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III
In questo mentre con la
sagacità del suo ingegno inventò quella semplicissima e regolata misura del
tempo per mezzo del pendulo, non prima da alcun altro avvertita, pigliando
occasione d'osservarla dal moto d'una lampada, mentre era un giorno nel Duomo
di Pisa; e facendone esperienze esattissime, si accertò dell'egualità delle sue
vibrazioni, e per allora sovvennegli di adattarla all'uso della medicina per la
misura della frequenza de' polsi, con stupore e diletto de' medici di que'
tempi e come pure oggi si pratica volgarmente: della quale invenzione si valse
poi in varie esperienze e misure di tempi e moti, e fu il primo che
l'applicasse alle osservazioni celesti, con incredibile acquisto
nell'astronomia e geografia.
Di qui s'accorse che
gl'effetti della natura, quantunque apparischin minimi et in niun conto
osservabili, non devon mai dal filosofo disprezzarsi, ma tutti egualmente e
grandemente stimarsi; essendo perciò solito dire che la natura operava molto
col poco, e che le sue operazioni eran tutte in pari grado maravigliose.
Tra tanto non aveva mai rivolto
l'occhio alle matematiche, come quelle che, per esser quasi affatto smarrite,
principalmente in Italia (benché dall'opera e diligenza del Comandino, e del
Maurolico etc., in gran parte restaurate), per ancora non avendo pigliato
vigore, erano più tosto universalmente in disprezzo; e non sapendo comprendere
quel che mai in filosofia si potesse dedurre da figure di triangoli e cerchi,
si tratteneva senza stimolo d'applicarvisi. Ma il gran talento e diletto
insieme ch'egli aveva, come dissi, nella pittura, prospettiva e musica, et il
sentire affermare frequentemente dal padre che tali pratiche avevan l'origin
loro dalla geometria, gli mossero desiderio di gustarla, e più volte pregò il
padre che volesse introdurvelo; ma questi, per non distorlo dal principale
studio di medicina, differiva di compiacerlo, dicendogli che quando avesse
terminato i suoi studii in Pisa, poteva applicarvisi a suo talento. Non per ciò
si quietava il Galileo; ma vivendo allora un tal Mess. Ostilio Ricci di Fermo,
matematico de' SS. paggi di quell'Altezza di Toscana e dipoi lettore delle
matematiche nello Studio di Firenze, il quale, come familiarissimo di suo
padre, giornalmente frequentava la sua casa, a questo s'accostò, pregandolo
instantemente a dichiarargli qualche proposizione d'Euclide, ma però senza
saputa del padre. Parve al Ricci di dover saziar così virtuosa brama del
giovane, ma volle ben conferirla al Sig.r Vincenzio suo padre,
esortandolo a permetter che il Galileo ricevesse questa satisfazione. Cedé il
padre all'instanze dell'amico, ma ben gli proibì il palesar questo suo assenso
al figliuolo, acciò con più timore continuasse lo studio di medicina. Cominciò
dunque il Ricci ad introdurre il Galileo (che già aveva compliti diciannove
anni) nelle solite esplicazioni delle definizioni, assiomi e postulati del
primo libro delli Elementi; ma questi sentendo preporsi principii tanto chiari
et indubitati, e considerando le domande d'Euclide così oneste e concedibili,
fece immediatamente concetto che se la fabbrica della geometria veniva alzata
sopra tali fondamenti, non poteva esser che fortissima e stabilissima. Ma non
sì tosto gustò la maniera del dimostrare, e vedde aperta l'unica strada di
pervenire alla cognizione del vero, che si pentì di non essersi molto prima
incamminato per quella. Proseguendo 'l Ricci le sue lezzioni, s'accorse il
padre che Galileo trascurava la medicina e che più si affezionava alla
geometria; e temendo che egli col tempo non abbandonasse quella, che gli poteva
arrecar maggior utile e comodità nell'angustie della sua fortuna, lo riprese
più volte (fingendo non saperne la cagione), ma sempre in vano, poiché tanto
più quegli s'invaghiva della matematica, e dalla medicina totalmente si
distraeva; ond'il padre operò che 'l Ricci di quando in quando tralasciasse le
sue lezzioni, e finalmente ch'allegando scuse d'impedimenti desistesse affatto
dall'opera. Ma accortosi di ciò il Galileo, già che il Ricci non gli aveva per
ancora esplicato il primo libro delli Elementi, volle far prova se per sé
stesso poteva intenderlo sino alla fine, con desiderio di arrivare almeno alla
47, tanto famosa; e vedendo che gli sortì d'apprendere il tutto felicemente,
fattosi d'animo, si propose di voler scorrer qualch'altro libro: e così, ma
furtivamente dal padre, andava studiando, con tener gl'Ippocrati e Galeni
appresso l'Euclide, per poter con essi prontamente occultarlo quando 'l padre
gli fosse sopraggiunto. Finalmente sentendosi traportar dal diletto et acquisto
che parevagli d'aver conseguito in poco tempo da tale studio, nel ben
discorrere argumentare e concludere, assai più che dalle logiche e filosofie di
tutto il tempo passato, giunto al sesto libro d'Euclide, si risolse di far
sentire al padre il profitto che per sé stesso aveva fatto nella geometria,
pregandolo insieme a non voler deviarlo donde sentivasi traportare dalla
propria inclinazione. Udillo 'l padre, e conoscendo dalla di lui perspicacità
nell'intendere e maravigliosa abilità nell'inventare varii problemi ch'egli
stesso gli proponeva, che 'l giovane era nato per le matematiche, si risolse in
fine di compiacerlo.
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