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XVI.
Promettendo a Teresina di farla sua a dispetto d’ogni
ostacolo, Orlandi non aveva un piano prestabilito. Egli obbediva allo slancio
naturale dei giovani cui tutto sorride e che sono avvezzi a trionfare di tutto.
Il suo amore per la fanciulla non era una passione da
paladino o da eroe; non si sarebbe gettato incontro alla morte, forse, ma le
voleva bene sinceramente. Le avrebbe voluto bene anche se fosse stata un uomo,
anche se fosse vecchia, perché in lei amava soprattutto la bontà affettuosa del
cuore, la dolcezza sorridente, la semplicità.
Essendo una fanciulla, e non brutta, la simpatia non poteva prendere altro nome
che quello d’amore.
Mancava però a quest’amore la gran leva, la vicinanza,
l’intimità, la comunione dei sensi, per la quale l’uomo raggiunge il massimo
grado dell’esaltazione amorosa.
Quando egli le scriveva che ogni sera prima di coricarsi
pensava a lei, era vero. Orlandi non mentiva. Dopo una giornata allegra e una
sera piú allegra ancora; dopo le chiacchiere rumorose cogli amici, le cene
improvvisate, le copiose libagioni, le donne compiacenti e compiaciute, Orlandi
tornava alla sua cameretta da scapolo coi nervi soddisfatti, le idee gaie, un
benessere per tutto il corpo. Buttava via il cappello, il soprabito e tutto; si
cacciava sotto le coltri e in quel momento di riposo, di solitudine, sul punto
di staccarsi dalla giornata per entrare nel gran limbo del sonno, egli mandava
un pensiero alla fanciulla lontana; poi s’addormentava profondamente.
Anche al mattino, quasi sempre,
l’immagine di Teresa veniva a dargli il buon giorno. Riceveva le lettere di lei
con piacere, le leggeva attentamente un paio di volte, sorridendo, felice di
quell'amore intenso e ingenuo che gli faceva provare una gioia differente dalle
solite. Esclamava, forte: “Povera Teresina!” Metteva l'ultima lettera al di
sopra delle altre, in una cassettina di legno di Sorrento, e usciva.
Durante il giorno non aveva molto tempo da pensare a lei.
Nello studio dell'avvocato Sandri il lavoro si succedeva senza interruzione,
rallegrato solamente dalle facezie che si scambiavano tra loro i giovani
praticanti. Aggruppati in numero di quattro nel vano della finestra, quantunque
avessero ognuno i loro posti separati, trovavano una gran distrazione nella
vicinanza di due belle ragazze, civettine emerite, che dal loro balcone li
tentavano continuamente.
Piú tardi Orlandi, per la sua bella presenza, per la sua
disinvoltura, fu scelto, a preferenza dall’avvocato, nelle ambasciate verbali.
Si assentava così dallo studio, salutando, ad ogni finestra, un visetto noto.
Entrava in caffè, prendeva un vermouth, leggiucchiava i
giornali, udiva lo scandalo recente, la notizia appena arrivata; fiutava il
mazzolino di fiori che la padrona teneva sul banco, sussurrandole qualche
complimento. In fondo preferiva questa vita leggera e variata, alle abitudini
sedentarie dello studio.
Sandri gli mosse qualche osservazione.
Al caffè, Orlandi si trovava spesso coi redattori del
“Presente”. Impegnavano discussioni d’arte e di politica, leggevano le bozze,
improvvisavano un articolo sull’angolo del tavolino. Orlandi si pose a scrivere
anche lui, per curiosità, per millanteria, volendo mostrare che non è in fin
dei conti una cosa difficile.
Cambiò l’osteria dove pranzava per abitudine; andò all’Aquila
insieme ai giornalisti; quella società gli piaceva ogni giorno piú. Si sentiva
nato per le battaglie della penna, per le emozioni della pubblicità. E poi
amava, piú che tutto, la vita libera.
Le serate all’Aquila divennero celebri. Orlandi vi
attirava tutto l’elemento giovane di Parma, buono e cattivo, esercitando sopra
tutti la sua influenza dominatrice, la sua foga persuasiva di tribuno
improvvisato. Sorgendo, per l’alta statura, sovra le altre, la sua testa
dall’espressione virile, dalla fronte spaziosa, dagli occhi lampeggianti sembrava nata per il comando; e quella sua bontà
noncurante, spensierata, quell’assenza di calcolo, gli creava le maggiori
simpatie.
Fu in questo periodo che egli pensò piú seriamente a
sposare Teresina. L'avvenire gli apriva uno spiraglio nuovo; un leggero pungolo
d’ambizione accrebbe la fermezza dei suoi pensieri.
Scrisse alla fanciulla:
“Ho abbandonato lo studio di Sandri e la carriera legale.
Ho un progetto grandioso; te lo comunicherò a voce. Sta di buon animo; tutto va
bene ed io ti adoro come sempre”.
Il progetto era la fondazione di un giornale
politico-letterario; indipendente da qualsiasi partito, non soggetto a scuole
od a chiesuole. Si doveva proclamare la verità sempre,
a qualunque costo; aiutare i deboli e gli ignoti, sprezzare i prepotenti,
smascherare i birboni.
Orlandi era entusiasta del suo programma. Tutto quanto vi
era di buono in lui, cuore e ingegno, voleva dedicarli a quest’opera. Non si
sarebbe piú detto che era uno scioperato; e sorrideva pensando che quel lavoro
non gli costava nessun sacrificio, che avrebbe potuto fare del bene senza
vincolare la propria libertà, né annoiarsi soverchiamente.
Nelle liete prospettive dell'avvenire, non mancava la
sorpresa che avrebbe manifestato il signor Caccia, quando Orlandi chiedendogli
per la seconda volta la mano di Teresina, gli getterebbe in volto, come una
sfida, il suo titolo di direttore di un giornale.
Ma, per l’onore di Egidio, bisogna dire che la gioia piú
delicata, piú intimamente cara, era quella di pensare alla felicità di
Teresina. Come tutti gli esseri forti e buoni egli amava la debolezza e si
faceva un dovere di proteggerla.
La vita che conduceva la fanciulla gli sembrava così miserabile, che doveva essere per lei
una somma ventura il poterla cambiare. Questa persuasione spiega la frase
compassionevole che egli pronunciava spesso: “Povera Teresina!”
Nell’amore del giovane la passione assorbente entrava poco;
egli non aveva bisogno di quella fanciulla per essere felice, ma la trovava un
complemento alla sua felicità. Non la desiderava ardentemente, subito, colla
avidità di un assetato; egli non aveva sete, la teneva in serbo piuttosto.
Era giusto. Comprendeva l’enorme differenza che passa fra
l’amore di un uomo e l’amore di una fanciulla, come tutto per il primo è
piacere, è conquista, e per la seconda non è il piú delle volte che tormento.
Che farci? Egli non poteva cambiare l’ordine della società e non era nato per
gli eroismi solitari. L’idea di negare a se stesso ciò che ella non poteva
avere, questa idea non gli passava nemmeno pel capo.
Le donne d'altra parte nascono collo spirito del
sacrificio. Tutto quello che egli poteva fare per Teresina era di sposarla,
quando le circostanze lo avrebbero permesso.
Negli ultimi giorni dell'anno le scrisse:
“Devo andare a Milano. Speravo di venire prima a salutarti,
ma non posso. Gli affari vanno a gonfie vele; almeno quanto a promesse. Al mio
ritorno saprò dirti qualche cosa di positivo. Starò assente otto, dieci giorni,
secondo le circostanze. Scrivimi fermo in posta. Ti amo e penso a te
continuamente”.
Teresina andava al funerale della Calliope. La mattoide era
morta improvvisamente e misteriosamente come era vissuta.
Nella mattina dell’Epifania la trovarono distesa sul letto,
vestita, col suo fazzoletto giallo intorno al capo e la fisionomia calma. Era
agghiacciata. Il dottor Tavecchia dichiarò che una sincope aveva determinata la
morte, ma già la povera donna soffriva mal di cuore.
Al trasporto era accorso tutto il paese, anche coloro che
non avevano mai vista la Calliope e la conoscevano soltanto di nome.
Siccome non c’erano parenti per regolare la cerimonia,
nasceva un po’ di confusione. Tutti entravano ed uscivano a piacer loro.
— Vieni anche tu, mamma — disse Teresina.
La signora Soave non usciva mai di casa; il solo pensiero
di doversi levare dalle spalle lo sciallino cenere, la spaventava; e poi
soffriva mille incomodi; la folla le faceva venire il mal di capo, le emozioni
l’abbattevano; temeva anche le vertigini.
Teresina attraversò la strada colla sua fida amica, la
pretora.
— Andiamo a vedere la camera?
— Ma si può?
— Vedi bene che entrano anche gli altri.
Si parlottava a bassa voce. Quanti anni aveva la morta?
Cinquanta, sessanta, quarantacinque. Aveva fatto testamento? Sì, no. Lasciava
ai poveri? No, alle orfane? No, alle ragazze da marito? Nemmeno, tutto il suo
avere realizzato, lo si doveva mandare in Francia a un indirizzo che il notaio
solo conosceva.
La vecchia storia tornò a galla. Il dottor Tavecchia ripeté
che la Calliope, a vent’anni, era bella come una dea. Si bisbigliò il nome
della contessa che l’aveva allevata qual figlia, si disse che era sua figlia
davvero. L’ufficiale francese, nessuno lo aveva conosciuto, ma parlarono di lui
a lungo, colla curiosità simpatica che destano le storie d’amore, quando il
tempo ne ha velate tutte le gelosie e tutte le invidie.
Il letto della morta, vuoto, coperto da un lenzuolo,
prospettava la finestra; la testiera, appoggiata al muro, era sormontata da un
quadro sacro, pittura piú antica che bella; e sotto, in una cornicina di legno
nero, tre fiori di campo, legati insieme, giacevano come una reliquia.
— Avrei creduto questa casa piú piccola. Che stanze ampie!
La pretora sollevava il capo a guardare il soffitto; Teresina
guardava invece i tre fiorellini smunti.
— Ebbene? Che c'è di interessante? Che cosa guardi?
— Quei fiori. Mi mettono addosso una malinconia strana. Se
potessero parlare!
— Eh! certo, se potessero parlare!
Teresina non disse altro, ma pensò:
“Quante memorie: belli e freschi in un giorno di primavera
ella forse li colse per ornamento della persona; forse le furono dati; rapiti
forse o meglio còlti insieme...”
Le venne una tentazione grandissima di prenderli e portarli
via. Chi sa in quali mani sarebbero caduti!
— Ecco, — disse la pretora — tutto è finito. Dio solo sa se
la povera donna era piú savia o piú matta di noi.
Teresina capì di non poter resistere alla tentazione. Le
pareva che la morta, dal fondo della cassa dove stavano coprendola di fiori
freschi, gemesse chiedendo i suoi fiorellini appassiti.
Staccò la cornicina e, non vista, la fece scivolare sotto il
coperchio del cofano.
— Piangi adesso? Via!
Piangeva veramente, con una commozione in tutte le fibre,
esaltata per la storia della Calliope, chiedendosi sommessamente se anche il
suo amore finirebbe così.
S’avviarono alla chiesa di San Francesco, che si riempì
subito di gente.
Quelli della contrada c’erano tutti; i bambini della
pretora, insieme alle gemelle Caccia, la madre Portalupi coll’ultima figlia non
ancora maritata, la vecchia Tisbe che non moriva mai, come se avesse fatto un
patto col diavolo. Anche don Giovanni Boccabadati apparve un momento sulla
soglia della chiesa, floscio, portando attorno di malavoglia la pancia che
incominciava a pesargli.
— Ho freddo — mormorò Teresina.
— È una giornataccia — rispose la pretora sprofondando le
mani nel manicotto.
— Vuoi andare fino al cimitero?
— Fa come credi. Sarebbe meglio.
Dopo l'ufficio funebre il corteo si pose in fila; davanti il
carro, i preti, poi le donne e qualche uomo in ultimo.
Tirava un vento frizzante di tramontana.
— Vuol nevicare.
— Ho paura di sì.
Non dissero altro per tutta la strada prese entrambe dal
freddo e dalla tristezza, coi veli abbassati sulla faccia e gli occhi semichiusi.
Pochi furono quelli che giunsero al cimitero; un piccolo
circolo si formò intorno alla fossa scavata di fresco, dove calarono lentamente
la bare.
— I morti non soffrono piú — disse Teresina volgendo altrove
la testa.
— No. È una consolazione.
— Non soffrono piú, ma forse sentono ancora...
— È assurdo.
La pretora disse questa parola distrattamente pensando a’
suoi bambini che erano tornati indietro.
Successe un lungo silenzio. Le due amiche rifacevano la
strada. A un tratto Teresina sospirò così dolorosamente sotto il suo velo, che
la pretora comprese subito dove andava quel sospiro.
— È un pezzo che non hai notizie?
— Dieci giorni! — esclamò Teresina, ascoltando con
sbigottimento il suono della propria voce, sembrandole
che dieci giorni pronunciati forte si raddoppiassero di lunghezza. — Sono molti
nevvero?
— Molti? non saprei; tutto è relativo...
— È andato a Milano.
— Allora si capisce!
— Ma no, non è una ragione. Tanto può scrivermi da Milano
come da Parma.
— Se è andato per affari...
— Sicuro. Ha tutti quei progetti in mente...
Passò un prete alto, ben vestito, colle calze pavonazze e
le scarpe lucide ornate di grosse fibbie d’argento. La pretora urtò col gomito
Teresina, sussurrando:
— È Monsignore.
La fanciulla gli volse uno sguardo indifferente.
Di lì a poco incontrarono la signora Luzzi, con un
cappellino bizzarro, fatto di stoffa d’oro.
— Guarda! — esclamò la pretora.
Ma la fanciulla questa volta non girò nemmeno il capo.
Allora l’amica riprese il discorso di prima.
— Tuo padre non s’è mai accorto che continui la
corrispondenza?
— Se lo sapesse, povera me.
— La mamma però?...
— Oh! la mamma... le dico tutto.
— Fai bene — sentenziò la pretora — e sai perché la mamma
ti compatisce? Perché è donna. Non c’è che le donne per comprendere l'amore.
— Amano anche gli uomini però.
— Sii... alla loro maniera; ma non è mai come le donne.
Incominciava a nevicare. Dal cielo tutto bigio cadevano le
falde bianchissime, non molto larghe, fitte, quasi pungenti.
— Dio che brutta giornata!
— A casa ci riscalderemo.
Teresina scosse la testa, quasi fosse persuasa di non
potersi riscaldare mai piú. Aveva freddo nell'anima; sentiva una tristezza
invincibile, sempre crescente, come
un veleno che le circolasse a poco a poco nel sangue.
“Che farà egli ora? Penserà a me? Sarà triste come me?”,
così sospirava colla bocca soffocata nel velo, oppressa da un irresistibile
bisogno d’amore.
All’imboccatura della via di San Francesco trovarono il
procaccio Egli aveva una lettera per Teresina.
— Allegra — esclamò la pretora. — Ora non avrai piú freddo.
Le due amiche si lasciarono senza quasi salutarsi; l’una
correva a vedere i suoi bambini, l’altra a leggere la lettera.
“Non ti ho scritto prima, ma credi senza colpa. Appena
giunto mi trovai ingolfato in un ginepraio d’affari e di divertimenti, di
piaceri e di seccature che non mi lasciarono un momento libero. Non hai idea
della vita giornalistica, come non puoi averla di Milano. Ho già fatto una
quantità di conoscenze; ho trovato dei compatrioti, degli amici, dei compagni
d’università. Tutte le sere vado a teatro. Alla Scala c’è uno spettacolo
stupendo; la Wrozlinger è la piú bella prima donna che io abbia mai vista;
anche il ballo è spettacoloso. Insomma mi vedi in estasi come un vero provinciale.
Invece di una settimana prolungherò il mio soggiorno a
tutto gennaio. Avvennero dei cambiamenti che non posso spiegarti per lettera;
modifico i miei progetti relativi alla fondazione di un giornale. Persone
competenti me ne hanno sconsigliato, almeno per ora. Non rinuncio però alla
carriera di pubblicista; il mio avvenire è qui. Vorrei dirti mille tenerezze,
ma sono interrotto. Domani, quando riceverai questa lettera sarò a pranzo della
contessa Bernini, una parente degli Arese”.
Non c’era altro. Per quanto Teresina voltasse e rivoltasse
il foglio da tutte le parti, la parola d’amore che essa cercava, Egidio non
l’aveva scritta. Egidio si divertiva, Egidio era felice...
La sua tristezza crebbe del doppio, sentì tutto l'orrore
dell’isolamento. Quegli amici, quei teatri, quei balli le rubavano il suo
innamorato, e per quanto le sembrasse
egoistica l’invidia, ebbe invidia di tutte quelle persone che lo vedevano, che
parlavano con lui, che gustavano la gioia de’ suoi sguardi e de’ suoi sorrisi,
che gli portavano via il tempo, i pensieri, la vita.
Che valeva il suo ardente amore? che valevano quattro anni
di pensieri non interrotti, di aneliti smaniosi, di aspettative agonizzanti, di
insonnie, di torture, di martirio continuo? Eccola sola a piangere, sola a
soffrire.
Guardò la neve che continuava a scendere lentamente e le
parve che tutta la cingesse di un mantello di ghiaccio. Rabbrividì, un vago
desiderio di morte le attraversò il cervello, insieme al pensiero della povera
donna che avevano seppellita allora.
Poi si gettò sulla lettera, stringendola appassionatamente,
cogli occhi pieni di lagrime, col cuore che le si schiantava fra l’amore e il
dolore, mormorando tra i singhiozzi: — Egidio! Egidio! Egidio!
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