|
VIII.
Il sole, che non riusciva a sprigionarsi dalle nubi,
vampava soffocante nel meriggio d'agosto.
Nella cucina bassa, una tenda di cannuccie, gialla,
macchiata dall'acqua e dalla polvere, era calata sull'unica finestra; e fuori,
nella pesante trasparenza frastagliata qua e là da alcuni strappi, gli
alberelli del giardino mostravano i loro fusti immobili, come alberi di zinco.
Teresina in piedi davanti ad una lunga asse collocata sulla
tavola, colle maniche rimboccate e un grembiale bianco posto ben alto sulla
vita, aveva formato un mucchio di farina, che arrotondava colle mani, girandovi
attorno, quasi accarezzandola.
Quando la farina le parve a punto, le fece in mezzo, coi
due pugni, una buca, vi versò un cucchiaio d'acqua, vi ruppe due uova, e vi
spruzzò un pizzico di sale; poi colmò la buca sollevando la farina dalla base,
accarezzando sempre quella montagna
fragile che andava consolidandosi sotto le sue mani.
Via via che la pasta acquistava in durezza, Teresina doveva
metterci di forza. Aveva incominciato lentamente, colle braccia molli, un po’
distratta; ma la resistenza la istigava. Rialzate meglio le maniche, puntò le
braccia con energia, accompagnando ogni pressione con un movimento di tutto il
corpo, tenendo la bocca stretta e la fronte aggrottata.
Ogni membro della fanciulla si gonfiava nella tensione; le
vene delle braccia e del collo apparivano brune alla superficie della pelle; il
petto si alzava e si abbassava, lottando col busto; i fianchi spuntavano, colle
loro curve giovanili, la succinta gonnella di rigatino bianco e azzurro. Una
robustezza fiorente e giuliva le correva in tutta la persona; il suo sangue si
scaldava piacevolmente; tutti i nervi, tutti i muscoli esultavano; ed ella li
attizzava, esagerando la pressione delle mani, abbandonandosi al benessere
fisico di quella specie di ginnastica.
Si fermò un momento per levarsi dalle braccia alcuni
pezzettini di pasta, tenendo alte le mani, osservando che in quella positura le
vene dei polsi scomparivano, morendo su su nella bianchezza soda delle carni.
Un raggio di sole piombando diritto, da un buco della
tenda, sui capelli della fanciulla, le metteva intorno al capo una cornice
luminosa che dava risalto ad alcune ciocchette pioventi sul collo, di dietro,
fin dentro all'avvallatura delle spalle; e a certi piccoli ricciolini che si
sbizzarrivano tra l'occhio e l’orecchio, coperti da un lieve pulviscolo di
farina.
E si rimise al lavoro, spalmando, levigando la pasta che
diventava lucida e prendeva un tono caldo nella prima gradazione del giallo;
poi, con una grossa cannella, che Teresina staccò da un chiodo, incominciò la
difficile operazione dello stirarla, adagino, con precauzione, per non
romperla; avendo cura che tutta la superficie riuscisse uguale in spessore.
Quando fu ridotta sottile e compatta quasi come un foglio
di carta, la ragazza, sollevando la cannella con un movimento esperto, sbatté la
pasta sul tavolo, facendola cantare, srotolandola, colla soddisfazione che
ispira un lavoro riuscito bene.
A questo punto, sulla soglia della cucina, comparve la
pretora.
— Sei sola?
Teresina amava quella donna loquace, che aveva pratica del
mondo, e che sembrava comprendere
così bene le aspirazioni di una fanciulla. Le andò incontro sorridendo.
— Sì, sono sola. La mamma è di sopra... ha l’emicrania.
L’Ida, combinazione, è uscita col babbo... Dio sa quanto lo fa ammattire!
— Oh! non troppo. Tuo padre ha per questa bambina una
predilezione; ne sopporta tutti i capricci... e non è dir poco, davvero. Ma
continua, sai? Non far complimenti.
— No, veda, ho terminato; ora la lascio asciugare prima di
tagliarla.
Fece atto d'avviarsi in sala, ma la pretora sedette lesta
sopra uno sgabelletto di paglia, dicendo:
— Restiamo qui.
Tacquero un momento, intanto che Teresina si lavava le mani
e le braccia in una catinella di rame; e poi venne anche lei a sedersi accanto
alla pretora, tirando giù le maniche lentamente, facendosi vento col grembiale.
— Che caldo, nevvero?
Teresina accennò di sì, col capo.
Non tremava una foglia, non dondolava un nastro né una
festuca; dalle fessure della tenda non entrava un filo d'aria. L’afa d'agosto
gravitava, come piombo fuso, con una caldura opprimente che toglieva il
respiro. Nella cucina ronzavano, instancabili, quasi feroci, alcune mosche, e
le due donne le cacciavano con un movimento automatico della mano, prese
entrambe da una specie di torpore, in quell'atmosfera chiusa, dove evaporava
l’odore umido e molle della pasta.
Bruscamente Teresa chiese, strizzando l'occhio:
— È poi vero?...
L’altra comprese a volo.
— E che vero! È andato stamattina a fare la domanda
formale; l'ho saputo dal cancelliere che è amico intimo di Luzzi.
Una lieve ombra attraversò gli occhi di Teresina.
— Che cosa vuol dire i denari, eh? perché nessuno mi farà
credere che Luzzi la sposi per la sua bella faccia! quando mai, senza andare a
cercar lontano, una faccia un po’ piú simpatica...
Teresina interruppe in fretta, divorando le parole:
— Si diceva che l'avrebbe sposata il prefetto.
— Siii... il prefetto; quello è un furbo! Finché vi sono le
lenzuola degli altri non vuol sciupare le sue.
E senza fermarsi sull'arditezza sguaiata di una frase
simile, detta ad una ragazza, la pretora tornò alla sua idea:
— Dimmi il vero, qui tra noi... non hai mai pensato che
Luzzi potesse venire per te in via San Francesco?
Molto turbata, Teresina si dié a spianare le arricciature
del suo grembiale, mormorando:
— Egli non me lo ha mai fatto capire, certamente; né io
avrei osato immaginarlo. Chi vuol mai che pensi a me?
— To’, perché non si potrebbe pensare a te? Non sei una
ragazza come le altre? — e a parte i complimenti, le Portalupi te le mangi
tutte in un boccone.
— Ma sono povera.
— Ah!... questo...
La pretora si morse le labbra, mentre batteva nervosamente
il piede sull'ammattonato, collo sguardo a mezz'aria, come se cercasse qualche
cosa nel suo cervello.
E Teresina intanto pensava che dacché avevano mandato
Carlino a Parma, per via del liceo, e tutti i mesi bisognava pagare la
pensione, si parlava molto molto d'economia in casa sua — e non avevano piú la
donna di servizio — ed erano tre mesi ch'ella aspettava un paio di stivaletti
nuovi.
D'improvviso la pretora domandò:
— Quanti anni hai?
— Diciannove.
— Sei giovane. Però senti, conosci il professor Luminelli,
quello che fa la quarta e la quinta? che è d’Ostiano? che porta gli
occhiali?... No?... che va attorno cosí, dimenando le braccia?
— Aah!
— Ti ricordi adesso?
— Che ha una bambina della stessa età dell'Ida?
— Giusto. Ha una bambina, ma non ha moglie; e la cerca.
Si fermò, guardando Teresina tra occhio e occhio.
Soggiunse, trascinando le parole, sempre
guardandola:
— Cerca una brava ragazza, sana, senza pretese, senza lusso…
Si fermò ancora, aspettando che la sua giovane amica dicesse
qualche cosa; ma vedendola muta, col respiro un po’ affannoso e una voglia di
lagrime in fondo agli occhi:
— Tu non lo prenderesti?
Tagliò corto così per far piú presto.
— Rispondi.
— Ma se non lo conosco...
— Non è una ragione.
— È tanto piú vecchio di me.
— È vero, ma...
— È vedovo.
— Peuh!, per questo, mia cara, gli uomini sono sempre piú o meno vedovi.
Teresina voleva replicare: Ha una bambina: ma temette di
dire una brutta cosa, una cosa che la facesse sembrare
priva di cuore; mentre non era ciò.
— Infine non ti piace?
— Proprio no.
— Fa’ come vuoi. È un buon partito però. Un uomo posato,
senza vizi, che lavora, che ha già la casa piantata; io l’ho vista. Fior di
mobili di noce, e il letto con baldacchino.
— E poi — saltò su Teresina — questo signore non l’ha mica
la voglia di sposarmi!
— Glie la si fa venire. Passa sempre
la sera con mio marito, al caffè, ed è stato parecchie volte anche in casa
nostra... è facile mettersi d'accordo. Purché tuo padre si decida a fissarti un
piccolo assegno...
Teresina ascoltava, istupidita, con una voglia di piangere
che le faceva groppo alla gola e un’ira contro se stessa, inesplicabile.
— Capisco, — disse la pretora, calma, con un fondo di
indulgenza canzonatrice — tu aspetti il principe Camaralzaman, quello
delle Mille ed una notti, lo sogni, e ti figuri che i mariti si taglino
su quel modello là.
— Non è...
— Lascia dire. Siete tutte così, benedette ragazze, e non volete
mai approfittare dell'esperienza di quelle che ne sanno piú di voi. Si ha un
bel dirvi: non cercate la bellezza del marito, non cercate l'aria sentimentale,
non cercate l'eleganza, non cercate la poesia... sono corbellerie, razzi,
fuochi fatui. Ma che! Finché non ci date dentro il naso...
— Però la mamma — interruppe Teresina, colla vivacità di chi
crede aver trovato una buona ragione — sposò il babbo perché ne era innamorata.
La bocca, discretamente maliziosetta, della pretora si
inarcò ad un sorriso tale di compassione ironica, che non sarebbero occorse
altre spiegazioni. Tuttavia volle aggiungere:
— Domanda a tua madre se è stata contenta. Ha mangiate
piú... Basta, mi faresti dire uno sproposito.
— E lei? — arrischiò timidamente Teresina.
— Io? Oh! le ho avute anch’io le mie disillusioni; ma quando
vidi che gli anni passavano, sposai il pretore, che era allora cancelliere, che
di illusioni me ne poteva dar ben poche… e che per compenso, mi diede un figlio
tutti gli anni.
Il linguaggio un po’ brutale della pretora faceva, tratto
tratto, trasalire la fanciulla. Ella rifletteva ora a tutti quei figli nati
senza amore, mentre nel suo cervello stava fissa l’idea che i figli sono un
pegno d'amore.
— Ebbene, grullina, che pensi? Vuoi il compendio della saviezza
in poche parole? Un Luminelli che sposa è sempre
superiore ad un Luzzi che non sposa... o sposa un’altra.
Teresina arrossì per quella nuova allusione al segretario
di Prefettura. Ella non si era accorta di aver pensato qualche volta
all'elegante zerbinotto e di averlo seguito con lunghe, lunghe occhiate quando
passava sul marciapiede, a testa alta, attillato nel soprabito chiaro. Però era
strano che, dopo la notizia del suo matrimonio colla seconda delle Portalupi,
questa signorina le sembrasse il
doppio piú antipatica di prima.
— Dunque — continuò la pretora vedendo che la ragazza si
ostinava a tacere — niente Luminelli. Peccato, avrei combinato questo affare
volentieri; senza dire che egli è uomo influente in materia di studi, ha molte
relazioni e potrebbe giovare anche a tuo fratello...
A Teresina vennero i lucciconi; per fermo non si teneva
piú. Scoppiò a piangere, con una desolazione, un abbandono che intenerirono la
pretora; la quale, abbracciatala maternamente, si diede a consolarla:
— Via, via, non ne parliamo altro; sei tanto giovane...
capiterà di meglio... speriamolo. Oh! Dio, vedete qui questa bella ragazza che
piange, priva d'amore, e tanti uomini invece...
Strinse il pugno minacciando nell'aria una legione
invisibile di uomini, e li chiamò egoisti, brutali, avidi, calcolatori.
— Guarda, se tu sapessi... se potessi solamente dirti
come non valgono niente... Infine verrà un giorno che capirai ogni cosa e
allora dirai: La Giovannina aveva ragione.
Si alzò dandosi una palmatina sui rigonfi del vestito, un
po’ nervosa.
— Se ne va?
— Sì. È l’ora che tornano a casa i monelli dalla scuola. Se
non mi trovano presente, succede un diavolìo; io, lo sai, ho un sistema spiccio
per farli star cheti... Ci vorrebbe per l’Ida, che, sia detto intanto che babbo
e mamma non sentono, è un vero folletto in carne ed ossa. Ieri ha picchiato la
mia Estella come fosse un tamburo, ma se la trovo io... E cosí piccina! Quando
poi sarà grande...
— Non so proprio cos'abbia quella bambina nella pelle, —
disse Teresa — la mamma se ne dispera, creda... ma, povera mamma, non ha piú
salute; tocca a me a ridurla meglio che posso... e non ci arrivo; babbo la
protegge sempre.
— Sì, sì, hai la tua bella croce. E le gemelle, eh? quelle mutrione...
pelano la gallina senza farla gridare, tutt’e due d'accordo, che quel che dice
l’una dice l’altra; sono due corpi in un’anima sola.
S’erano avviate nell’andito; si fermarono ancora un momento
prima di aprire la porta.
— Fai la mamma innanzi tempo, tu... Cara Teresina, vero
come c’è Dio, se non ti voglio un bene di sorella! Magari la mia Giulia e la
Bice e l'Estella e la Norina ti assomigliassero; sarei una madre fortunata.
Si intenerirono entrambe, tenendosi per la mano,
ciondolando, senza riuscire a staccarsi.
La pretora, che aveva la faccia voltata verso il giardino,
esclamò:
— Che bella cedrina! Io non sono mai arrivata ad averla
così viva e folta; le bestie me la mangiano sempre;
quelle bestie che nascono dalla pianta stessa, che ne hanno il preciso colore e
portano sulla schiena certe righe azzurrine che sembrano
ricami di ciniglia... un orrore ti dico!
— Ne vuole una piantina?
— Volentieri.
— Attacca subito.
Tornarono indietro fino ai vasi di cedrina, fermandosi a
guardarla, stropicciandone le lunghe foglie asprette e odorose.
La fanciulla andò a prendere una forbice.
— Penso che le bestie me la mangeranno ancora! — esclamò la
pretora languidamente.
— Oh perché? Verrò io a tenergliela pulita.
Si guardarono, sorrisero. Una placida simpatia di donna le
spingeva l’una verso l'altra. Intanto che Teresa, china sull’arbusto, ne
tagliava i ramicelli, la pretora le accomodava le treccie piú alte sulla nuca.
— Così, stai meglio.
— Non ho mai tempo di pettinarmi a modo.
— Povera ragazza!
Alla cedrina vennero aggiunti due bei gerani rossi infocati
e un garofano dello stesso colore.
— Sai che cosa indica nel linguaggio dei fiori il garofano
rosso? — chiese la pretora, riunendo con delicatezza i gambi, colla testa un
po’ inclinata da una parte, l'occhio socchiuso: — Amor vivo e puro.
Grazioso nevvero? se esistesse.
Teresina non afferrò subito l’ironia; ma la capì a poco a
poco, rifacendo l’andito verso la porta, e un sentimento di malinconia la
invase.
— A rivederci.
— A questa sera.
La porta era chiusa. Sul punto di varcarla, la pretora si
fermò:
— Notizie di Carlino?
— Buone. Deve arrivare a giorni.
— Addio dunque; non me ne vado piú. Saluta la mamma.
— Senta.
Era Teresina, questa volta che la richiamava. Voleva
chiederle quando si farebbe il matrimonio della Portalupi; ma, colpita da una
vergogna improvvisa, balbettò e si confuse.
La pretora, quasi le avesse letto nel pensiero, disse:
— Presto i confetti, dall'altra parte della strada; e, chi
sa, forse presto anche da questa parte...
Teresina crollò il capo, ridendo, per mostrarsi forte.
— Oh! se lei dice che gli uomini non valgono nulla, che
sono egoisti, brutali, avidi, calcolatori...
Già fuori, con un piede sul selciato della via, l'amica si
volse tutta d’un pezzo:
— E sono pronta a ripeterlo. Ma, che vuoi, è un
po’ come le cipolle; vi è cosa piú volgare, che ammorba dove tocca, che fa
piangere solamente a maneggiarla, doppia da non riuscire mai a contarle le
pelli, comune che si trova dappertutto, disgustosa al punto che nessun animale
la mangia? Eppure si pretende che senza cipolla è impossibile fare un
manicaretto gustoso. Addio.
Scappò decisamente.
|