|
I
Al Ser.mo
Principe Leopoldo di Toscana,
mio Sig.r et
P.ron Col.mo
Ser.mo
Principe,
Avendo V. A. S. risoluto
di far scriver la vita del gran Galileo di gloriosa memoria, imposemi che, per
notizia di chi dall'A. V. S. è destinato per esequire così eroico proponimento,
io facesse raccolta di ciò che a me sovvenisse in tal materia, o d'altrove
rintracciare io potesse: onde, per obbedire con ogni maggior prontezza a' cenni
dell'A. V., reverente le porgo le seguenti memorie, spiegate da me con istorica
purità, e con intera fedeltà registrate, avendole estratte per la maggior parte
dalla viva voce del medesimo Sig.r Galileo, dalla lettura delle sue
opere, dalle conferenze e discorsi già co' suoi discepoli, dalle attestazioni
de' suoi intrinseci e familiari, da pubbliche e private scritture, da più
lettere de' suoi amici, e finalmente da varie confermazioni e riscontri che le
autenticano per verissime e prive d'ogni eccezzione.
Nacque dunque Galileo
Galilei, nobil fiorentino, il giorno 19 di Febbraio del 1563 ab Incarnatione,
secondo lo stil fiorentino, nella città di Pisa, dov'allora dimoravano i suoi
genitori.
Il padre suo fu
Vincenzio di Michelangelo Galilei, gentiluomo versatissimo nelle matematiche e
principalmente nella musica speculativa, della quale ebbe così eccellente
cognizione, che forse tra i teorici moderni di maggior nome non v'è stato sino
al presente secolo chi di lui meglio e più eruditamente abbia scritto, come ne
fanno chiarissima fede l'opere sue pubblicate, e principalmente il Dialogo
della musica antica e moderna, ch'ei diede alle stampe in Firenze nel 1581.
Questi congiunse alla perfezione della teorica l'operativa ancora, toccando a
maraviglia varie sorti di strumenti e particolarmente il leuto, in che fu
celebratissimo nell'età sua.
Ebbe della Sig.ra
Giulia Ammannati sua consorte più figliuoli, et il maggior de' maschi fu
Galileo.
Cominciò questi ne'
prim'anni della sua fanciullezza a dar saggio della vivacità del suo ingegno,
poiché nell'ore di spasso esercitavasi per lo più in fabbricarsi di propria
mano varii strumenti e machinette, con imitare e porre in piccol modello ciò
che vedeva d'artifizioso, come di molini, galere, et anco d'ogni altra macchina
ben volgare. In difetto di qualche parte necessaria ad alcuno de' suoi
fanciulleschi artifizii suppliva con l'invenzione, servendosi di stecche di
balena in vece di molli di ferro, o d'altro in altra parte, secondo gli
suggeriva il bisogno, adattando alla macchina nuovi pensieri e scherzi di moti,
purché non restasse imperfetta e che vedesse operarla.
Passò alcuni anni della sua gioventù nelli studii d'umanità
appresso un maestro in Firenze di vulgar fama, non potendo 'l padre suo,
aggravato da numerosa famiglia e constituito in assai scarsa fortuna, dargli
comodità migliori, com'averebbe voluto, col mantenerlo fuori in qualche
collegio, scorgendolo di tale spirito e di tanta accortezza che ne sperava progresso
non ordinario in qualunque professione e' l'avesse indirizzato. Ma il giovane,
conoscendo la tenuità del suo stato e volendosi pur sollevare, si propose di
supplire alla povertà della sua sorte con la propria assiduità nelli studii;
che perciò datosi alla lettura delli autori latini di prima classe, giunse da
per sé stesso a quell'erudizione nelle lettere umane, della quale si mostrò poi
in ogni privato congresso, ne' circoli e nell'accademie, riccamente adornato,
valendosene mirabilmente con ogni qualità di persona, in qualunque materia,
morale o scientifica, seria o faceta, che fosse proposta.
|