosso operaio lo precedeva lungo la scala colle braccia stese
per allontanare gli zoccoli e le forme, facendogli come un derisorio arco di
trionfo.
Allo studio poi, era sempre imbarazzato per quel pranzo che non aveva
ricambiato. Era un'ombra che si frapponeva tra lui e gli altri praticanti, ed
impediva la confidenza. C'era una serie di discorsi che evitava per non
richiamare quell'idea che lo faceva arrossire. Non parlava di locande, né di
pranzi, né d'inviti, e, se un altro domandava ad un compagno: «Vuoi che oggi
pranziamo insieme?», gli pareva un'allusione ironica e si sentiva rodere.
Un
giorno s'accorse che i praticanti avevano un pranzo in comune pel natalizio
d'uno di loro, e ne parlavano piano per non essere uditi da lui. Questa
delicatezza lo ferì come un insulto. Si propose di ricambiare ad ogni costo il
banchetto ricevuto. Soppresse il vino nel suo pranzo d'ogni giorno, vegliò più
tardi al lavoro, e, dopo due mesi, si trovò in caso di fare il grande invito,
con venticinque lire raggranellate e lesinate a soldo a soldo. Aveva calcolato
che non ci voleva di meno per la mancia al cameriere, il caffè, i sigari, e le
spese imprevedute. Erano venticinque goccie del suo sangue.
Ma quando uscì dalla locanda
seguito dai tre praticanti, colla testa un po' grave per un bicchiere di
cattivo vino di più, e la borsa leggera per quelle venticinque lire di meno,
gli parve d'avere ottenuta una riabilitazione, e pensò rivolgendo la mente a
Rachele: «Voglio poterle dire che, anche nei giorni più difficili, non mi sono
lasciato avvilire».
E l'approvazione di lei, che
sentiva d'aver meritata, lo compensò delle privazioni sofferte, assai più che
la vanità d'aver ricambiato l'invito.
C'erano delle epoche in cui la sua
povertà gli riesciva penosa di molto. Una era il carnevale, e specialmente la
fine, l'ultima settimana. Tutto il giorno, fra i suoi compagni di studio, era
un continuo ciarlare di serate godute e da godere; un discorrere
sconclusionato, a sbalzi, con delle allusioni che Giovanni capiva alla sua
maniera e che lo eccitavano: «Quale preferivi ieri sera? La bionda? Non sei di
cattivo gusto. Che carnagione! E che abbigliatura! Quella ne spende de'
quattrini! Brrr!».
Giovanni si metteva a scrivere in
fretta, faceva scricchiolare la penna per assordarsi; ma quelle parole
s'insinuavano tra le frasi legali che andava stendendo sulla carta, gli
empivano la fantasia di visioni, di desideri, di curiosità acute. Era
impaziente d'uscire di là per distrarsi da quelle idee; ma quando ne usciva era
peggio: le strade erano affollate di gente rumorosa, allegra, ben pasciuta;
pareva che la città fosse piena di denaro; i più umili operai ne spendevano e
si davano bel tempo. C'era un formicolio di piccoli industriali e commercianti
vagabondi, che andavano vendendo stampe, caricature, bosinate, fiori
di carta, coccarde, medaglie, e decorazioni burlesche del Carnevalone; a
Giovanni però non offrivano la loro mercanzia; lo guardavano con un ghigno
ironico, come se dicessero: «Costui è a secco».
I negozi di comestibili avevano
delle mostre tentatrici; le oche grasse, i polli grossi e bianchi protendevano
i loro ventri enormi accanto alle aragoste melanconiche, che movevano tratto
tratto una zampa colla languidezza della loro vita agonizzante. I salami
prendevano in quei giorni delle proporzioni esagerate, ed i formaggi preziosi,
i tartufi, i pesci rari, i vini squisiti ingombravano le vetrine, attestando il
grande assegnamento che i negozianti potevano fare sulla ghiottoneria e sulla
prodigalità della gente. Presso ogni osteria, presso ogni caffè in certe ore si
udiva un formidabile acciottolare di piatti, un acuto tintinnìo di bicchieri,
di posate, e dalle cucine sotterranee salivano delle vampate d'aria calda ed
odorosa, che evocava subitaneamente nella fantasia di Giovanni l'immagine d'una
bella stanza da pranzo riscaldata, d'una tavola ben imbandita ed inondata di
luce con tutte le imposte chiuse, dove si potesse isolarsi dal resto del mondo,
nella beatitudine d'un buon pranzo e d'una compagnia allegra e spensierata.
Quei giorni il suo desinare gli sembrava
stomachevole; lo mangiava dispettosamente, tribolato dai pensieri ghiotti, e la
sera non poteva lavorare; aveva l'animo amareggiato; non c'era più proporzione
fra quanto guadagnava col suo lavoro, e quanto avrebbe dovuto spendere per
appagare i suoi desideri; ed il lavoro gli pareva inutile.
Usciva,
si confondeva colla folla, si fermava alla porta dei teatri, dove la gente
faceva coda per entrare. Tutte quelle persone, centinaia, migliaia di persone,
avevano oltre al denaro necessario per vivere, anche quello superfluo per
divertirsi. Lui solo non ne aveva; e s'aggirava, vestito leggermente, colle
membra assiderate, al freddo, nella nebbia, pensando con avidità l'atmosfera
ardente e soffocata dei teatri.
Vedeva le maschere che correvano
trepidanti dalle carrozze da nolo all'ingresso della Scala, e sparivano. Erano
corpi di donne ravvolti in bianchi mantelli imbottiti, che li facevano apparire
enormi; e gambe rosee, cilestrine, scarlatte, terminate da stivaletti di seta,
portavano quella massa sproporzionata con certi passi precipitati, impazienti
quando la folla ritardava d'un minuto il loro ingresso al veglione, frementi di
precipitarsi in quel vortice di danze, di salti, di follie.
Vedeva le signore scendere dalle
carrozze padronali in gran toletta, coi lunghi strascichi di raso e di velluto
per andar a vedere decorosamente il veglione dal loro palchetto; passavano
altere lasciandosi dietro un profumo acuto. Gli uomini che le accompagnavano
avevano il soprabito chiuso fino al mento, e lungo che copriva tutta la
persona. Ma i guanti grigioperla che sporgevano dalle maniche ed il cappello a
molla, facevano indovinare l'abito nero, la cravatta bianca, il largo sparato,
il costume da serata. Giovanni se li figurava come se li vedesse in teatro già
usciti dalla loro crisalide, quei grandi farfalloni neri; se li figurava belli
e gaudenti, ed una malinconia profonda gl'inondava il cuore. Si stringeva
intorno il suo soprabito insufficiente contro il gelo, e tremando, battendo i
denti, s'affrettava verso un piccolo caffè, dove beveva un ponce per
riscaldarsi, si sgranchiva un momento in quell'atmosfera calda ma impregnata
d'odori d'alcool e di dolciumi, densa di fumo, opprimente, poi andava a letto
per non vedere i godimenti che gli erano negati. Ma nella bassa soffitta gli
giungevano ancora le grida stonate delle maschere, il rotare lento delle
carrozze, assordato dalla neve come da un tappeto, o stridente sul lastrico
diacciato. Il carnovale lo perseguitava anche nel letto; tutto raggricchiato
per riscaldarsi sotto le scarse coperte, col capo di sotto per fuggire i fili
d'aria pungenti che filtravano dai serramenti, pensava i piaceri della vita,
facendoli coll'ardore dell'immaginazione più belli del vero. Si figurava i
palazzi delle Mille ed una notte, splendori di luce non mai
visti, bellezze di donne ideali, nudità improbabili, sfarzo regale di stoffe e
di gemme, ed ebbrezze d'amore. Poi, quand'era prostrato dalle lotte interne,
dalle lunghe brame insoddisfatte, venivano i giorni pazzi, in cui, fin dal
mattino, i carri delle maschere percorrevano le contrade a suon di banda, e le
botteghe erano chiuse, e le insegne coperte da una tela bianca per proteggerle
dai coriandoli. Nessuno lavorava più. Nelle strade, sui balconi, tutti
gridavano. Si spandevano coriandoli da ogni parte, se ne vuotavano dei sacchi,
se ne sprecavano centinaia di quintali, allegramente, ridendo, come se non
costassero nulla; si gettavano fiori, arance, confetti, con una smania di
buttarli via, col gusto, la rabbia dello sperpero. Pareva che tutta la
popolazione, soprafatta da una ricchezza improvvisa ed esuberante,
s'affrettasse a cacciar fuori dalle case quella sovrabbondanza d'averi che le
ingombrava, e gioisse, tripudiasse nel levarsi d'attorno il peso di quelle
superiorità eccessive. Le bande suonavano inni di gioia, tutte le voci
s'alzavano in un immenso grido assordante; signori e facchini, uomini e donne,
tutti giubilavano, danzavano sulle piazze, ardevano roghi, si mascheravano,
gestivano pazzamente; tutti invasi da una follia gioconda. E Giovanni si
sentiva solo a non aver la sua parte in quella festa dell'abbondanza e
dell'allegria, solo ad aver freddo e fame; e ne provava una rabbia, un
rammarico così intenso, che in mezzo a quella grande pazzia di giubilo gli
pareva d'impazzir di dolore.
Un'altra epoca di tortura per lui
era l'estate, l'opprimente estate di Milano. Nato e cresciuto in campagna,
avvezzo all'aria pura, alle colline verdi, alle gite solitarie sotto l'ombra
dei grandi alberi, appena veniva la primavera sentiva la nostalgia della
campagna; ed a misura che l'estate progrediva, quel desiderio d'aria pura si
faceva acuto come uno spasimo. Tutti se ne andavano ai bagni, alle acque, in
montagna, in Brianza, sui laghi; nelle contrade di Milano Giovanni non
incontrava che gente laboriosa e stanca come lui; uomini d'affari, commercianti
che avevano la famiglia in villa e la raggiungevano la domenica, impiegati che
aspettavano il loro mese di congedo per fare una breve villeggiatura. Lui solo
non aveva nessuno da raggiungere nei giorni festivi, non aspettava nessun
congedo, doveva lavorar sempre,
lavorare ogni giorno per vivere ogni giorno. La sua soffitta diveniva
inabitabile; c'erano dei giorni in cui il caldo saliva a trentotto fin a
quaranta gradi; allora c'era un'afa pesante che toglieva il respiro: mentre
scriveva, il sudore dalla fronte, dalle tempia, gli sgocciolava sulla carta; le
carni gli bruciavano; aveva sempre
sete, ed ingollava con disgusto bicchieri e bicchieri d'acqua tepida,
indigesta, che lo metteva tutto in sudore, e lo prostrava.
La sera faceva delle lunghe
passeggiate in cerca d'aria; ma sulle strade maestre, arse tutto il giorno dal
sole, i piedi gli affondavano fino alla caviglia nella polvere, e ne
sollevavano un tal nuvolo intorno, che gli andava in gola, lo soffocava, e lo imbiancava
tutto. Lungo la strada di circonvallazione ed i bastioni, non faceva che
percorrere tutta la scala degli odori puzzolenti. Al puzzo stomachevole d'una
conceria, succedeva l'odore agrodolce, nauseabondo d'una tintoria che faceva il
solletico in gola; più innanzi una filanda appestava l'aria col fetore dei
bozzoli macerati, e gli orti spandevano intorno le esalazioni malsane del guano
e dei letami. Tutto quanto era suscettibile di guastarsi sotto quei calori
tropicali mandava un odore di putrefazione. Le botteghe dei salumai, i macelli,
le latterie, i depositi di formaggi, le latrine, gli orinatoi, i rigagnoli, il
naviglio, le spazzature delle case, tutto puzzava, tutto contribuiva a
corrompere l'aria con un lezzo di fracidume, di sucideria, che sollevava lo
stomaco.
I pochi signori che si trovavano
in città andavano in giro colla cravatta sciolta, col cappello in mano,
servendosene come di un ventaglio; alcuni smettevano persino il solino. Gli
operai erano scamiciati, colle maniche rimboccate e lo sparato aperto sul petto
peloso; i portinai uscivano la sera sulle porte in mutande, coi piedi nudi
nelle ciabatte. La domenica poi tutti uscivano dai dazi, andavano ad
ammucchiarsi nelle osterie suburbane sotto i piccoli pergolati piantati in un
cortile arido, che danno una languida illusione di campagna; mangiavano male,
bevevano peggio, mal serviti, accaldati, impolverati; poi s'affollavano,
s'ammonticchiavano negli omnibus per tornare in città, sbuffando, sudando l'uno
sull'altro, asfissiandosi a vicenda colle esalazioni acri delle traspirazioni,
delle digestioni difficili, delle ubbriachezze. Giovanni aveva provato una
volta sola quella scampagnata degli Ambrosiani, e ne aveva avuto la febbre.
Stanco, snervato, si trovava più infelice che mai in quell'ambiente al quale i
suoi polmoni da campagnuolo non potevano avvezzarsi. Aveva delle visioni
tormentose di grandi estensioni verdi, di acqua limpida, di alberi, di ombre,
di meriggi ardenti nell'alto silenzio e nell'aria pura dei monti. Sognava una
casetta bianca, colle gelosie verdi, in una vasta campagna solitaria; ci
pensava con un ardore da innamorato. E quando incontrava una carrozza con un
baule legato a cassetta che s'avviava verso la stazione, verso i campi, verso
le frescure verdi, verso l'aria fine, provava una smania ardente d'attaccarsi
dietro come un monello, poi rimaneva più triste, più scoraggiato, e malediva il
destino che lo inchiodava inerte e miserabile, in una città dove aveva creduto
di trovare la fortuna, la gloria e tutte le dolcezze della vita.
La prima volta che il Berti gli
affidò una causa, Giovanni si credé giunto alla meta desiderata. Era una causa
civile fra due piccoli proprietari per un muro limitrofo. Una lite di
puntigliuzzi puerili che non presentava nessun interesse. Ma egli ci si pose
dentro con tutta l'anima; studiò le origini dei due possidenti e delle
rispettive possessioni, risalendo alle memorie più remote. Fece uno spreco
enorme di zelo, scrisse dei fascicoli di appunti, studiò la questione con
un'acutezza di vedute, che sarebbe proprio il caso di chiamare degna di miglior
causa.
La sera, invece di sgobbare sui
soliti lavori di traduzione o di copiatura, riandava tutto quello studio fatto
e rifatto. Si preparava in mente il discorso che voleva pronunciare
all'udienza, lo allargava, lo particolareggiava. Poi voleva udirne il suono,
voleva provare i gesti. E si rizzava in piedi, serio senza troppa solennità,
salutava in giro l'assito del mezzanino, e cominciava ad arringare semplicemente e con calma gli zoccoli e le forme che
gli pendevano intorno. A grado a grado si animava, gli pareva di vedere,
tramezzo a quei piedi grotteschi di legno, comparire la faccia bianca di
Rachele che gli sorrideva per incoraggiarlo, e la parola gli veniva spontanea
ed elegante coll'illusione d'essere ascoltato da lei, e si riscaldava, ed
alzava la voce, finché lo zoccolaio spaurito sporgeva il capo ornato del
beretto da notte per vedere se prendeva fuoco la casa.
Quando si metteva a letto, stanco
ed esaltato, sentiva in sé l'anima d'un legale illustre e s'inebbriava colla
visione d'una vittoria che doveva stabilire la sua riputazione; pensava
all'impressione che quella splendida riescita doveva produrre a Fontanetto. Gli
pareva di vedere i mecenati inchinarsi a lui, il Pedrotti stendergli le braccia
in atto di scusa, e tutte le comari e comarette del paese uscire sulle botteghe
e sugli usci, e gridarsi l'una all'altra: «Eh! Il figlio del Dottorino?
L'avvocato Mazza? Che gloria! ed ora sposa la figlia del signor Pedrotti del
Castello!».
Allora il suo spirito si smarriva
nei sogni d'amore; saliva in un vagone solo con Rachele pel viaggio di nozze e
chiudeva la sportello.
Infatti, quando la causa fu
discussa, Giovanni parlò come avrebbe potuto fare un avvocato provetto. Un
collega, che per caso si trovava presente, andò a stringergli la mano, ed il
suo cliente lo pagò generosamente. Ma fuori dall'aula del tribunale, nessuno
s'interessò alle vicende di quel muro limitrofo, i giornali, naturalmente, non
ne fecero parola, e, tre giorni dopo, quel grande avvenimento della vita di
Giovanni era completamente passato, senza lasciare nessuna traccia, senza
produrre altri cambiamenti nell'esistenza del giovine praticante, fuorché un
po' più di quattrini nella borsa.
Alla prima egli non poteva
persuadersene. Quando rientrava nella bottega del fornaio, e dava la buona sera
a quell'uomo scamiciato, sentiva di fare una degnazione, e pensava: «Se sapesse
chi sono!». Il mattino, quando mangiava la minestra in un angolo della bottega
presso il camino, si ricordava un vecchio piatto di terraglia che una contadina
della Bicocca mostrava a tutti dicendo: «Vede? Qui dentro ha mangiato due ova
Carlo Alberto. Mangiava come noi, tal quale. E dopo ho saputo che era il Re.
Madonna santa!».
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