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VIII
Ma i giorni ed i mesi si
succedevano; passò più d'un anno; ed i formai non erano ancora nel caso di
meravigliarsi che Giovanni mangiasse come loro. Anzi la donna gli faceva
sentire, senza punta riverenza, che mangiava un po' più di loro.
Intanto, a misura che andava
innanzi estendeva il circolo delle sue relazioni; gli erano toccate altre cause
di poca importanza, ed era entrato in rapporti cordiali con due o tre clienti.
I suoi compagni di studio avevano assistito alle sue arringhe, si erano
mostrati entusiasti del suo ingegno e s'erano offerti di presentarlo al signor
Tale, al cavalier Talaltro, persone influenti...
Giovanni aveva accettate con
premura le loro offerte.
Ma quante noie, quanti sopracapi
gli costavano quelle visite! Doveva provvedersi di guanti, di cravatte; doveva
avere un cappello lucido, ed una camicia fine e ben insaldata; più volte
dovette rinnovare le scarpe, che, senza quel caso, avrebbero potuto durare un
altro mese. Per una visita ad un Commendatore fu ridotto a farsi prestare una
pezzuola dalla zoccolaia, perché le sue erano tutte rammendate. Ma era nuova,
un po' grossa; gli faceva una sporgenza nell'abito come se avesse avuto un
panino in tasca; e quando ebbe bisogno di servirsene, si distese in pieghe ed
angoli rigidi come di carta, e scricchiolò tal quale.
E, dopo tante seccature, i
risultati di quelle presentazioni ufficiose si riducevano quasi sempre a nulla. Il personaggio a cui un amico
zelante lo presentava enumerando le sue qualità, il grado accademico,
l'ingegno, la facondia, la sventura immeritata, ecc., ecc., rispondeva: «Ma
bravo, bravo! Mi fa tanto piacere...».
«Se mai potesse giovargli colla
sua influenza...» suggeriva l'amico.
A questo appello diretto, la
potenza più o meno autentica lasciava cadere dall'alto una promessa più o meno
vaga: «Ma senza dubbio! Ci conti. La terrò presente...».
E Giovanni non ne sentiva più
parlare, se non dall'amico che lo aveva presentato, per ricordargli che era in
dovere di fare una visita in quella casa dove lo avevano accolto tanto bene.
Nei casi eccezionalmente fortunati
lo consultavano circa una vecchia lite, gli affidavano una causa di poco
momento o un incarico ingrato. Egli ci si adoprava con zelo. Lo pagavano un po'
meno di quanto avrebbero dovuto, in causa dell'amico, della presentazione,
ecc., ecc., e tutto finiva lì.
Allora si sentiva oppresso dallo
scoraggiamento. Al poco che aveva occasione di poter fare metteva tanto studio,
tanto impegno, che non poteva a meno di tenerne gran conto. Sapeva d'aver fatto
tutto quello di cui era capace, e diceva: «Se con tanto lavoro non m'è riescito
di farmi una rinomanza, è finita: vuol dire che non ci riescirò mai».
Ed allora percorreva col pensiero
una lunga esistenza di sacrifici e di fatiche ignorate per mantenersi in una
mediocrità punto dorata; pensava a Rachele, che, non udendo più parlare di lui,
avrebbe finito per sposare un altro; e se la vedeva passare dinanzi in tutto lo
splendore d'una sposa ricca, mentre egli continuava a logorarsi la vita,
unicamente per mangiar pane.
In un giorno di sgomento pensò:
«Le donne sono onnipotenti. Se mi facessi aiutare da qualcuna?».
E si fece presentare alla signora
di un grande imprenditore di strade ferrate. Era una donna di spirito
indipendente, che aveva fatto a meno delle cerimonie ecclesiastiche e legali
nella sua unione col ricco banchiere, e nelle precedenti. Giovanni era giovine
e bello, e trovò grazia agli occhi della signora. Essa gli promise la clientela
del banchiere, uomo prodigiosamente litigioso, che non badava a spendere, pur
d'avere un buon avvocato, ed avrebbe certo data la preferenza ad uno
raccomandato da lei.
Ma era necessario che Giovanni
frequentasse la casa, che l'imprenditore s'avvezzasse a lui, imparasse a
conoscerlo, e poi... e poi... Mille promesse, di cui la bella donna mantenne
soltanto quelle che avevano fatto i suoi occhi neri, e che dipendevano
esclusivamente da lei. Ma in capo ad otto giorni Giovanni ne fu tanto
disgustato che pensò di non rimettere più i piedi nella sua casa.
Quella breve relazione non portò
la menoma alterazione nei sentimenti del giovine avvocato per Rachele. Anzi,
alla prima se la figurò piangente, desolata, e nella compunzione dell'anima
pentita, sentì di amarla anche più, per tutto quel dolore che le aveva dato.
Quand'era solo si metteva realmente in ginocchio dinanzi all'immagine che
evocava della giovinetta, e le domandava perdono, e si sfogava in proteste, in
giuramenti, in lacrime amare.
Dopo quel disinganno ebbe un lungo
periodo di abbattimento. Non si commoveva più quando gli affidavano una causa.
Le sue illusioni erano sfrondate, e sapeva che, con quelle piccole liti, non
c'era per lui da cavare un ragno dal buco.
Tuttavia glie ne capitavano
abbastanza di frequente, ed a poco a poco perdette l'abitudine delle scarpe
logore, degli abiti spelati, e lasciò il mezzanino del fornaio. Ma, insieme
alla miseria, era passata anche l'illusione della futura grandezza, ed era
venuta la prosaica e triste mediocrità.
Ho sbagliato carriera, pensava.
Coll'avvocatura non si arricchisce. E si sentiva avvilito, al pensiero che dopo
tre anni non era ancora in grado di presentarsi al castellano di Fontanetto,
senza farlo sorridere di compassione a' suoi famosi guadagni di trecento lire
al mese o giù di lì.
Gli venne la curiosa idea di
tornare alle grandi economie che aveva abbandonate, per metter da parte una
somma ed arrischiare poi delle operazioni alla Borsa. Sapeva di patrimoni
colossali che erano stati iniziati a quel modo, e diceva: «Chissà?».
S'era fatto ingegnoso, durante i
suoi anni difficili, nell'arte di vivere con meno denaro possibile. Ed
infervorato nel pensiero di fare quell'ultimo sforzo per arrivare a Rachele
prima che gli fosse tolta, non gli riescì grave d'abbandonare la sua nuova vita
relativamente agiata; lo fece con entusiasmo, godendo in sé delle privazioni
che s'imponeva, e per ogni scudo che aggiungeva a' suoi risparmi, giubilava
come un avaro.
Dopo un anno stava per avere mille
e cinquecento lire, quando ricevette una lettera da suo padre che gli scriveva:
«Sono pieno di debiti e di malanni; e, dacché non sono più in grado di dire le
barzellette per tenerli allegri, i signori non mi danno più da pranzo. Non ho
gran fede nella generosità umana e tanto meno nella voce del sangue. Ma spero
che, per non tollerare che tuo padre vada mendicando, il che ti farebbe torto,
penserai a provvedermi il necessario per questi ultimi anni. Non sono mai stato
un padre tenero, ma è certo che fino a dodici anni, o bene o male, t'ho dato da
vivere. Ed è ben difficile ch'io ti resti altrettanto tempo sulle spalle...».
Giovanni tremava tutto nel leggere
quella lettera. Gli pareva di sentirsi trascinare in un abisso. S'era creato un
lieve sostegno, ed ora gli mancava sotto i piedi, ed acquistava la certezza che
gli mancherebbe sempre. Omai quanto
guadagnava era appena sufficente per lui e pel padre. Privandosi della somma
raccolta, non poteva sperare di raggranellarla di nuovo. Tuttavia non gli venne
neppure un momento l'idea di sottrarsi a quel dovere.
Era
un pezzo che non piangeva; e pianse disperatamente su quella lettera. Suo padre
aveva mangiato e bevuto e s'era divertito, mentre lui si struggeva in quel
lavoro da formica, per arrivare alla fanciulla che amava. Ed ora quel padre
aveva il diritto di prendere il frutto de' suoi sudori e dei suoi sacrifici, e
di dirgli: «Rinuncia alle tue speranze spontaneamente, o ti ci faccio
rinunciare svergognandoti collo spettacolo della mia indigenza».
Il suo cuore si ribellava a
quell'ingiustizia, fremeva sotto la pressione di quel dovere gravoso, e, quando
chiuse il denaro in una lettera raccomandata, non provò la soddisfazione di chi
sente di far del bene, non si commosse della sorte miseranda del Dottorino, ma
sentì un gran vuoto nel cuore, un grande sgomento dell'avvenire, un rammarico
inenarrabile per la speranza che perdeva; e calcando con ira il quinto soggello
sulla cera disciolta, mormorò: «Maledizione!».
Era infatti una maledizione, una
iettatura, una fatalità che perseguitava lui come perseguita tanti altri e lo
condannava a vivere ignorato col suo ingegno, la sua scienza e tutte le sue
superiorità. Omai, stanco d'aver lottato quattro anni inutilmente, scoraggiato
da quell'ultimo colpo, s'abbandonava alla sua sorte, non isperava più. Pensava
a' suoi sogni di fortuna ed a Rachele come ad una gloriosa visione svanita.
Scacciava con vero spavento il pensiero che avrebbe potuto incontrarla al
braccio d'un altro, e desiderava non rivederla mai più. Sentiva che si sarebbe
vergognato dinanzi a lei. Aveva mancato alle sue promesse audaci, era stato
presuntuoso, e la cattiva riescita lo accusava d'essere stato un presuntuoso
ignorante. In fondo aveva più che mai la convinzione del contrario. Ma non è
dato a nessuno di salire sui tetti e gridare alle turbe: «Badate ch'io sono un
grand'uomo. Lasciatemi fare questo e quest'altro, e ve lo proverò».
Bisogna che le circostanze ci
aiutino; noi non possiamo che profittarne. Ma le circostanze non erano state
favorevoli al povero Giovanni.
Un giorno l'avvocato Berti lo
chiamò nel suo studio, e gli comunicò un processo pendente per omicidio. Un
acquavitaio aveva ucciso in rissa un servitore. Era un assassinio volgare, non
c'era da fare una brillante difesa, e l'avvocato illustre la affidava al
giovine sostituto.
Giovanni prese a studiare la causa
con quell'interessamento da artista che metteva sempre
nei suoi lavori. Ma non era possibile negare la responsabilità dell'accusato.
Oltrecché risultava chiara dalle prime inchieste e deposizioni, l'accusato
stesso la confessava.
Egli era inoltre un uomo
intrattabile. Quando Giovanni lo vide, ne fu impressionato penosamente. Stava
seduto nell'angolo più buio del carcere, coi gomiti sulle ginocchia e le
guancie duramente appoggiate sui pugni chiusi, che gli raggrinzavano gli
zigomi, e li rialzavano a nascondere gli occhi. Aveva sessant'anni, ma pareva
un vecchione; aveva la testa calva e la barba bianca. Il suo sguardo era duro;
il viso imbronciato come d'un uomo collerico.
La presenza del giovine avvocato
parve seccarlo più che altro. Non si mosse affatto al vederlo, e quando Giovanni
gli si presentò come suo difensore, si strinse nelle spalle, e rispose: «Ho
ucciso quell'uomo, non nego nulla. Non c'è bisogno del difensore».
Per quanto Giovanni lo
interrogasse, non volle dir altro. Quel cinismo cupo parve anormale al giovine
avvocato. Egli si rivolse al carceriere: «Cosa dice l'imputato del suo
processo?»
«Non dice nulla perché non parla
mai».
«Come impiega la giornata?»
«Sta
quasi sempre seduto a quel modo.
Qualche volta legge, o scrive colla matita sul muro».
Giovanni volle vedere il libro in cui leggeva. Era
una bibbia sporca e sdrucita, che si apriva da sé alla pagina dove parla d'un
ricco, il quale avendo cento pecore aveva rubata la pecora unica d'un povero.
Sul
muro trovò pure delle sentenze contro i ricchi, alcune prese da libri devoti o
da canzoni popolari; altre, meno felici, di sua invenzione. Sopra un'imposta
c'era scritto: «Nel cuore dei ricchi c'è un serpente».
Alla testa del pagliericcio si
leggeva: «Il diavolo mette i suoi demoni nella pelle bianca dei ricchi per
tentare i poveri». «Se ti chiami nobile ed hai del denaro, godi a questo mondo
la tua vita da ladro, perché in quell'altro sarai carbone da riscaldare i
poveri».
Poi c'erano i nomi famosi che la
rivoluzione francese ha resi popolari anche fra noi: Marat, Robespierre,
Danton; e sopra c'era scritto a grandi caratteri: «Evviva!». E sotto:
«Gloria eterna!»
Giovanni dopo quelle strane
letture domandò all'imputato: «Siete socialista?». Egli non capì e non rispose.
«Non vi piace come va il mondo» tornò
a dire l'avvocato, «e vorreste cambiarlo?»
Il
vecchio prese con violenza la brocca dell'acqua che aveva accanto, e la
capovolse furiosamente, senza curarsi dell'acqua che allagò il pavimento.
«Vorreste capovolgerlo?» insistè
Giovanni.
«Eh!»
sospirò il vecchio. Poi si strinse alto nelle spalle, e sospirò più forte:
«Omai, a cosa servirebbe?».
«Ma
c'è un ricco che v'ha fatto qualche torto?» interrogò l'avvocato.
L'imputato
si rizzò sdegnato, quasi minaccioso, e gridò: «A me nessuno ha fatto torto,
capisce? Sono povero, ma onorato. Ho ammazzato. Ebbene? Ma sul mio nome non c'è
nulla da dire».
Giovanni
non ci raccapezzava nulla, perché l'uomo ucciso dall'acquavitaio era un povero
servitore.
Questi era entrato per bere nella
bottega, ed il vecchio, al vederlo, senza precedenti di parole, gli si era
avventato contro, urlando: «Ah, ladro, svergognato, servo dei ricchi, te la do
io, ora, te la do!»
E, con un coltellaccio che aveva
afferrato sul banco, gli aveva squarciata la gola.
C'erano
cinque testimoni che s'erano trovati nella bottega, e narravano il fatto, che
l'imputato non pensava affatto a smentire.
Giovanni, preso alle strette, non
poté scoprire nulla a favore dell'assassino. Ma domandò una perizia medica.
L'idea fissa di quell'uomo era l'odio dei signori; poteva essere una mania, o
un vecchio rancore. Nel primo caso, i medici gli avrebbero fatto giustizia; nel
secondo l'avvocato avrebbe potuto arrivare ad indovinare il suo segreto, e
forse a salvarlo. Intanto la perizia, che il tribunale accordò, dava tempo ad
altre ricerche.
Giovanni
non tardò a mettersi in campagna. Quell'uccisione, improvvisa e violenta,
doveva essere premeditata; e, per essere premeditata, doveva avere una causa.
La sola causa che confessava l'imputato era l'odio pei ricchi; aveva ucciso
quell'uomo perché era il servitore d'un ricco. Ma bastarono poche informazioni
presso i frequentatori del negozio, per provare che di servitori di ricchi ce
ne bazzicavano parecchi, e che l'acquavitaio li trattava bruscamente, ma non ne
aveva mai offeso né provocato nessuno. Era dunque quel dato servitore che
odiava, e nella causa di quest'odio poteva stare la scusa, o, almeno, una forte
attenuante pel colpevole. Questi però diceva che non conosceva affatto la sua
vittima. Che non l'aveva mai veduta prima di quel giorno. Bisognava indagare il
suo passato per risalire alla causa vera che l'aveva spinto al delitto. Ma
quell'acquavitaio Galbusera aveva sloggiato tante volte in quegli ultimi anni
che i casigliani dell'ultimo casamento che aveva abitato lo conoscevano da
poco, e non sapevano dirne nulla. Giovanni risalì la catena di quegli sloggi,
da Porta Romana andò a S. Celso. Là il suo cliente era stato sei mesi, ma la
bottega l'aveva in fondo alla via Gozzadini, fin dal semestre
prima, quando stava a Porta Romana.
Finalmente, a forza di correre e
bussare a tante porte, in una catapecchia a Porta Ticinese, dove l'acquavitaio
aveva abitato molti anni prima, Giovanni seppe che in quel tempo il vecchio
aveva una figlia. Avevano sloggiato improvvisamente senza aspettare la scadenza
del San Michele; però non avevano lasciato debiti, e la pigione era stata
pagata.
Che cosa era avvenuto di quella
figlia del vedovo?
Giovanni
andò al carcere e ne domandò a lui.
«Mia figlia è morta» rispose
l'imputato. «E lei, la prego di non immischiarsi altro ne' fatti miei».
Il vecchio s'era fatto tutto
rosso, ed aveva parlato con tanta eccitazione che Giovanni si convinse d'aver
posto il dito sopra una piaga. L'uomo ucciso dal padre doveva essere il
seduttore della figlia.
Dalla perizia medica era risultato
che l'acquavitaio possedeva le piene facoltà intellettuali. In capo a pochi
giorni si dovevano riprendere i dibattimenti.
Intanto i giornali, nell'annunciare
che quel processo per assassinio era stato rimandato, perché il difensore
dell'Ambrogio Galbusera aveva domandata la perizia medica, avevano riferite le
ragioni addotte in appoggio a quella domanda, che erano le invettive furiose
del Galbusera contro i signori e le sue frasi stravaganti scritte sul muro
della prigione. E questo era bastato perché quel processo, che al principio non
aveva inspirato nessun interesse, suscitasse alquanta curiosità.
Questa
curiosità crebbe enormemente, quando ad un tratto si seppe che nel seguito del
processo si troverebbe implicato il principale rappresentante d'una grande
famiglia milanese, notissimo, oltre che pel nome storico che portava, pel suo
sfarzo, per le sue avventure galanti, pe' suoi scialosi capricci, che assai
spesso fornivano materia alla cronaca cittadina. Come accade, nacque gara tra
cronisti a dare le informazioni più particolareggiate sul clamoroso scandalo
che si preparava; ed il nome del giovine avvocato Giovanni Mazza fu su tutte le
bocche, insieme a quello del signore citato fra i testimoni a difesa. Si seppe
che la scoperta delle cause segrete del misfatto era dovuta allo zelo ed
all'acume finissimo dell'avvocato Mazza; e la fantasia popolare eccitata creò
una leggenda su questo giovine che aveva rifatta e compiuta da solo
l'istruttoria del processo, ed aveva vinta, a forza di coraggio e d'energia,
l'influenza che potenti personaggi avevano tentato di esercitare, per impedire
che la verità fosse chiarita.
Ecco, in sunto, la storia che i
giornali narrarono e che i dibattimenti confermarono.
Dodici anni prima del delitto, il
Galbusera aveva bottega a Porta Ticinese, era vedovo con una figlia di quindici
anni, che andava da una cucitrice ad imparare il mestiere. Il cocchiere Teodoro
Donadio aveva cominciato a frequentare con assiduità la bottega
dell'acquavitaio nelle ore della sera. Ben presto tutti s'erano accorti che
faceva la corte alla giovinetta. Allora il Galbusera lo aveva preso a parte, e
gli aveva detto che le donne della sua famiglia erano sempre
state oneste, e che questa era la sua gloria. Se aveva intenzione di sposare
sua figlia lo invitava a dichiararlo, ed a farsi conoscere; altrimenti egli non
gli avrebbe permesso di comprometterla colle sue galanterie. Il Donadio aveva
domandato tempo qualche giorno a rispondere, e poco dopo era tornato,
accompagnato da un sigaraio della contrada, il quale era incaricato di
domandare in nome suo la mano della Maddalena Galbusera. Il Donadio aveva
soggiunto che egli serviva in una buona casa, che guadagnava a sufficenza per
mantenere una famiglia e che certo il suo padrone non avrebbe avuto difficoltà
a permettergli di prender moglie. Il Galbusera aveva incaricato il sigaraio,
nel quale aveva fiducia, di presentarsi al marchese Trestelle, che era il
padrone di Donadio, a prendere informazioni del cocchiere, ed a sentire se
realmente non c'era pericolo che il matrimonio avesse a fargli perdere il
posto.
Il sigaraio non era stato ricevuto
dal marchese Trestelle, ma dal suo segretario, il quale aveva preso nota
dell'imbasciata, ed il giorno dopo aveva portato egli stesso la risposta del
padrone: questi diceva ogni bene del Donadio, ed approvava il matrimonio. Le
nozze erano state fissate pel San Michele, perché allora il Marchese sperava di
poter dare due stanze agli sposi nelle soffitte d'una sua casa. Mancavano
cinque mesi, ma non erano di troppo per cucire il modesto corredo. Del resto
Maddalena era tanto giovine, che il padre aveva piacere di aspettare che avesse
almeno compiti i sedici anni.
Quando tutto era stato combinato,
Donadio aveva cominciato ad andare ogni sera a prendere la sua sposa dalla
cucitrice. Sovente la incontrava anche il mattino, e la accompagnava. Al
negozio del futuro suocero si fermava più poco, ed aveva finito per non fermarvisi
affatto, perché tanto vedeva Maddalena fuori, e preferiva di non far scene
dinanzi agli avventori. Tornando dal magazzino la ragazza diceva: «Mi è venuto
a prendere. M'ha accompagnata fin qui...».
Una volta però, quando la
relazione durava da circa quattro mesi, Donadio era stato quindici giorni senza
farsi vedere; Maddalena era malinconica, ed il padre s'accorgeva che piangeva
molto. Ci doveva essere qualche guaio fra gli sposi. Egli aveva interrogata la
ragazza, che per un poco aveva negato la sua afflizione, ma presa alle strette,
aveva finito per confessar tutto.
Ed ecco la confessione di
Maddalena. Fin dai primi giorni, Donadio, nell'accompagnarla a casa, aveva
incontrato il suo padrone. Erano in via Arena. Non c'era nessuno, ed il
Marchese s'era degnato di domandare al cocchiere se quella era la sua sposa, e
di farle dei complimenti. Poi s'erano incontrati altre volte, ed in quelle
circostanze il servitore si tirava da parte, e lasciava che il signore
s'intrattenesse con lei. Il Marchese era più bello, più gentile, più raffinato
del cocchiere. E la giovine cucitrice si era lasciata dire delle belle parole.
Se n'erano veduti degli altri marchesi e conti sposare delle ragazzette; a
quindici anni si crede tutto possibile. Dacché quel signore lo prometteva...
Soltanto, in causa della sua alta condizione, egli non poteva farlo sapere fino
all'ultimo momento; bisognava lasciar credere che lo sposo fosse il
cocchiere... Intanto ogni mattina il padrone si trovava fuori di porta colla
carrozza. Donadio conduceva Maddalena fin là, ella saliva accanto al Marchese e
passava la giornata con lui.
Un mese circa prima del San
Michele, servo e padrone avevano cessato di farsi vedere. La ragazza era andata
al magazzino dove la maestra la trattava con diffidenza in causa della sua poca
assiduità, e le ragazze parlavano della sua relazione signorile, che avevano
scoperta. Vedendo passare i giorni e le settimane senza che il Marchese si
facesse più vivo, l'afflizione aveva sopraffatta la giovinetta, che s'era
confidata alla maestra cucitrice, e questa le aveva detto che da quindici
giorni il Marchese Trestelle aveva sposata la figlia di un ricco banchiere di
Genova, e che, dopo il viaggio di nozze, sarebbe andato a stabilirsi a Genova
presso la famiglia della sposa. Quanto al cocchiere Donadio, fosse o no col
padrone, era scomparso da Milano.
E Maddalena era incinta.
Dopo questa confessione della
figlia, il Galbusera aveva lasciata improvvisamente la casa di Porta Ticinese
senza aspettare la scadenza, per nascondere la sua vergogna. La maestra
cucitrice, alla quale Maddalena s'era confidata, l'aveva raccomandata ad una
levatrice di Monza, dove la fanciulla avrebbe potuto rimanere sconosciuta. Due
mesi dopo la giovinetta era morta di un parto immaturo.
Galbusera aveva passati dieci anni
a ruminare la sua collera, il suo dolore e la sua vergogna, schivando i vecchi
conoscenti, mutando quartiere ogni volta che sospettava d'essere riconosciuto,
tremando al pensiero d'incontrare Donadio o il suo padrone. Un giorno il
Donadio era entrato nella sua bottega; ed egli lo aveva ucciso.
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