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XV.
Il signor Caccia era nel suo studiolo, duro e impettito,
quantunque fosse solo, per la grande abitudine che aveva di posare.
Seduto sulla sua poltrona in forma di biga romana, cogli
occhiali sul naso e una lettera in mano, grugniva sordamente. Un colpo di tosse
secca, come se gli andasse un boccone di traverso, interrompeva tratto tratto
la lettura che fu lunga e laboriosa.
Quand’ebbe finito, restò immobile, cogli occhiali rizzati
sulla fronte, lo sguardo torbido.
La mezza luce di un giorno nebbioso rischiarava appena lo
stanzino rendendo piú tristi le quattro pareti a spugnature e l’affliggente
scansia d’ufficio tutta piena di carte bollate. La libreria, alla quale Carlino
aveva finito di rompere i pochi vetri intatti, non mostrava piú i diciotto
volumetti del Botta, color cece, né la sontuosa legatura in pelle rossa dei classici,
ché far rimettere i vetri costava troppo, e Teresina, dietro suggerimento di
sua madre, vi aveva inchiodato un traliccio verde.
Quel colore oftalmico dava alla libreria un aspetto
misterioso, come se racchiudesse dei veleni.
Il signor Caccia restava sempre
immobile, profondamente meditabondo: non udendo nemmeno il rumore che faceva
l’Ida, trascinando un carretto sotto il portico, né la voce spezzata della
signora Soave che le raccomandava la tranquillità; e nemmeno due colpi
abbastanza risoluti picchiati sul battente della porta.
Quando si aperse l’uscio sollevò gli occhi e fu meravigliato
di veder entrare Orlandi.
Con Orlandi si diffuse per lo studiolo un tale sprazzo di
gioventù e di allegria che l'esattore aggrottò le sopracciglia, e si fece ancor
piú cupo; alla qual cosa il giovine non diede importanza, ma, tendendo
cordialmente le mani, salutò l'esattore con molta disinvoltura.
— A che posso attribuire?... — disse subito il signor
Caccia, sollevandosi per metà dalla poltrona con quel tanto di cortesia
indispensabile, ma volendo mostrare che la visita era inopportuna.
— Le porto anzitutto i saluti di suo figlio.
— Mio figlio!... Avrebbe ben meglio a fare che mandarmi dei
saluti. Tuttavia s’accomodi. Spero non avrà altri incarichi da parte di mio figlio?...
Invece di sedersi il giovane fece atto di partire.
— Scusi, vedo che la incomodo. Se vorrà ricevermi un altro
momento, la prego di farmi conoscere l’ora in cui posso trovarla libera.
Il signor Caccia balbettò una scusa; capì di essersi spinto
troppo oltre, e volle dare una giustificazione al suo malumore:
— No, prego, s'accomodi. Deve compatire se risposi un po’
irritato all’udire il nome di mio figlio. Quando si dedica tutta la vita ad una
idea, quando del dovere di padre di famiglia si è fatta una religione, quando e
spese e sacrifici, tutto si affronta per il bene dei propri figli, è assai duro
il vedersi così male corrisposti, come lo dimostra un giovane che non ha né
puntiglio, né delicatezza, né cuore.
Orlandi ascoltò questa sfuriata nel piú rispettoso silenzio,
e solo quando l'ultima sillaba di cuore morì nell'eco delle quattro
pareti, si credette in obbligo di rispondere:
— Dubito che un istante di collera, certamente giustissima,
ma forse un po’ eccessiva, le faccia giudicare a torto...
— Giudicare a torto? — interruppe il signor Caccia. Osservi
questa lettera, e lei, che è amico di mio figlio, mi sappia dire, se lo sa,
dove, come e quando si possa fare un debito di cento lire. E noti che non gli
manca nulla! Alloggio, vitto, vestiario, tutto pagato.
Quel debito di cento lire non poteva far molta impressione
su Orlandi; anzi, se fosse stato il caso di esprimere netta e chiara la propria
opinione, non avrebbe esitato a dichiararlo una vera miseria. Tuttavia, per non
irritare maggiormente l’esattore, egli mostrò di comprendere la sua
indignazione, soggiungendo però molte cose a discolpa di Carlino; l'età,
l'occasione, l'esempio, i compagni.
— Appunto i compagni!
Il signor Caccia, accentuando la frase, fulminò il giovane
con un’occhiata olimpica.
— È molto tempo che non faccio vita con Carlino.
Orlandi disse queste parole semplicemente,
senza avere l’aria di discolparsi: tanto che il signor Caccia tornò ad aver
vergogna de’ suoi trasporti, e si rinchiuse in una taciturnità piena di
sussiego, piú che mai impettito.
— Il motivo che qui mi conduce — continuò Orlandi con voce
chiara, ben timbrata — è di natura così opposta alle preoccupazioni in cui la
vedo assorto, che temo...
Si fermò, non perché non sapesse che dire, ma perché voleva
che l'altro lo incoraggiasse.
— Parli pure liberamente; sono avvezzo a far tacere i miei
sentimenti particolari. Quando si occupa un posto di pubblica fiducia... Dica,
insomma, dica.
Pronunciò queste parole con molta dignità, tenendo il pugno
teso sulla scrivania, la faccia immobile.
— Lei saprà che ho terminato la pratica d’avvocato nello
studio di Sandri.
— Mi pare infatti di averlo sentito dire. Gliene faccio i
miei complimenti.
— Grazie! ma, come può credere, non è per questo che son
venuto. Ho premesso il fatto de’ miei studi compiuti per ispirarle la fiducia
della quale ho bisogno...
Lieve esitazione; immobilità perfetta del signor Caccia.
— ... nel momento in cui vengo a chiederle la mano di sua
figlia Teresa.
Dette queste parole, Orlandi alzò la bella fronte altera,
dove si leggeva la persuasione dei propri meriti e la grande fiducia del suo
amore corrisposto.
Per qualche istante il signor Caccia non diede alcuna
risposta, sembrava pietrificato. In
realtà pensava alle frequenti passeggiate d’Orlandi nella via di San Francesco,
ad alcune allusioni scherzose udite in caffè, alle distrazioni di Teresina, e,
se non avesse avuto un illimitato rispetto di se stesso, si sarebbe dato della
bestia per non aver subodorato la faccenda. Ma riguardoso piú che tutto del
decoro, si fermò e, accontentandosi di inarcare le ciglia col piú severo de’
suoi sguardi disse:
— Obbligatissimo dell'onore... ma... la sua posizione...
— Non è assicurata, — interruppe il giovane con fuoco — è
vero; tuttavia quell’amore che mi fece superare i primi ostacoli, mi aiuterà a
vincere gli altri. Solo ch’ella voglia darmi appoggio.
— E quale appoggio?
Orlandi non si era immaginato, preparandosi al colloquio,
che questo argomento dovesse riuscire così scabroso. A pensarlo non era stato
nulla; sul punto di tradurlo in parole balbettò:
— Quando avessi una piccola somma per l'avviamento...
— Ah! Ed ella conta su di me per questo? Mia figlia non ha
dote. Ho quattro ragazze, signore, e se dovessi dare una dote a tutte quattro,
non resterebbe altra risorsa a mio figlio che quella di andare a fare il
contadino.
L’evocazione di suo figlio inasprì maggiormente il signor
Caccia. Si levò in piedi, tutto rosso e sbuffante, deciso a troncare
bruscamente la quistione. Soggiunse a questo proposito:
— No, mia figlia non è per lei.
Orlandi, pallido d’ira, era stato ad ascoltarlo senza poter
credere alle proprie orecchie. Le ultime parole lo ferirono come freccia; fece
un passo avanti, baldo, sicuro coll’occhio che gli fiammeggiava, colle vene
della fronte leggermente gonfie:
— Signor Caccia, amo sua figlia, e le mostrerò che non ho
bisogno della dote. Se ella avesse avuto un po’ di fiducia in me, un po’
d'affetto per Teresina, noi saremmo piú prontamente felici. Così è una
quistione di tempo, e per parte mia avrò il piacere di non doverle nulla. A
rivederla.
Uscì bruscamente, lasciando l'esattore intontito.
La signora Soave fu la prima a ricevere il contraccolpo
della scena. Suo marito la trovò nella camera nuziale, genuflessa davanti al
bambinello di cera.
— Non si può proprio fidarsi di nulla in questa casa!
Dovrei aver occhio a tutto; agli affari, all’azienda domestica, al figlio, alle
ragazze!
— Che hai Prospero?
Ella si alzò, un po’ tremante, vedendo che suo marito dava
la chiave all'uscio.
— Ebbene?
Il signor Caccia stette zitto un momento, tanto da comporsi
in attitudine severa, ferma; poi, con quanta maestà poté mettere al di sopra
della sua collera, disse:
— Non ti sei mai accorta che Teresina amoreggi con
qualcuno?
Un rossore di fanciulla spaurita apparve e sparì subito
dalle guancie della signora Soave; ella balbettò abbassando gli occhi:
— Sai bene, le ragazze...
— Come? — interruppe tuonando il signor Caccia. — È di mia
figlia che debbo udire queste cose? Sono questi i principii da me inculcati?
Sono questi gli esempi dati?
— Volevo dire... Non c'è niente di male in ciò. Teresina ha
quasi ventitre anni; sarebbe tempo che si mettesse a posto.
— E per mettersi a posto fa la civetta cogli scapestrati!
Udendo parole così grosse, la signora Soave si turbò tutta,
e riprincipiò a tremare; non bastandole l’animo di tener fronte a suo marito,
eppure disperata per le accuse fatte a Teresina.
— Come puoi dire così di una ragazza tanto buona?
La frase le venne spezzata due o tre volte dai singhiozzi,
i quali non commossero affatto il signor Caccia, fisso nel principio
dell’inflessibilità.
— Era una buona ragazza, o almeno la credetti tale, il
che è certamente piú esatto; perché una figlia rispettosa non si sarebbe mai
arrischiata a incoraggiare, senza il consiglio dei genitori, l'amore di un
giovane ozioso e vagabondo.
Le manine della signora Soave si levarono a coprirle il
viso. Mille ricordi lontani, memorie di illusioni sfumate, vennero a renderle
piú doloroso quel momento. Ella non sapeva dell’amore di sua figlia per fatti o
confidenze avute; ma lo vedeva aleggiare nell’aria, lo intuiva dagli sguardi
vaganti della fanciulla — forse si illudeva, nel suo cieco affetto di madre,
nella sua tenerezza di donna, che l’amore ha resa infelice e che sorride ancora
all'amore. Certo non ebbe bisogno di chiedere il nome dell'amante di Teresina.
La bella, la simpatica figura di Orlandi le balenò subito nel pensiero e fu
allora che chiuse il volto nelle mani, sospirando. Però vedendo che suo marito
taceva, ebbe il coraggio di soggiungere:
— Infine che avvenne? — con una vocina dolce, conciliante.
— Quello spiantato di Orlandi è venuto a chiedermi la sua
mano.
— Dunque l'ama davvero? — esclamò ella, giuliva, sembrandole cosí giustificata la passione di sua
figlia.
Il signor Caccia alzò sdegnosamente le spalle:
— Che ne sanno dell'amore questi giovinastri senza legge né
fede, dediti al piacere; che passano la vita gozzovigliando, immemori dei piú
sacri doveri!
Nella mente timida della signora Soave passò, come un lampo,
la riflessione che anche gli uomini seri, maestosi rigidissimi, non sanno nulla
dell'amore, e dimenticano essi pure all'occorrenza qualcuno dei loro doveri. Ma
questo pensiero non lo concretò nemmeno coll'apparenza di una frase; mise un
sospiro piú lungo, soffocandolo, come ne aveva soffocati tanti altri nella sua
esistenza di donna modesta e rassegnata. Disse appena:
— Pare che egli metta giudizio. Ha terminato gli studi, ha
fatto la pratica...
— E poi... e poi non ha un soldo. Non ha una professione. Aspettando
che gli capitino i clienti vorrebbe mangiarsi la dote della moglie. Bel
partito!
Ella fu sopraffatta dall’evidenza del ragionamento. Per
quanto il signor Caccia vi aggiungesse di suo, spinto da una naturale
antipatia, la posizione di Orlandi non era la piú sicura.
Avvezza d'altra parte a riconoscere sempre,
in ogni occasione, la superiorità di suo marito, si persuase che egli aveva
ragione, in massima; salvo il caso che Orlandi, col suo ingegno, riuscisse a
far fortuna.
— E però — disse ancora la signora Soave, sentendo nel
cuore tutta l'angoscia della figlia — se egli mostrasse di far bene veramente,
se ottenesse un impiego, che so io? un mezzo per crearsi una posizione
onorevole, non saresti disposto ad anticipare qualche cosa a quella povera ragazza?
— Si vede proprio che non hai un’idea pratica della vita,
che sei una donnicciuola, non capace che di cianciare.
— La mia dote...
— La tua dote, divisa in cinque, non darebbe a ciascuno il
pane. E abbiamo il maschio, il sostegno della famiglia! È per lui che dobbiamo
fare dei sacrifici. Quando saremo vecchi non è dalle ragazze che potremo
sperare aiuto. Il maschio porta il nome e l’onore dei Caccia: non posso
trascurare il suo avvenire per dare alle femmine una dote, che andrebbero a
portare in casa altrui.
La signora Soave non parlò piú. Era convinta, rassegnata;
piegava il capo davanti all'eloquenza del marito, fatta persuasa da una lunga
abitudine che le donne devono cedere sempre.
Lo strazio fu quando dovette spiegarsi con Teresina. La
ragazza aveva già letta la propria sentenza sul volto accigliato del padre, che
a lei non si degnò dir nulla; ma quando la mamma tentò di rimuoverle il
pensiero di quell'amore, mostrandole che non poteva condurla ad altro che a
gravi dispiaceri, ella proruppe in un pianto così disperato, e si disse cosí
ferma nella decisione di sposare Orlandi, che la signora Soave dovette, per la
prima volta, riconoscere in sua figlia qualche somiglianza coll’energia e colla
fermezza del signor Caccia.
Né tale scoperta in quel momento poteva farle piacere, che
vide subito a quali attriti sarebbero giunti i due caratteri in lotta.
Veramente spaventata, ella chiese a Teresina, se avrebbe avuto il coraggio di
resistere a suo padre.
Senza esitare la fanciulla rispose:
— Sì.
— Di disobbedirgli?
Il sì, questa volta non venne cosí subito.
— Disobbedirgli veramente... non credo... ma nemmeno
rassegnarmi.
— Figlia mia! — gridò la povera donna singhiozzando — non
vorrai dare a me e a tuo padre il dolore di maritarti, senza la nostra
benedizione!
Teresina la rassicurò, dicendole che non avrebbe fatto cosa
che potesse recare disonore o dispiacere alla propria famiglia.
— E allora?
— Aspetterò.
E perché questa parola non avesse da essere fraintesa,
soggiunse prontamente:
— Orlandi mi ama ed io ho fede in lui. Fra un anno egli
avrà una posizione così brillante che mio padre non potrà piú rifiutarlo per
genero.
La signora Soave credeva di sognare. Sua figlia parlava con
sicurezza, coll’accento di una volontà irremovibile. La guardava e le sembrava trasfigurata: piú alta, colle linee del
volto che avendo perdute le rotondità esuberanti della giovinezza, davano alla
fisionomia una espressione caratteristica. Aveva nell'occhio la serietà pensosa
delle donne che amano, e il raggio di quelle che si sanno amate. Era nel
massimo sviluppo della sua bellezza e della sua forza.
— Che Dio t’ascolti e ti benedica!
La madre non trovò altro da dire. Dopo averla contemplata
se la tirò vicina, abbracciandola, ravviandole i capelli sulla fronte, come
avrebbe fatto con un bambino; presa tutta dalla tenerezza di quella grande
passione.
La sera stessa Teresina riceveva una lettera d’Orlandi,
nella quale il giovane le giurava eterno amore.
Madre e figlia piansero nel leggerla.
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