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IV
Tralasciando dunque il
Galileo lo studio di medicina, in breve tempo scorse gl'Elementi d'Euclide e
l'opere de' geometri di prima classe; er arrivando all'Equiponderanti et al
trattato De his quae vehuntur in aqua d'Archimede, sovvennegli un nuovo
modo esattissimo di poter scoprire il furto di quell'orefice nella corona d'oro
di Hierone1: et allora scrisse la fabbrica et uso di quella sua
bilancetta, per la quale s'ha cognizione delle gravità in specie di diverse
materie e della mistione o lega de' metalli, con molt'altre curiosità appresso;
quali, benché poi dal Galileo non sieno state fatte pubbliche con le stampe,
parte però furono conferite da lui a quei che se gli facevano amici, e parte
vanno intorno in private scritture: onde non è gran fatto s'alcuno l'ha
publicate per sue o se ne è valso, mascherandole, come di propria invenzione.
Con questi et altri suoi
ingegnosi trovati, e con la sua libera maniera di filosofare e discorrere,
cominciò ad acquistar fama d'elevatissimo spirito; e conferendo alcune delle
sue speculazioni meccaniche e geometriche con il Sig.r Guidubaldo
de' Marchesi dal Monte, gran matematico di quei tempi, che a Pesaro dimorava,
acquistò seco per lettere strettissima amicizia, et ad instanza di lui
s'applicò alla contemplazione del centro di gravità de' solidi, per supplire a
quel che ne aveva già scritto il Comandino; e ne' ventiuno anni di sua età, con
due anni soli di studio di geometria, inventò quello ch'in tal materia si vede
scritto nell'Appendice impressa alla fine de' suoi Dialogi delle due Nuove
Scienze della meccanica e del moto locale, con gran satisfazione e maraviglia
del medesimo Sig.r Guidubaldo, il quale per così acute invenzioni l'esaltò
a segno appresso il Ser.mo Gran Duca Ferdinando Primo e l'Eccel.mo
Principe Don Giovanni de' Medici, ch'in breve divenne a loro gratissimo e
familiare: che perciò vacando nel 1589 la cattedra delle matematiche in Pisa,
di proprio moto della medesima Ser.ma Altezza ne fu provvisto,
correndo egli l'anno vigesimo sesto dell'età sua.
In questo tempo,
parendogli d'apprendere ch'all'investigazione delli effetti naturali
necessariamente si richiedesse una vera cognizione della natura del moto,
stante quel filosofico e vulgato assioma Ignorato motu ignoratur natura,
tutto si diede alla contemplazione di quello: et allora, con gran sconcerto di
tutti i filosofi, furono da esso convinte di falsità, per mezzo d'esperienze e
con salde dimostrazioni e discorsi, moltissime conclusioni dell'istesso
Aristotele intorno alla materia del moto, sin a quel tempo state tenute per
chiarissime et indubitabili; come, tra l'altre, che le velocità de' mobili
dell'istessa materia, disegualmente gravi, movendosi per un istesso mezzo, non
conservano altrimenti la proporzione delle gravità loro, assegnatagli da
Aristotele, anzi che si muovon tutti con pari velocità, dimostrando ciò con
replicate esperienze, fatte dall'altezza del Campanile di Pisa con l'intervento
delli altri lettori e filosofi e di tutta la scolaresca; e che né meno le
velocità di un istesso mobile per diversi mezzi ritengono la proporzion
reciproca delle resistenze o densità de' medesimi mezzi, inferendolo da
manifestissimi assurdi ch'in conseguenza ne seguirebbero contro al senso
medesimo.
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