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VII
Considerando fratanto il
Sig.r Galileo che la facultà del suo nuovo strumento era sol
d'appressare et aggrandire in apparenza quelli oggetti i quali senz'altro
artifizio, quando possibil fusse accostarglisi, con eguale o maggior
distinzione si scorgerebbero, pensò ancora al modo di perfezionar assai più la
nostra vista con fargli perfettamente discernere quelle minuzie le quali,
benché situate in qualunque breve distanza dall'occhio, gli si rendono
impercettibili; et allora inventò i microscopii d'un convesso e di un concavo,
et insieme d'uno e di più convessi, applicandogli a scrupolosa osservazione de'
minimi componenti delle materie e della mirabile struttura delle parti e membra
delli insetti, nella piccolezza de' quali fece con maraviglia vedere la
grandezza di Dio e le miracolose operazioni della natura. In tanto, non
perdonando né a fatiche né a spese, studiava nella perfezione del primo
strumento, detto il telescopio o volgarmente l'occhiale del Galileo; e conseguitala
a gran segno, lasciando di rimirar gl'oggetti terreni, si rivolse a
contemplazioni più nobili.
E prima, riguardando il
corpo lunare, lo scoperse di superficie ineguale, ripieno di cavità e
prominenze a guisa della terra. Trovò che la Via Lattea e le nebulose altro non
erano ch'una congerie di stelle fisse, che per la loro immensa distanza, o per
la lor piccolezza rispetto all'altre, si rendevano impercettibili alla nuda e
semplice vista. Vidde sparse per lo cielo altre innumerabili stelle fisse, state
incognite all'antichità: e rivolgendosi a Giove con altro migliore strumento,
ch'egli s'era nuovamente preparato, l'osservò corteggiato da quattro stelle,
che gli s'aggirano intorno per orbi determinati e distinti, con regolati
periodi ne' lor moti; e consecrandogli all'immortalità della Ser.ma
Casa di V. A., gli diede nome di Stelle o Pianeti Medicei: e tutto questo
scoperse in pochi giorni del mese di Gennaio del 1610 secondo lo stile romano,
continuando tali osservazioni per tutto 'l Febbraio susseguente; quali tutte
manifestò poi al mondo per mezzo del suo Nuncio Sidereo, che nel principio di
Marzo pubblicò con le stampe in Venezia, dedicandolo all'augustissimo nome del
Ser.mo Don Cosimo, Gran Duca di Toscana.
Queste inaspettate
novità publicate dal Nunzio Sidereo, che immediatamente fu ristampato in
Germania et in Francia, diedero gran materia di discorsi a' filosofi et
astronomi di que' tempi, molti de' quali su 'l principio ebbero gran repugnanza
in prestargli fede, e molti temerariamente si sollevarono, altri con scritture
private et altri più incauti sin con le stampe3, stimando quelle vanità
e delirii o finti avvisi del Sig.r Galileo, o pure false apparenze
et illusioni de' cristalli; ma in breve gl'uni e gl'altri necessariamente
cedettero alle confermazioni de' più savii, all'esperienze et al senso
medesimo. Non mancarono già de' così pervicaci et ostinati, e fra questi de'
constituiti in grado di publici lettori4, tenuti per altro in gran
stima, i quali, temendo di commetter sacrilegio contro la deità del loro
Aristotele, non vollero cimentarsi all'osservazioni, né pur una volta accostar
l'occhio al telescopio; e vivendo in questa lor bestialissima ostinazione,
vollero, più tosto che al lor maestro, usar infedeltà alla natura medesima.
Proseguendo col
telescopio l'osservazioni celesti, nel principio di Luglio del 1610 scoperse
Saturno tricorporeo, dandone avviso ad alcuni matematici di Italia e di
Germania et a' suoi amici più cari5 per mezzo di cifre e caratteri
trasposti, che doppo ordinati dal medesimo Sig.r Galileo, a
richiesta dell'Imperatore Ridolfo Secondo, dicevano:
Altissimum Planetam
tergeminum observavi.
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